Le bombe, gli “aiuti” promessi da Trump, una eventuale invasione straniera non faranno altro che portare alla distruzione di uno dei Paesi più importanti e belli al mondo.
Scrive oggi Marco Travaglio su Il Fatto: “i regime change o falliscono rafforzando i regimi che dovevano rovesciare o ne issano al potere di uguali o di peggiori”. Ha totalmente ragione.
AFGHANISTAN
L’invasione statunitense dell’Afghanistan iniziò il 7 ottobre del 2001. Gli Stati Uniti lanciarono ai talebani un ultimatum irricevibile perché avevano già in mente di bombardare. Gli USA, per giustificare la guerra imperialista, dissero di voler portare la democrazia a Kabul, di voler rovesciare il regime talebano, di voler liberare le donne afghane dalla prigionia della sharia (la legge islamica) che le costringeva ad indossare il burqa e, infine, di voler distruggere le coltivazioni di oppio del Paese.
Sono passati quasi 25 anni da allora. Gli USA hanno perso la guerra, i talebani sono al potere, la democrazia non c’è (e non ce n’è così tanta neppure in Occidente), la legge islamica è tuttora in vigore e le donne indossano il burqa, come del resto lo indossavano anche durante l’occupazione USA del Paese. Effettivamente oggi l’Afghanistan produce meno oppio di prima, ma non per merito occidentale. Sono i talebani che, per ragioni religiose (e di controllo del territorio), hanno ridotto drasticamente la produzione di oppio (dall’oppio si crea l’eroina), produzione che, al contrario, era esplosa durante l’occupazione yankee.
IRAQ
L’invasione statunitense dell’Iraq (o seconda guerra del Golfo) iniziò il 20 marzo 2003. Il Pentagono chiamò l’operazione “Operation Iraqi Freedom”. Sono passati 23 anni da allora e l’Iraq non è affatto libero. Semplicemente è un Paese che non esiste più. I liberatori americani l’hanno distrutto. Hanno distrutto il futuro di milioni di iracheni che, mi duole dirlo ma è la verità, vivevano infinitamente meglio sotto Saddam Hussein piuttosto che adesso.
L’esportazione di democrazia USA (giustificata in base alla presenza di armi di distruzione di massa in mano a Saddam, armi che non esistevano) ha provocato la morte di 600.000 iracheni. 600.000, più di tutti gli abitanti di Genova. In Iraq non c’è democrazia, non c’è lavoro, non c’è Stato sociale (c’era ai tempi di Saddam). In compenso ci sono basi militari USA. Non abbiamo esportato diritti, abbiamo solo piazzato bandierine e carri armati nel Risiko reale.
Segnalo infine che il vuoto di potere causato dall’invasione USA dell’Iraq è stato in parte colmato da sigle terroristiche quali l’Isis e in parte dall’estensione dell’influenza iraniana in Iraq. L’Isis, per la cronaca, è stato fermato in Iraq dai pasdaran iraniani guidati dal generale Soleimani (ucciso nel 2020 da Trump) e non dall’Occidente. L’Iraq è la quinta riserva petrolifera del pianeta.
LIBIA
Il 19 marzo del 2011 iniziò l’attacco francese, statunitense e britannico sulla Libia. Gli obiettivi? Cacciare il dittatore Gheddafi (il nostro miglior alleato nel Mediterraneo) e, come al solito, esportare la democrazia. L’accusa a Gheddafi era che stesse massacrando il suo popolo (la Libia era in guerra civile e le truppe fedeli al rais stavano vincendo). Obama diede l’ordine di bombardare la Libia 526 giorni dopo aver ricevuto il Nobel per la Pace. Sarkozy fece alzare i caccia perché temeva che Gheddafi potesse fornire informazioni sui milioni di euro arrivati proprio a Sarkozy dalla Libia per finanziare la campagna elettorale per le presidenziali che vinse contro Ségolène Royal.
Inoltre la Francia temeva il panafricanismo arabo di Gheddafi, ovvero il sostegno politico, militare e soprattutto finanziario a quei Paesi ex colonia francesi in Africa che intendevano (ed intendono ancora) liberarsi dal neocolonialismo francese. Gheddafi è stato ucciso, la Libia è stata distrutta. La democrazia non è arrivata. Sono passati 15 anni da allora e, come l’Iraq, la Libia non esiste più come Paese. Divisa in due: da una parte comandano i turchi, dall’altra c’è l’influenza russa.
L’ENI continua a lavorare, è vero (anche grazie alla sua grande competenza e conoscenza del territorio), ma la Libia, il nostro più grande alleato nel Mare Nostrum, oggi, ripeto, è terra di conquista di Ankara e Mosca. Un disastro assoluto per l’Italia che, oltretutto, ha costruito un gasdotto (che funziona ancora, sia chiaro) in Libia che permette al gas libico estratto nei campi petroliferi e gasieri di Wafa di arrivare in Italia, a Gela per l’esattezza. Se la Libia fosse ancora il Paese che era 20 anni fa, l’Italia oggi potrebbe affrontare la crisi energetica con maggiori carte da giocare.
Veniamo all’Iran.
Condanno con tutto me stesso la repressione sanguinaria in Iran e allo stesso identico modo le ingerenze straniere e le altamente probabili infiltrazioni del Mossad in Iran. Inoltre dico che, sulla base dei miei studi, dei miei contatti e delle ricerche che ho fatto sul campo (anche se manco dall’Iran da sei anni), credo che la Repubblica islamica abbia i giorni contati. Poi i giorni possono diventare mesi o anni, ma la fine arriverà, e non perché banalmente tutto ha una fine, ma perché i giovani iraniani (l’Iran è uno dei Paesi più giovani al mondo) ormai detestano gli ayatollah, detestano Ali Khamenei, vorrebbero vivere in un Paese normale, non più regolato dalla legge islamica.
Il punto, però, è che non solo non si vede un’alternativa, ma che le ingerenze esterne dagli USA al Mossad, in un certo senso, favoriscono il proseguimento della Repubblica islamica.
Gli USA potranno bombardare di nuovo l’Iran, potranno uccidere altri generali, potranno uccidere lo stesso Khamenei, ma quel che è avvenuto in Afghanistan, Iraq e Libia dovrebbe farci riflettere. Non è detto che quel che arriverà dopo un intervento militare occidentale e dello Stato genocida di Israele sarà migliore. Non è detto affatto. Sono stati gli interventi esterni a tenere in vita tutti questi anni la Repubblica islamica. Se Saddam Hussein (sostenuto allora da tutto il mondo occidentale, URSS inclusa) non avesse invaso l’Iran, probabilmente oggi la Repubblica islamica non esisterebbe. È stata la guerra Iraq-Iran a forgiare intere generazioni di persiani, sono stati gli omicidi mirati israeliani in Iran a convincere milioni di persiani di essere sotto attacco e a tenere in vita il regime degli ayatollah.
Aggiungo un’ultima cosa. L’Iran non confina con la Svezia e la Norvegia, ma con l’Iraq e l’Afghanistan. Gli iraniani hanno visto gli effetti dell’esportazione della democrazia nei Paesi limitrofi. Hanno visto per anni i rifugiati afghani fuggire dal Paese e cercare un posto sicuro dove vivere in Iran. Hanno visto centinaia di migliaia di iracheni venire a curarsi negli ospedali di Abadan, Ahvaz o Qom dopo che gli esportatori di libertà avevano distrutto il loro Paese.
Vogliono la libertà, e ne hanno tutto il diritto al mondo, sanno altresì come è fatta la “libertà occidentale”, ne conoscono gli effetti, il sangue, i morti e l’ipocrisia.
Credo che l’Europa potrebbe eccome fare azioni politiche per aprire una crepa all’interno del regime iraniano e dare il la a una transizione che possa portare – con i tempi persiani – a un cambiamento.
Le bombe, gli “aiuti” promessi da Trump, una eventuale (per me difficilissima perché l’Iran non è l’Iraq) invasione straniera non faranno altro che portare alla distruzione di uno dei Paesi più importanti e belli al mondo, un Paese, lo ricordo, alleato di Cina e Russia e membro dei BRICS.
Come scrive Travaglio: “Si può anche uccidere, o rapire, o mettere in fuga l’ayatollah Khamenei (87 anni), ma un regime che dura da 46 anni non finisce con lui: non è un monolite, ma un meccanismo complesso, stratificato, fra potere teocratico, pasdaran, oligarchi, polizia morale, polizia ordinaria, milizie basiji, esercito ecc. È il primo fornitore di petrolio alla Cina, sta nei BRICS, è alleato di Russia, Iraq, Yemen e ha accordi di convenienza con l’altra potenza anti-israeliana dell’area: la Turchia. Non è il Venezuela, dove basta rapire Maduro e comprarsi la sua vice. E non è nel ‘cortile di casa’ latinoamericano: è nel vaso di Pandora del Medio Oriente. Riusciranno i nostri eroi a scatenare un’altra guerra al buio senza sapere dove e a fare pure peggio degli ayatollah?”
Alessandro Di Battista – 14/01/2026
https://alessandrodibattista.substack.com/p/lesportazione-della-democrazia-e

