[SinistraInRete] Mario Sommella: La vergogna sbagliata

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Mario Sommella: La vergogna sbagliata

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La vergogna sbagliata

di Mario Sommella

Paolo Gentiloni descrive con precisione la «guerra totale» di Putin e poi ne ricava la conclusione che la prolunga: più armi, più debito, nessuna iniziativa diplomatica europea, e la gogna per chi chiede di negoziare. Rileggiamo le sue tesi una per una, partendo dai suoi stessi numeri

8fd90148 a111 11ee 8a50
aa124a9df6fa.jpg1. Il ponte Nord e la parola che manca

Domenica 4 ottobre, mentre il cancelliere tedesco Friedrich Merz arrivava a sorpresa a Kiev, i droni russi colpivano di nuovo il ponte Nord sul Dnipro, nell’ora in cui era pieno di automobili. La capitale ucraina è tagliata in due dal fiume, largo circa un chilometro e attraversato da otto ponti: in quei giorni la circolazione era ridotta o interrotta su cinque di essi. Basta questa immagine per capire che cosa significhi, per una famiglia di Kiev, andare al lavoro o portare un figlio a scuola nel quinto autunno di guerra.

Due giorni prima, a Ginevra, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk aveva presentato il conto: 15.280 civili uccisi o feriti in Ucraina nei primi otto mesi del 2026, in media più di quattrocento ogni settimana, il 55 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La missione ONU di monitoraggio aveva documentato, in settembre, vittime civili a Kiev in sedici dei primi ventiquattro giorni del mese, una frequenza mai registrata nella capitale dall’inizio dell’invasione su larga scala. Tra i morti ci sono operai uccisi mentre smistavano verdura in un magazzino.

È da qui che parte Paolo Gentiloni nel suo intervento pubblicato oggi su la Repubblica, e sulla descrizione non c’è nulla da obiettare. La responsabilità di questi bombardamenti è del Cremlino, e una sinistra che esita a dirlo con chiarezza fa un torto alle vittime prima ancora che alla propria credibilità. Il problema dell’articolo non sta nella fotografia, ma in ciò che Gentiloni sceglie di non inquadrare.

Il discorso di Türk portava un titolo preciso: accanto alla pace, deve esserci l’accertamento delle responsabilità. E il messaggio che le Nazioni Unite hanno affidato al mondo è che questa guerra, definita una catastrofe per i diritti umani, deve finire. Non che deve essere vinta: che deve finire. La stessa missione ONU, nel rapporto di fine settembre, segnalava anche un aumento delle vittime civili in territorio russo causato dagli attacchi ucraini a lungo raggio, descrivendolo come una tendenza all’escalation contraria al diritto internazionale umanitario.

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Fulvio Grimaldi: Yemen, stavolta David è arabo – Bab el Mandeb e Corno d’Africa, lotta per una vena giugulare

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Yemen, stavolta David è arabo – Bab el Mandeb e Corno d’Africa, lotta per una vena giugulare

di Fulvio Grimaldi

Sanaa mercato.jpgAndare da Damasco a Sanaa, 2.872 km, significa fare un viaggio accompagnato dai millenni. Percorso tra due facce di un’unica civiltà dalle mille espressioni, quella della moschea degli Omayyadi in Siria e quella, in Yemen, del mercato storico di Bab el Yaman, vegliato da piccoli grattacieli di fango (scarseggiava il piano in cima a quelle vette sollevatesi dal Mar Rosso), decorati a calce. Per compierlo, tanti anni fa, ci avevo messo due giorni e una notte, tra fuori strada, autobus, un trattino in carovana e taxi finale.

Era quando, raccontato a Paese Sera ciò che avevo visto nella Guerra dei Sei Giorni e il giornale mi disse di vedere che effetto ne era venuto ai paesi arabi della regione, arrivai a Sanaa. Poi, sempre da Damasco, ma stavolta in due ore da aeroporto ad aeroporto, vi capitai in fuga dalla mattanza allestita dai “falchi” di Cossiga, ministro degli Interni e nel quale, a qualche decina di metri da noi in trincea sul Ponte Garibaldi, un suo sgherro aveva ucciso Giorgiana Masi, 16 anni, colpendola alla schiena. 12 maggio 1977.

Colpito anch’io da un candelotto, con un ginocchio mezzo spappolato, perlopiù marchiato di Lotta Continua, su suggerimento di Giorgio Alpi, papà della collega Ilaria e chirurgo, giunto via Roma-Damasco-Sanaa in Yemen, ci feci la mia seconda latitanza (da ordine di cattura per reati di stampa!). Ci rimasi per due bellissimi anni che mi permisero di fraternizzare con la regione, dall’Eritrea all’Iraq.

Oggi la distanza politica tra queste due capitali di un unico e millenario aggregato di civiltà è come quella tra la nazionalizzazione di Nasser del Canale di Suez, che il colonialismo ha dovuto subire, e l’insediamento del capo di Al Qaida nel palazzo presidenziale di Damasco con tanto di legittimazione nientemeno che del segretario dell’ONU. Un Guterres che si è adeguato al colonialismo 2.0 dalle unghie limate, trascinando la comunità delle nazioni, da statuto impegnata per pace e democrazia, a inchinarsi alla titolarità sul paese del tagliateste che, uccidendolo, ha eseguito il mandato commissionatogli.

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Stefania Consigliere e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia): Si alza il vento / 6 – Tutta un’altra (prei)storia

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Si alza il vento / 6 – Tutta un’altra (prei)storia

di Stefania Consigliere e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)

Si alza il vento.jpgLungo la storia che conosciamo, e in particolare nei secoli della modernità, i tempi cupi abbondano. Violenza, dominio, guerra sono molto più presenti dei loro antonimi, l’ingiustizia la fa da padrona, crudeltà e stermini spuntano ovunque. A valle di tanta infelicità, vien da pensare che sia la natura umana stessa a essere bacata, a portare in sé un’incorreggibile stortura che, volta dopo volta, ci fa ripiombare nella ripetizione del già visto (e già patito). Come notava Portelli nella scorsa puntata, fior di filosofi l’hanno teorizzato e, in tutta onestà, ci sono giorni tristi in cui questa lettura sembra imporsi come un’evidenza. In altri giorni, invece, pare d’intravedere, fra le righe del consueto orrore, lo scorrere di un mondo altro, dove – anziché quelle del dominio e dello sfruttamento – s’inanellano le conseguenze del mutuo sostegno, della libera discussione, dell’attenzione e della cura reciproca. Quel mondo balena a volte nelle pagine di un libro, nel gesto di un amico, nella grazia di un animale; a volte se ne ha sentore in un vecchio vicolo di case in pietra o nella modulazione di un canto popolare. L’intuizione, che pur ci arriva, di un mondo meno schifido è illusione da condannati oppure è nostalgia e prefigurazione? E se non è illusione, a quale bivio storico abbiamo sbagliato strada?

Questa domanda è stata a lungo soffocata, irrisa: «Ma quale errore, non c’è stato nessun errore, è il progresso, baby!». Già. Per consolarci dallo sgomento della storia ci hanno detto, fin da quando eravamo bambini, che tutto avveniva in vista di qualcosa di meglio; che la violenza era levatrice di un nuovo paradiso in terra; e che proprio noi (noialtri occidentali, pensa un po’!) eravamo la civiltà superiore destinata a portare ovunque la buona novella. Passata con l’infanzia l’allergia all’ingiustizia, quella domanda è rimasta a lungo sepolta.

Oggi invece è possibile disseppellirla, come i tamburi degli sciamani siberiani: non solo tornare a porla, ma anche azzardare delle risposte. È quanto hanno fatto un antropologo e un archeologo – David Graeber e David Wengrow – in un libro destinato a diventare un classico moderno della “nuova pensabilità storica” e di cui, infatti, si discute moltissimo nei contesti militanti.

L’alba di tutto è un testo magmatico, ondivago, poderoso. Un po’ perché, a rigor di termini, è un’opera scientifica che poggia le sue 720 pagine sopra un’enorme letteratura specializzata.

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John Mearsheimer: Il grande bluff di Trump sull’Iran

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Il grande bluff di Trump sull’Iran

di John Mearsheimer

L’amministrazione Trump e i suoi sostenitori – compresa la pagina editoriale del Wall Street Journal – stanno lavorando senza sosta in questi giorni per manipolare le notizie sulla guerra con l’Iran, in modo da far sembrare che gli Stati Uniti stiano vincendo e che Teheran farebbe meglio a sottomettersi alle richieste di Washington prima di essere distrutta, forse addirittura “annientata”. In effetti, Trump sta preparando l’opzione di sferrare un duro colpo militare contro l’Iran dopo le elezioni di medio termine, qualora Teheran non si fosse arresa entro quel momento.

* * * *

Di fatto, Trump e i suoi sostenitori stanno conducendo una «campagna di massima pressione» contro l’Iran sui media mainstream. Questa campagna è destinata a fallire. Semmai, riflette la disperazione dell’amministrazione Trump. Il presidente ha dato inizio a una guerra che gli Stati Uniti erano destinati a perdere, e ormai c’è ben poco che possa fare per cambiare questo dato di fatto.

La campagna di propaganda di Trump ha due dimensioni: una economica e l’altra militare.

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Lavinia Marchetti: La lotta di classe dopo la fine della lotta di classe

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La lotta di classe dopo la fine della lotta di classe

Francia e Spagna in rivolta e anche nel Sud Italia qualcosa si muove.

di Lavinia Marchetti

 

Non vorrei azzardare ipotesi senza prove, ma ho come il vago sospetto che le guerre coloniali in Medio Oriente (accluso un genocidio), le sanzioni alla Russia, il finanziamento ad libitum dell’Ucraina, il dissennato riarmo proposto dalla classe dirigente e criminale europea, possano entrarci qualcosa. Ma è solo un impressione. Vediamo che succede.

 

1. In Francia la rivolta comincia dentro una scuola che cade a pezzi.

La Seine-Saint-Denis è giovane, povera e da anni riceve una scuola pubblica peggiore di quella promessa dalla République. Mancano professori e saltano settimane di lezione, gli edifici hanno infiltrazioni e topi, anche i controsoffitti che cedono. Un rapporto parlamentare citato dal Manifesto di ieri calcolava che uno studente del dipartimento perda durante il proprio percorso scolastico l’equivalente di diciotto mesi di lezione per le assenze dei docenti e la difficoltà di sostituirli.

I liceali hanno bloccato gli ingressi e la protesta si è propagata molto oltre Parigi diventando ormai un movimento nazionale. La questione del riarmo è entrata direttamente nelle rivendicazioni. Marius Mesnil, diciott’anni, dirigente dell’Union syndicale lycéenne, la mette in termini piuttosto chiari: «Siamo una generazione che non ha voglia di andare a morire in guerra, ma di studiare».

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Mario Lombardo: I conti nascosti del Pentagono

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I conti nascosti del Pentagono

di Mario Lombardo

Il bilancio militare degli Stati Uniti è talmente enorme da sembrare quasi impossibile da aumentare ulteriormente. Eppure anche la cifra di 1.500 miliardi di dollari che l’amministrazione Trump si appresta a mettere sul tavolo per il prossimo esercizio rischia di essere un dato fortemente sottostimato. Il problema è che una parte consistente della spesa militare americana non compare nel bilancio del Pentagono, ma viene disseminata tra decine di altre voci e agenzie federali, fino a rendere il costo reale dell’apparato bellico statunitense molto più alto di quello ufficialmente dichiarato.

È questa la conclusione cui arriva un recente articolo di David Vine sul blog indipendente TomDispatch, basato anche sul lavoro del “Project on Government Oversight” (POGO), che ha provato a ricostruire il vero ammontare della spesa militare americana attraverso diverse metodologie. Il risultato è impressionante: già nel 2025, ultimo anno fiscale completo preso in esame, la spesa militare effettiva sarebbe stata compresa tra 1.500 e 1.800 miliardi di dollari. Con le richieste di Trump per il 2027, il conto potrebbe invece arrivare ad almeno 2.581 miliardi.

La ragione di una differenza tanto gigantesca rispetto ai numeri abitualmente citati è relativamente semplice. Negli Stati Uniti le spese per le forze armate e per le guerre non vengono contabilizzate tutte nello stesso posto. Oltre al Dipartimento della Difesa – che Trump ha ribattezzato “Dipartimento della Guerra” – centinaia di miliardi di dollari vengono iscritti nei bilanci di almeno altri 17 dipartimenti e organismi federali.

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Fabrizio Marchi: “Naza”. Quando il genocidio diventa sistema

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“Naza”. Quando il genocidio diventa sistema

di Fabrizio Marchi

Ho visto ieri sera il film “Naza”. In realtà si tratta di un documentario dove parlano, naturalmente in incognito e senza mostrare il volto, alcuni dei protagonisti del genocidio in corso da anni a Gaza. Sono per lo più tecnici specializzati (soprattutto informatici) e anche alcuni membri delle unità di elite dell’esercito israeliano che hanno deciso, non so per quale ragione – soltanto uno per un autentico pentimento, tutti gli altri forse per un non ancora consapevole bisogno inconscio di portare alla luce l’immane massacro di cui anch’essi sono stati protagonisti e di cui sono responsabili per la loro parte – di rispondere alle domande che venivano loro poste.

Ciò che emerge è ciò che quelli come noi, più informati sui fatti e soprattutto sulla natura dello stato israeliano, sapevano già, ma un film è potenzialmente destinato ad un pubblico enormemente più vasto e meno informato sulla carneficina tuttora in corso e destinata a non finire se non con l’annientamento dei palestinesi di Gaza (e poi della Cisgiordania).

Sono diversi gli aspetti che vengono alla luce.

Il primo. Non c’è dubbio che quanto sta accadendo a Gaza è ciò che, storicamente parlando, si avvicina di più a quanto ideato e poi messo in pratica dai nazisti durante la seconda guerra mondiale sia nei confronti degli ebrei che delle popolazioni slave e russe.

Il secondo. Il documentario mostra e dimostra la vera finalità di ciò che sta accadendo che non è la distruzione di Hamas e delle altre organizzazioni della resistenza palestinese ma il vero e proprio annientamento del popolo palestinese.

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Andrea Coveri: Augusto Graziani e la teoria marxiana del valore

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Augusto Graziani e la teoria marxiana del valore

di Andrea Coveri*

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TRABAJO 2048x2048.jpg1. Introduzione

Non sono molti gli scritti che Augusto Graziani ha dedicato alla teoria marxiana del valore. Eccezion fatta per alcune sezioni del suo manuale Teoria economica: Prezzi e distribuzione – la cui terza ed ultima edizione, per le Edizioni Scientifiche Italiane, risale al 1993 – il suo contributo più innovativo e compiuto in merito è probabilmente contenuto in un suo articolo pubblicato sulle pagine de l’Unità nel 1983, dal titolo “Riabilitiamo la teoria del valore” (Graziani, 1983).

Per cogliere l’originalità della posizione di Graziani è tuttavia necessario richiamare, sia pure per sommi capi, il contesto teorico in cui essa si colloca. Per gran parte del Novecento, il dibattito sulla teoria marxiana del valore si è concentrato sul cosiddetto “problema della trasformazione dei valori in prezzi”.

Nel Libro I del Capitale, Marx assume infatti che le merci si scambino a prezzi proporzionali al tempo di lavoro diretto e indiretto contenuto nelle merci – quelli che Shaikh (1977) chiama “prezzi diretti” (direct prices) e che de Vroey (1981) definisce “prezzi semplici” (simple prices) –, che rappresentano, per così dire, la controparte monetaria del tempo di lavoro contenuto nelle merci. In questa configurazione, il saggio di sfruttamento coincide con il saggio del plusvalore e il profitto appare come la forma fenomenica del plusvalore, generato dallo sfruttamento dei lavoratori salariati all’interno della sfera della produzione. Come noto, nel Libro III del Capitale Marx introduce i prezzi di produzione, i quali – nell’ambito di un’economia capitalistica con libera mobilità dei capitali – assicurano un saggio uniforme del profitto sui capitali impiegati nei diversi settori produttivi. Poiché i prezzi di produzione non sono, in generale, proporzionali al lavoro contenuto nelle merci, si è posto il problema di “dedurre” in modo logicamente coerente i prezzi di produzione a partire dai prezzi semplici (ossia di determinare i primi sulla base dei secondi).

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Gianandrea Gaiani: I russi attaccano i ponti sul Dniepr, Zelensky punta a indebolire Trump

I russi attaccano i ponti sul Dniepr, Zelensky punta a indebolire Trump

di Gianandrea Gaiani

1487399.jpgNelle prime ore del mattino di ieri un attacco russo contro Kiev ha colpito nuovamente il ponte Pivdennyi (Ponte Sud) della capitale ucraina, già bersagliato più volte nella giornata di ieri. La notizia è riportata da Ukrinform, che cita il sindaco Vitali Klitschko su Telegram. Klitschko ha inoltre riferito che detriti sono caduti in un’area aperta nel quartiere di Holosiivskyi. Finestre di un edificio non residenziale e diverse automobili sono state danneggiate. A

Kiev dunque il traffico dei mezzi pubblici è temporaneamente limitato su alcuni ponti, ha fatto sapere l’amministrazione cittadina tramite Telegram. Il Ponte Sud, in particolare, è chiuso in entrambe le direzioni; il ponte della metropolitana è chiuso in direzione della riva destra. Il Comune ha comunicato ai cittadini le modifiche al trasporto pubblico.

Il traffico a Kiev è andato in tilt dopo la chiusura di uno dei ponti principali della città e l’imposizione di restrizioni su altri, in seguito a una nuova ondata di attacchi russi con droni. I reporter dell’AFP hanno osservato lunghe code di auto e autobus bloccati sulle arterie principali della capitale ucraina, mentre i pendolari cercavano percorsi alternativi.

Il congestionamento è stato causato dalla chiusura totale al traffico, in entrambe le direzioni, del Ponte Sud (Pivdennyi Mist), uno degli otto ponti che collegano la parte orientale e quella occidentale di Kiev attraversando il fiume Dnipro. Il Ponte Paton, situato più a nord, è rimasto aperto in un solo senso di marcia, ha dichiarato il sindaco Vitali Klitschko, senza tuttavia segnalare danni alla struttura.

I droni russi hanno colpito le strutture portanti del Ponte Sud. Il passaggio è stato chiuso temporaneamente per consentire una valutazione strutturale. Sebbene avesse riaperto al traffico veicolare e alla metropolitana poco dopo, il ponte ha subito nuovi attacchi con droni nella notte appena trascorsa, ha riferito Klitschko. Il secondo attacco notturno ha danneggiato un pilone, il manto stradale e una barriera protettiva in calcestruzzo lungo la linea della metropolitana, ha aggiunto il sindaco.

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Onofrio Romano: Morire di abbondanza

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Morire di abbondanza

di Onofrio Romano

71Zh0femsNL. UF10001000 QL80 .jpgCi sono libri con i quali si discute e libri nei quali, con un certo sconcerto, ci si ritrova. Il libro di Massimiliano Civino (Max, per me), Quel pane che non sazia. Scarsità, bisogni e crisi dell’uomo nell’età dell’abbondanza(Independently published, 2026) appartiene decisamente alla seconda categoria. Il saggio s’installa dentro una domanda che continua a sembrarmi scandalosamente rimossa: e se il nostro problema non fosse più, o non fosse soltanto, la scarsità?

Siamo così addestrati a pensarci come esseri mancanti che persino quando critichiamo il capitalismo continuiamo spesso a raccontare il mondo con le sue categorie. Non ce n’è abbastanza. Non produciamo abbastanza. Non abbiamo abbastanza. E quando finalmente immaginiamo l’alternativa, essa consiste quasi sempre nel distribuire meglio ciò che continua a essere pensato sotto il segno della penuria.

Civino prende la questione dall’altro lato. Il suo Erisittone mangia e più mangia più ha fame. Non perché il pane non ci sia, ma perché non riesce più a nutrirlo. È una differenza gigantesca. La maledizione non consiste nella mancanza dell’oggetto, ma nell’impossibilità di stabilire con esso una relazione che possa, almeno per un istante, concludersi. Il libro parte da qui: la modernità ha prodotto una potenza tecnica e sociale capace, almeno potenzialmente, di allentare la presa della necessità materiale, e proprio nel momento in cui questa possibilità diventa storicamente pensabile la fame cambia natura. Sopravvive dentro il soggetto.

È questo il primo motivo per cui il libro mi sembra importante. Non imbocca la comoda via penitenziale. Non ci racconta che eravamo felici quando eravamo poveri, che la comunità tradizionale era calda e accogliente e poi è arrivato il capitalismo cattivo a guastare la festa. Il mondo antico era anche fame vera, dipendenza, esposizione brutale alla necessità. E la modernità, insieme alle sue devastazioni, ha effettivamente liberato energie inaudite. Dimenticarlo significa trasformare la critica in una forma un po’ patetica di turismo nel passato.

Il punto interessante viene dopo.

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Infoaut: E’ la bolla: quanta energia nelle mani dei padroni

E’ la bolla: quanta energia nelle mani dei padroni

di Infoaut

Stiamo entrando mani e piedi in un sistema di capitalismo finanziario in cui l’energia è la principale merce di scambio.

Merce immateriale ma profondamente terrena: senza energia non c’è vita, l’energia è il motore per curarci, per mangiare, per scaldarci. Terrena come le miniere di uranio per produrre energia atomica, terrena come ettari di suolo che ospitano palazzi di server, terrena come scatole di metallo che se colpite da missili o droni possono fare saltare in aria centinaia di petabyte. Quel che salta in aria non è una fabbrica di armi o una ferrovia ma è il contenitore dentro il quale non vi è più alcun confine tra militare e civile. 

L’Italia è un teatrino grottesco. Il governo Meloni dall’inizio del suo mandato è passato dai proclami sull’hub del Mediterraneo per il gas e al Piano Mattei per poi voler dare seguito agli ultimi colpi di coda del Green New Deal europeo, per poi passare a encomiare la necessità delle trivellazioni di greggio – praticamente inesistente nella penisola – fino ad arrivare alla grande truffa del nucleare come soluzione finale. 

Il Ministro della Sicurezza energetica ha dunque ottenuto il consenso per il disegno di legge sul ritorno all’atomo. Questo disegno di legge delega dovrà essere sostanziato dai decreti legislativi di attuazione ma intanto traccia delle cosiddette “linee guida”, fumose e insensate, che possono essere riassunte così: si parla di nuovi “small modular reactor” senza parlare di deposito per le scorie passate né di decommissioning delle vecchie centrali; si parla di nucleare sostenibile senza parlare di salute degli abitanti dei territori contaminati né dei costi ambientali ed economici, oltre che di sicurezza.

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coniarerivolta: Torna l’inflazione, resta la questione di classe

coniarerivolta

Torna l’inflazione, resta la questione di classe

di coniarerivolta

L’inflazione torna a mordere, e galoppa: +3.3% ad agosto, +4,2% a settembre, su base annua. Nel solo mese di settembre i prezzi sono aumentati dello 0,7%.

Da una parte la BCE che torna ad aumentare i tassi di interesse e così facendo colpisce i lavoratori e le famiglie due volte, se non tre: aumentando il costo dei mutui, aumentando i costi del finanziamento per le imprese, che possono trasferirne una parte sui prezzi, tanto più nei settori non concorrenziali e quindi alimentare l’aumento dei prezzi e, infine, ma non per questo meno importante, con questa manovra la BCE esprime la volontà di aumentare la disoccupazione e raffreddare sul nascere qualsiasi ipotesi di spinta salariale. 

 Dall’altra parte, il governo, che è affannosamente alla ricerca di misure simboliche per dimostrare di stare facendo qualcosa (l’intervento spot sulle accise per il carburante nei giorni del rientro estivo è illuminante in questo senso) e chiama in soccorso il capitalismo petrolifero nazionale, che disvela così tutta la sua misera opulenza. Tutte queste misure, tuttavia, non affrontano minimamente le radici strutturali della questione inflazione, e soprattutto le sue conseguenze distributive che vanno ben oltre il numeretto che mensilmente l’ISTAT distribuisce. Vediamo allora cosa ci dicono i dati, se allarghiamo un po’ lo sguardo prendendo in considerazione cos’è successo negli anni recenti. 

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Il Chimico Scettico: La necessaria fatica dell’apprendere (IA, scuola, università)

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La necessaria fatica dell’apprendere (IA, scuola, università)

di Il Chimico Scettico

Qua sopra fin dall’inizio si prese una posizione chiara sugli inviti allo studio e alla lettura che dilagavano sui media social e non. Si fece notare che il problema non era leggere, ma cosa leggi, e non era tanto studiare ma capire quello che si studia.

I media degli ultimi 30 anni e in particolare i social media hanno lavorato esattamente in direzione contraria, producendo vaste folle (bolle) dove chi accusava l’altro di analfabetismo funzionale era di fatto incolto quanto lui. La parola d’ordine, non compresa ma assimilata acriticamente, sostituiva il processo cognitivo. In questo quadro l’uso di massa degli LLM costituisce il passo successivo: non si delega all’IA semplicemente il processo cognitivo, gli si delega anche quello scrittorio – la perfetta quadratura del cerchio. E tale delega dello scrivere viene pure rivendicata da molti che di scrittura vivono, che si lamentano di una caccia alle streghe anti IA e non si rendono conto che tra scrivere con un word processor e ottenere testo tramite un LLM la differenza è abissale (in fondo solo una conferma delle infime competenze linguistiche che sono la cifra del pop contemporaneo?).

Già Nature aveva parlato del de-skilling dei medici negli ospedali che usano l’IA per le diagnosi: i medici usavano l’IA e perdevano capacità diagnostica. Ora sulla stessa rivista arrivano le preoccupazioni sull’uso dell’IA da parte degli studenti.

All’inizio di quest’anno, il ricercatore in scienze dell’ educazione Lixiang Yan si è reso conto che gli studenti potevano affidare interamente a un’intelligenza artificiale il lavoro del suo corso universitario.

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Domenico Moro: Gli USA stanno sfrattando Netanyahu?

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Gli USA stanno sfrattando Netanyahu?

di Domenico Moro

Negli ultimi giorni è arrivata l’ennesima conferma, questa volta da parte dell’intelligence egiziana, del fatto che Netanyahu sapeva in anticipo dell’attacco di Hamas il 7 ottobre 2023. L’obiettivo è molto chiaro: liberarsi di Netanyahu, divenuto ormai impresentabile, a meno di un mese dalle elezioni israeliane.

Il mandante dell’operazione è piuttosto chiaro: il governo degli Usa. La soffiata dell’intelligence dell’Egitto, paese controllato e finanziato dagli Usa, è passata attraverso il Wall Street Journal, che è di proprietà del miliardario Rupert Murdoch, sostenitore della grande finanza Usa e ultra-repubblicano. Evidentemente, il mastino israeliano alla fine è risultato poco controllabile per il padrone Usa in diversi contesti (compresi quelli dell’Iran e del Libano). Urge, quindi, un cambio di premier.

Comunque, lo sfratto statunitense nei confronti di Netanyahu è anche una risposta a chi diceva che la potenza egemone dell’imperialismo occidentale, cioè gli Usa, potesse essere controllata da un paese come Israele, che ne è la centesima parte e che, senza aiuti militari e finanziari degli Usa e senza l’appoggio delle loro Forze Armate, collasserebbe in poco tempo. È, piuttosto il contrario, sono gli Usa che si servono degli israeliani per controllare l’area più importante del mondo in termini di risorse energetiche, anche se Israele spesso agisce di testa sua.

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