[SinistraInRete] Fabio D’Alessandro: Il miraggio della fine del lavoro

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La tecnologia, in ecosistema capitalistico, non è mai stata uno strumento di liberazione. È sempre stata uno strumento per riorganizzare un più efficace dominio

 

Fabio D’Alessandro: Il miraggio della fine del lavoro

Il miraggio della fine del lavoro

di Fabio D’Alessandro*

La tecnologia, in ecosistema capitalistico, non è mai stata uno strumento di liberazione. È sempre stata uno strumento per riorganizzare un più efficace dominio

schiavismo.jpegNel 1930, John Maynard Keynes scrisse che i nipoti dei suoi contemporanei avrebbero lavorato quindici ore alla settimana. La tecnologia — prevedeva — avrebbe liberato l’umanità dalla fatica, regalando tempo per la cultura, le relazioni, la vita. Siamo nel 2026, a quattro anni dalla scadenza di quella profezia, e la realtà è un capovolgimento grottesco: non lavoriamo meno, lavoriamo peggio. L’automazione e l’intelligenza artificiale non hanno liberato nessuno. Hanno semplicemente spostato lo sfruttamento, rendendolo più efficiente e meno visibile.

Mentre Sam Altman e i CEO della Silicon Valley promettono un futuro di abbondanza alimentato dall’AI, a Nairobi un lavoratore di Sama etichetta contenuti traumatici per 1,32 dollari l’ora — il prezzo per rendere ChatGPT presentabile al mercato. A Stoccolma, Klarna licenzia 700 dipendenti sostituendoli con un chatbot, salvo poi riassumere esseri umani quando i clienti iniziano a lamentarsi in massa. La gig economy globale vale 582 miliardi di dollari nel 2025 e cresce al ritmo del 15% annuo, trascinando milioni di persone in un limbo contrattuale dove i diritti sono un optional e la precarietà è la norma. Il nocciolo della questione è semplice: la tecnologia non ha mai avuto l’obiettivo di liberarti dal lavoro. Ha sempre avuto l’obiettivo di rendere il tuo lavoro più redditizio — per qualcun altro.

Per capire come siamo arrivati qui, a un mondo in cui l’automazione crea più precarietà invece che meno, bisogna guardare chi ha preso le decisioni e chi ne ha pagato il prezzo. E bisogna partire da una profezia mancata.

 

Da Keynes ai bullshit jobs: come ci hanno rubato il tempo

La previsione di Keynes non era un delirio utopico. Poggiava su un ragionamento solido: se la produttività cresce al ritmo del 2% annuo — e nel 1930 stava effettivamente accelerando, con la produzione industriale americana aumentata del 40% in soli sei anni — entro un secolo il problema economico fondamentale sarebbe stato risolto. L’umanità avrebbe prodotto abbastanza beni per tutti con una frazione del lavoro necessario ai suoi tempi. E in un certo senso aveva ragione: la produttività è esplosa.

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Lavinia Marchetti: Che c’entra Gaza con i «problemi degli italiani»?

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Che c’entra Gaza con i «problemi degli italiani»?

 di Lavinia Marchetti

Da Gaza alle nostre piazze, la sicurezza giustifica tutto. Chi ci difende da chi dice di proteggerci?

550e6620 192e 4fbf a824 763a3cdb08a5 670x664.jpgTrovo molto esemplificativo del declino cognitivo di questa epoca il fatto che si fatichi a comprendere, nell’opinione pubblica, il legame tra Gaza, un genocidio, e le lotte per la scuola, la dignità, il welfare e contro il riarmo. Non volerci vedere un collegamento può essere un effetto di apoptosi neurale derivato dallo scrolling? Un effetto del successo della propaganda di guerra? Non saprei. Basta guardare. Siamo una società che assorbe quotidianamente violenza e autoritarismo, insieme alla paura, all’erosione dei diritti e alla macelleria sociale. «Eh, ma che c’entra Gaza?». «Invece di protestare per la Palestina protestassero per i problemi dell’Italia». E bla bla bla. Veramente non capite o fate solo finta?

Abbiamo imparato a pensare la politica per cassettini, compartimenti stagni. Gaza va negli esteri. La scuola va nella scuola e la pensione di nostra madre sta nel welfare. I carri armati hanno il loro cassettino chiamato «difesa». Poi ci sono gli stipendi bassi, il caro affitti, poi il declino della sanità. Questa separazione fa un favore enorme al potere, impedendoci, ad esempio, di vedere dove finiscono i soldi o peggio quali comportamenti diventano leciti a colpi di DDL incostituzionali e anche quanto spazio viene concesso alla forza e allo stato d’eccezione permanente.

Quando parliamo di «Laboratorio Gaza» parliamo soprattutto di questo. Gaza ha mostrato fino a quale punto uno Stato alleato (e foraggiato, difeso e perché no? Anche giustificato) dell’Occidente possa spingersi oltre, oserei dire oltre l’umano, continuando a ricevere protezione diplomatica e sostegno politico.

Fino a tre anni fa qualcuno poteva ancora rifugiarsi nell’argomento dell’ignoranza. In effetti pochissimi seguivano il conflitto israelo-palestinese. Era quasi impensabile, se non per gli addetti ai lavori, parlare di Apartheid, colonialismo, terrorismo israeliano e così via. Adesso è diventato difficile non vedere. Abbiamo visto di tutto. Abbiamo anche letto. I documenti sono arrivati uno dietro l’altro, spesso quando i morti erano già molti di più di quelli descritti nel documento precedente. E nel frattempo cosa abbiamo imparato? Anzi, cosa ci è stato conficcato a forza nelle coscienze? Che un principio giuridico come il diritto internazionale può senza dubbio continuare a esistere sulla carta, ma che è scritto su carta straccia. La faccio semplice per una volta. Il laboratorio “Gaza” è esattamente questa forma di apprendimento.

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Fulvio Grimaldi: Prima di me? Il diluvio!

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Prima di me? Il diluvio!

di Fulvio Grimaldi

 

Avant moi, le deluge

L’espressione francese “après moi, le déluge” si traduce “Dopo di me, il diluvio”. Tradizionalmente attribuito a Luigi XV, indica un totale disinteresse per le conseguenze future e per i problemi che colpiranno gli altri dopo la propria fine, o il proprio allontanamento. Insomma dopo di me, il nulla.

C’è chi, e sono soprattutto coloro che la storia la scrivono da posizioni di potere corrente, parafrasa Luigi XV all’incontrario: prima di me il diluvio, cioè il nulla. E fa partire lo stato delle cose dal punto che più gli conviene. Per darne una rappresentazione concreta, mi soccorre un ricordo.

Eravamo, io e Pierluigi Bersani da Floris, a “di Martedì”. Tema, l’invasione-aggressione della Russia all’Ucraina, tema immortale, imprescindibile, roccia su cui erigere la verità nei secoli dei secoli. Una delle vicende più complesse del nostro tempo veniva codificata, pietrificata, nella formula ineluttabile “un aggressore e un aggredito”. Da lì non si scappa, ne va della riuscita di ciò che il destino, la giustizia, la morale e, soprattutto il mercato, ci impone: Russia delenda est.

Fidando nell’immagine che veniva data di un Bersani virtuoso delle metafore bovine, prospettiva un tantino più radicale della comitiva portata a passeggio dalla Schlein e, soprattutto, insignito di una laurea in Storia e Filosofia, al già segretario del Grande Partito mi rivolsi per un aiutino contro il deluge dell’”aggressore e aggredito” che alluvionava pubblico presente e audience.

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Franco Berardi Bifo: Geronto-fascismo

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Geronto-fascismo

di Franco Berardi Bifo

Pubblichiamo un estratto dell’illuminante saggio introduttivo di Franco Bifo Berardi a Psicopatologie delle ultradestre. Trump, Milei e la follia al potere di Yago Franco, appena uscito per DeriveApprodi. Bifo interroga la specificità delle nuove destre: dall’aggressività giovanile del fascismo storico alla depressione senile del presente, dalla repressione sessuale alla paralisi del desiderio. Una riflessione sulla dimensione psichica dell’autoritarismo contemporaneo e sulla retorica libertaria che trasforma la libertà di una minoranza nel diritto di sottomettere gli altri.

* * * *

Innegabile è il carattere fascista del regime che si è instaurato negli Stati Uniti d’America, faro della civiltà occidentale, durante l’ultimo decennio, cioè da quando negli Stati Uniti ha vinto le elezioni presidenziali un individuo che incarna in maniera esemplare l’ignoranza, la tracotanza e il razzismo, motore della storia di quel popolo. La prova è sotto gli occhi di tutti: violenza contro le minoranze, negazione della divisione tra i potere dello Stato, razzismo dichiarato e ostentato, deportazioni di massa, aggressività militare.

Eppure la parola «fascismo» deve essere contestualizzata, perché in quella parola non è sufficiente a definire la novità di quello che sta accadendo, non solo negli Stati Uniti ma in tutto l’Occidente.

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Fabrizio Marchi: A proposito del burqa nelle scuole (e altre ipocrisie)

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A proposito del burqa nelle scuole (e altre ipocrisie)

di Fabrizio Marchi

Ho insegnato per tanti anni nei licei di Roma, sia del centro che, soprattutto, delle periferie. Ho avuto o comunque conosciuto migliaia di studenti e di studentesse e ne ho incontrata solo una che indossava non proprio il burqa ma una sorta di soprabito, presumo il “niqab”, che le copriva il viso con l’esclusione degli occhi. Una su migliaia di studenti e studentesse straniere.

Sorvolo sulla strumentalità della posizione assunta da Giorgia Meloni nel merito, così come le altre sugli studenti italiani che sarebbero isolati e ghettizzati nelle classi, che hanno il solo obiettivo di recuperare a destra i voti che le sta sottraendo Vannacci. Gli studenti stranieri sono circa l’11% del totale, difficile pensare che il restante 89% possa sentirsi straniero in patria. La gran parte di questi ragazzi provenienti da altri paesi sono peraltro nati in Italia e molto spesso parlano un italiano migliore degli autoctoni i quali, specie a Roma nelle scuole di periferia, si esprimono normalmente in forma dialettale. Mi sono spesso chiesto le ragioni di ciò, probabilmente è dovuto proprio al desiderio di integrarsi e dimostrare di non essere da meno degli altri (semmai il contrario) per il fatto di essere stranieri. Soltanto una parte di questi provengono da paesi musulmani, quelli più numerosi sono sicuramente i rumeni, molti sudamericani, filippini, cinesi e poi naturalmente molti bangladesi e maghrebini, per lo più marocchini ed egiziani.

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Tiziana Miano: L’urlo, la carne e l’algoritmo

L’urlo, la carne e l’algoritmo

di Tiziana Miano

Cosa accade alla dimensione dell’umano? Se proviamo a interrogare gli scenari ricorrenti certe figure della letteratura distopica contemporanea, la risposta è disarmante: ci troviamo di fronte a sistemi chiusi, organismi ormai quasi del tutti esausti nella propria energia vitale. Un panorama, in cui  libero arbitrio, empatia e l’originalità biologica appaiono degradati in una sorta di “morte termica” della coscienza. Per comprendere appieno i meccanismi di questo declino energetico, basta osservare il presente asettico e geometrico palesato da Kazuo Ishiguro in Klara e il Sole (Einaudi, 2021). Un’opera di straordinaria bellezza che, se da un lato genera nel lettore un senso di sgomento e impotenza, dall’altro offre un approdo fondamentale: quando un sistema perfetto e calcolatore cerca di cancellare l’essenziale, allora ribadire l’ovvio smette di essere un mero esercizio retorico. Esso diventa un necessario atto di resistenza. Queste riflessioni vogliono essere esattamente ciò: un atto di doverosa resistenza intellettuale.

Nel microcosmo del romanzo, guidato dalla voce narrante di un’IA, in una scrittura volutamente essenziale ma di assoluta eleganza, si muovono personaggi che sono, in realtà, frammenti di un’umanità in pezzi. C’è Klara, l’androide alimentato dal Sole che impara a decodificare un mondo in cui le disuguaglianze sono scritte nel DNA; c’è Josie, quattordicenne malata a causa del “lifting “, il potenziamento genetico richiesto dal mercato sociale; e c’è il suo opposto, il vicino Rick, l’antitesi non potenziata in un mondo iper-selezionato.

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Michele Blanco: Dal welfare al carcere: come si costruisce il consenso della paura

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Dal welfare al carcere: come si costruisce il consenso della paura

di Michele Blanco

kpofputjeIl saggio di Italo Di Sabato, dal titolo La democrazia punitiva. Stato penale, mutazione antropologica e consenso reazionario (Momo Edizioni), scardina radicalmente la narrazione dominante che interpreta l’inasprimento delle misure di polizia e il rigore carcerario come risposte neutre o emergenziali alle insicurezze del nostro tempo. Attraverso una densa e rigorosa analisi sociopolitica, l’autore dimostra che il sistema penale si è tramutato nella tecnologia ordinaria di governo delle società contemporanee. Come viene esplicitamente denunciato nelle pagine del saggio, «la democrazia punitiva dentro cui siamo invischiati anche in Italia non rappresenta una semplice deriva autoritaria, ma una nuova forma di governo in cui paura, controllo e penalità prendono il posto della giustizia sociale, della rappresentanza e del conflitto». Questa architettura del potere si regge sulla grave e ingiustificata transizione traumatica dallo Stato sociale allo Stato penale: un processo trentennale in cui le istituzioni, avendo rinunciato alla redistribuzione della ricchezza (come previsto dalla Costituzione Italiana) e alla garanzia dei diritti materiali come il lavoro o la casa, hanno sostituito i servizi sociali con le manette e i decreti repressivi.

Il passaggio strutturale dal welfare al cosiddetto “workfare” repressivo costituisce il motore economico dell’intera trattazione di Di Sabato. L’autore seziona il declino dello Stato sociale evidenziando come i tagli lineari alla sanità, all’istruzione, all’assistenza territoriale e alle tutele del lavoro non abbiano semplicemente impoverito ampissimi strati della popolazione, ma abbiano prodotto una massa di esistenze precarie e prive di garanzie che il mercato neoliberale non è in grado di assorbire. Di fronte alla deliberata rinuncia a governare l’economia in senso inclusivo, lo Stato sperimenta un gravissimo vuoto di legittimità democratica. La risposta istituzionale a questo declino non risiede nel ripristino dei diritti civili o sociali, ma in una vera e propria torsione autoritaria: la “mano sinistra” dello Stato, quella che un tempo proteggeva, istruiva e curava i cittadini, viene progressivamente amputata per ipertrofizzare la “mano destra”, quella della polizia, dei tribunali e del sistema sanzionatorio.

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Francesco Cappello: Il data center di Caselle Torinese consumerebbe tanta energia quanta l’intera città di Torino

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Il data center di Caselle Torinese consumerebbe tanta energia quanta l’intera città di Torino

di Francesco Cappello

Dietro la facciata della transizione digitale, il vero impatto ambientale del colosso da 250 Megawatt, le ombre del “dual-use” militare e la difficile battaglia democratica per difendere il territorio e fermarne l’esproprio

IMG 4125 1140x641.jpgA Caselle Torinese si sta consumando una trasformazione urbanistica con pesanti ricadute territoriali. Dietro la narrazione patinata della trasformazione digitale, della “smart city” e del progresso tecnologico, sul comune di Caselle sta per abbattersi una delle più imponenti operazioni di servitù industriale, energetica e ambientale della storia del Canavese e dell’intera provincia di Torino.

Con l’adozione del Progetto Preliminare del Piano Particolareggiato (PP, uno strumento urbanistico di dettaglio che attua le previsioni generali) di iniziativa pubblica e della contestuale ai sensi dell’art. 40 della L.R. 56/77 e della Variante Strutturale n. 3 al P.R.G.C. (Piano Regolatore Generale Comunale, il documento che disciplina l’uso del territorio e cosa si può costruire in un comune), approvata con la delibera n. 66 del 16 dicembre 2024, il futuro delle cosiddette aree “ATA” (Ambito Terziario Aeroportuale) è stato radicalmente stravolto.

Dalla padella alla brace. Quello che ci viene presentato come un passo indietro rispetto al vecchio e giustamente contestato progetto di un gigantesco polo commerciale, si rivela in realtà l’apertura delle porte a un hub tecnologico dalle proporzioni e dagli impatti altrettanto allarmanti. La destinazione d’uso dell’ex area commerciale è stata infatti modificata in zona produttiva “IN ATA” per far posto a un enorme “centro conservazione ed elaborazione dati”, ovvero un Data Center, affiancato da un polo produttivo ad alta tecnologia.

 

Il progetto promosso da Hines sui terreni di SATAC

SATAC è l’acronimo di Sviluppo Area Terziaria Aeroporto di Caselle S.p.A.. Si tratta della società proprietaria di un vasto appezzamento di circa 450.000 metri quadrati (le cosiddette “Aree ATA”) situato attorno all’aeroporto “Sandro Pertini” di Caselle Torinese.

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Lavinia Marchetti: Smemoriale 

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Smemoriale 

di Lavinia Marchetti

Anche per il nostro Presidente Della Repubblica, la Storia sembra cominciare dal 7 ottobre

Premetto che non ho nessun interesse nel criticare le parole del PDR, figura in cui non mi riconosco, gli psicologi direbbero che ho un problema con l’autorità. Ed in effetti ce l’ho, soprattutto quando l’autorità dovrebbe comportare responsabilità e sapere, nonché saggezza e nessuna lettura storica fuorviante. Non è il caso di Mattarella e lo ha ripetutamente dimostrato. Quindi non ho nessuna devozione preventiva, al contrario di buona parte della sinistra, nei confronti del PDR. Come scriviamo da ormai 3 anni, io e migliaia di altre persone tra cui storici israeliani, intellettuali, giornalisti non complici, il 7 ottobre è un episodio tra centinaia di episodi di violenza che continuano almeno dal 1936.

Ora leggiamo le parole di Mattarella: 

«La data odierna segna la tragica ricorrenza dell’ignobile attacco perpetrato da Hamas contro numerosi civili israeliani. Molti giovani, anche di altre nazionalità, vilmente colpiti, tratti in ostaggio o privati della vita mentre si trovavano riuniti per un’occasione di festa. Altri brutalmente uccisi o rapiti nelle loro case, senza nessuna pietà per bambini e anziani. Gli atti di terrorismo non potranno mai essere giustificati né archiviati. Resteranno, per tutti i popoli, un doloroso monito affinché siano per sempre condannate e respinte con fermezza, in Medio Oriente e nel mondo intero, le piaghe barbare e incivili del terrorismo, dell’antisemitismo e di ogni forma di odio su base etnica e religiosa.

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comidad: Non è censura, è cleptocrazia

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Non è censura, è cleptocrazia

di comidad

Il DDL antisemitismo sembra procedere inesorabilmente verso l’approvazione definitiva e c’è chi, come il costituzionalista Zagrebelsky, fa notare che l’introduzione di questa legge sortirà l’effetto contrario, dato che prospetta uno status speciale per gli ebrei e quindi li espone a diffidenze e rancori. L’osservazione di Zagrebelsky in sé è valida, ma rimane nell’ambito della questione dell’antisemitismo, che è un diversivo rispetto all’effettiva funzione del DDL, che non è censoria, bensì emergenzialista, cioè rientra negli schemi ricorrenti e negli automatismi comportamentali della cleptocrazia. La criminalizzazione della critica e del dissenso non è funzionale alla loro totale eliminazione, bensì alla loro trasformazione in emergenze e minacce, per “riciclarli” nella produzione di gerarchie e privilegi.

Il DDL in via di approvazione adotta la definizione di antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) che è una organizzazione intergovernativa fondata nel 1998. L’IHRA è direttamente finanziata dagli oltre trenta Stati che ne fanno parte, tra cui c’è anche l’Italia. L’IHRA a sua volta distribuisce una parte di questi soldi pubblici agli amici degli amici, allo scopo di finanziare progetti “educativi”. Oltre trenta governi hanno creato e finanziato una organizzazione internazionale allo specifico scopo di definire l’antisemitismo ed i mezzi per combatterlo; quindi se il nostro parlamento non approvasse il DDL, ciò significherebbe dar torto non soltanto ai soldi spesi per quasi trenta anni, ma soprattutto a quelli ancora da spendere, cioè al flusso di denaro pubblico ora in corso ed a quello che si prospetta per il futuro.

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Pierluigi Fagan: Il futuro della civiltà occidentale

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Il futuro della civiltà occidentale

di Pierluigi Fagan*

La società occidentale, da qualche decennio, è entrata in una transizione di fase che modifica nel profondo tutto quello che ha animato il ciclo storico della modernità. A livello di tendenze di medio periodo (decenni), la società occidentale mostra i seguenti caratteri:

Come società che hanno raggiunto alti livelli di benessere, si fanno meno figli, sotto l’indice di sostituzione, per cui nel tempo, i morti superano i vivi e il totale di massa demografica si contrae e invecchia. Da quando è apparso questo fenomeno inedito nella storia umana – Scandinavia anni ’70 – si è diffuso e rinforzato in tutto l’Occidente ed oggi coglie la Cina e molti altri stati di diversa civiltà.

Sempre a partire dalle società occidentali, è aumentato l’invecchiamento medio della popolazione.

Ciò porta almeno tre conseguenze: a) aumento dei bisogni di cura generale (sanità, assistenza generale, case geriatriche, pensioni) che chiama spesa pubblica; b) diminuzione della produttività e della forza lavoro, specie per i lavori materiali a basso valore aggiunto; c) perdita a livello di energia sociale e intellettuale dell’apporto dei giovani, storicamente i soggetti ancora non conformati in grado di indignarsi per il presente e richiedere con forza un altro futuro.

Per via della geostoria, ovvero dell’insieme combinato di geografia e storia, l’occidente europeo funge da magnete per la giovane civiltà africana che, al contrario, è in pieno boom anagrafico.

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Elena Basile: Il DDL antisemitismo e la repressione del dissenso

Il DDL antisemitismo e la repressione del dissenso

di Elena Basile

Nel momento in cui lo Stato di Israele rivela in streaming il genocidio del popolo palestinese compiuto a Gaza e i crimini di apartheid e tortura in Cisgiordania (dove non è mai stato presente il terrorismo di Hamas), la politica europea e italiana si preoccupa di rafforzare la condanna dell’antisemitismo.

La comunità ebraica si sente associata ai crimini commessi da Israele e certificati dal principale tribunale internazionale delle Nazioni Unite? In effetti, i tedeschi sono stati associati ai crimini nazisti e hanno chiesto perdono per la Shoah, ripulendo l’immagine della Germania e prendendo le distanze dalla loro storia. Come mai gli ebrei non sentono l’urgenza di fare altrettanto? Essi, che hanno patito un genocidio, dovrebbero, ancora più di altri popoli, sentire solidarietà per le vittime palestinesi.

Vi sono tante personalità ebraiche che stigmatizzano le politiche neonaziste israeliane. Hannah Arendt denunciò negli anni Settanta la destra israeliana di Begin e Shamir, prefigurando il destino storico di sopraffazione e violenza contenuto nell’interpretazione di destra del sionismo, il cui referente è Vladimir Žabotinskij.

Attualmente Ilan Pappé, Gideon Levy, Moni Ovadia e Norman Finkelstein paragonano la disumanizzazione subita dagli ebrei a opera dei nazisti a quella sopportata dai palestinesi a opera degli israeliani.

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