“A Bergamo hanno sacrificato operai ed anziani”

Fino a due settimane fa tutti lo negavano e gli davano del pazzo. Dicevano che i morti a Bergamo erano qualche decina. Allora, sui necrologi dell’Eco di Bergamo, c’erano 25-30 necrologi al giorno. Oggi sono 400.  In città e nei piccoli e medi centri della bergamasca, gli anziani sono un terzo della popolazione e l’Eco di Bergamo non riceve più necrologi per telefono ma solo via mail, per cui molti desistono. Al giornale, ora, hanno la consegna di non pubblicare più di 20 pagine di necrologi al giorno.

I medici del posto dicono che il rapporto tra i morti ufficiali e le vittime effettive, in alcune aree, tocca le punte di 1 a 20.  La provincia di Bergamo conta 1 milione e 100.000 e, se fosse confermata dalla versione di quei medici, significherebbe che lì, ogni famiglia, avrebbe almeno un morto.

Il 25 marzo, il capo della protezione civile, Angelo Borrelli, aveva ammesso, su Repubblica, che il contagio poteva essere dieci volte la stima ufficiale. Quel giorno stesso Borrelli, accusava sintomi febbrili e, a scopo precauzionale, lasciava la sede del Dipartimento. La Protezione Civile, dapprima sospendeva e poi confermava la quotidiana conferenza stampa sull’emergenza Coronavirus.

Intanto l’Istituto Superiore di Sanità aveva chiesto di dichiarare una zona rossa nei comuni focolaio di Bergamo e Brescia: la richiesta dell’ISS risale al 2 marzo, ma non fu presa in considerazione. Da lì in poi il virus è dilagato nelle due province, con migliaia di contagiati e di morti.

Eppure, il governatore lombardo e leghista Attilio Fontana piagnucolava, puntando il dito contro la comunità scientifica, che, secondo lui, gli aveva suggerito di non chiudere i focolai.

Francesco Macario è il segretario provinciale del PRC di Bergamo, città di cui è stato assessore comunale. Oggi è consigliere comunale in un piccolo centro della provincia dove la settimana scorsa è deceduto un numero di persone pari alla metà di quelle che di solito muoiono in un anno, ma ufficialmente non di COVID-19.

Un mese fa è stato  anche l’unico politico ad accusare il sindaco di Bergamo di incoscienza, dopo il suo appello ai bergamaschi e uscire da casa e riempire locali e negozi. Erano i giorni in cui il sindaco di Milano, Beppe Sala, lanciava lo slogan ‘Milano non si ferma‘ ed il segretario del Partito Democratico Zingaretti accorreva nel capoluogo lombardo per un aperitivo a favore di telecamere.

E sempre Macario è stato tra i primi a denunciare la discrepanza tra le cifre ufficiali e le vittime effettive, che ora tutti ammettono e che sarebbero 5-10 volte quelle contabilizzati ufficialmente, cioè non 1.000 ma dalle 5.000 alle 10.000.

E ‘una tesi che ormai rilanciano anche i media e lo stesso sindaco di Bergamo.

In un’intervista pubblicata dal sito glistatigenerali.com il 25 marzo scorso, Macario ha chiamato in causa le condizioni della sanità lombarda, il ruolo delle imprese e della politica, le relazioni tra Bergamo e la Cina, la condizione dei lavoratori oggi nelle fabbriche, quella dei medici in prima linea ed ha fatto, infine, alcune importanti riflessioni sul “dopo”.

Dal suo racconto  emerge una verità molto diversa circa le cause dell’enorme diffusione del contagio e della lunghissima serie di decessi registrati nella provincia di Bergamo. Tra queste, una risalta, con estrema evidenza: un cedimento “sistemico” delle classi dirigenti bergamasche alle ragioni del profitto e della “produzione” accompagnati da uno scarso riguardo alla vita ed alla salute delle persona, in primis, quella di lavoratrici/ri ed anziane/i.

Eccone un ampio stralcio.

*****

“Quando ti riferisci ai morti che non vengono contabilizzati ufficialmente nelle statistiche, perché muoiono in casa cosa intendi, cioè perché non vanno in ospedale?

Le cose vanno così. Tu stai male, ti sale la febbre per 2-3 giorni e hai due possibilità: o ti riprendi e guarisci oppure peggiori. In questo caso dopo 5-6 giorni arriva una crisi respiratoria, che può essere terminale, cioè muori in meno di un’ora perché lo scambio tra ossigeno e anidride carbonica nei polmoni è insufficiente, non affluisce abbastanza ossigeno al cervello e muori nel tuo letto in preda alle convulsioni, un’esperienza terribile anche per i familiari.

Se invece il paziente sopravvive viene messo su  un’ambulanza e portato nel  triage, dove gli attaccano l’ossigeno e gli fanno il tampone. Se ha il COVID-19 va negli infettivi, sennò in un altro reparto. In altre parole se muore a casa non gli fanno il tampone e risulta perlopiù morto per infarto o polmonite.

Poi c’è l’altra ipotesi e cioè che portino l’ossigeno direttamente a casa del malato, perché non ci sono posti letto o il tuo caso viene giudicato relativamente meno grave. Anche in questo caso se poi il paziente muore il tampone non viene effettuato e quindi il decesso non viene attribuito al coronavirus. Sabato è morto mio zio. Lo avevano portato all’ospedale ed è mancato in attesa che gli facessero il tampone. Ufficialmente è deceduto per polmonite, è stato seppellito, non cremato come i morti di COVID, e i parenti a contatto con lui non hanno l’obbligo della quarantena, perché lui non risulta contagiato.

La sanità lombarda in che condizioni affronta questa prova?

Qui la popolazione ha un’età media molto elevata. L’assistenza sanitaria è di buon livello, se ti ammali ti curano bene, mentre la medicina preventiva è decisamente insufficiente. Ma nel complesso si vive a lungo, anche 110 anni, però a una certa età si è molto vulnerabili, perché spesso si sovrappongono più patologie croniche.

In questo contesto le giunte di Formigoni e poi quelle leghiste, a partire dagli anni ’90 e poi, più rapidamente, dopo il 2000, hanno intrapreso una sistematica azione di chiusura o privatizzazione delle strutture pubbliche. Sono stati chiusi o privatizzati 28 ospedali, i posti letto per acuti sono stati trasformati in posti letto per riabilitazione, i reparti di pronto soccorso chiusi e due terzi dei posti di terapia intensiva cancellati.

Di recente Giorgetti ha dichiarato persino che bisogna abolire i medici di base perché non ci va più nessuno. Si è parlato di seguire i malati cronici a domicilio tramite  call center privati. L’ultimo ospedale che hanno cercato di chiudere, l’anno scorso, era quello di San Giovanni Bianco, che serve alcune zone montane con una popolazione molto anziana e dove le strade sono impervie e più che l’ambulanza serve l’elicottero.

Se ci fossero riusciti l’alternativa sarebbe stata a 50 chilometri. Ma la gente ha reagito, ci sono state proteste a cui abbiamo partecipato e alla fine anche i sindaci si sono convinti e la chiusura è stata sventata. Ebbene oggi senza quell’ospedale saremmo al collasso.

L’ospedale Papa Giovanni a Bergamo invece è stato rifatto  ex novo. I lavori sono terminati 10 anni fa, ma coi lavori sono diminuiti sensibilmente i posti letto, che oggi mancano. E così dobbiamo costruire un ospedale da campo dentro la fiera perché nessuno aveva previsto un’emergenza.

Tu sostieni che questo tipo di gestione rientra in una lunga tradizione di malasanità attribuibile alla politica.

Nella sanità lombarda scandali e inchieste non si contano. C’è stato il caso delle camere iperbariche in alcune cliniche, che lavoravano a ciclo continuo trattando un numero di pazienti ingiustificabile a spese del SSN. Poi c’è stato il caso della clinica milanese Santa Rita, ribattezzata la ‘clinica degli orrori’, perché si eseguivano operazioni inutili su pazienti perlopiù terminali facendosi rimborsare dalla ASL.

Questa è la sanità di Formigoni e della Lega. Il bilancio della regione equivale al budget di un paese come la Danimarca e la sanità rappresenta la prima voce di spesa. Le ASL sono rigorosamente lottizzate: nel bergamasco Treviglio alla Lega, Bergamo a Forza Italia/Comunione e Liberazione, mentre Seriate era prima di AN ora di FdI.

E’ qui che Giovanna Ciribelli, revisore dei conti, che era stata anche nostra consigliera comunale, ha denunciato alcune anomalie contabili innescando un’inchiesta che ha visto rinviato a giudizio un ex eurodeputato di AN, per 15 anni dg dell’ospedale di Seriate, accusato di peculato.  Tra i suoi addebiti due viaggi andata e ritorno da Seriate alla Croazia effettuati d’estate con auto e autista di servizio. Poi si sono aggiunte altre accuse ed è stato costretto a dimettersi.

Insomma se all’ospedale di Alzano, nella ASL di Seriate, qualcuno è andato coi sintomi del virus e non se ne sono accorti possiamo dire che c’entra l’inefficienza strutturale di quell’ospedale, già al centro di polemiche.

Il secondo punto della tua denuncia riguarda l’arrivo del virus e la sua diffusione nel bergamasco. Che relazioni ci sono tra Bergamo e la Cina?

C’è un rapporto strutturale dettato dalla geografia. Bergamo è il terminale di una rotta commerciale che dalla Cina arriva nell’Adriatico, oggi tramite il Canale di Suez, e da lì nella nostra provincia e risale a Marco Polo e all’antica Via della Seta. La città era l’ultima fortezza veneziana che garantiva il transito di merci cinesi dirette in Francia e nel nord Europa. Per questo ci sono sempre state relazioni culturali e commerciali.

Quando ero assessore comunale avevo seguito un progetto sulle fortezze veneziane nel Mediterraneo finanziato dall’UNESCO. Tradizionalmente quando l’economia cinese tira questa via prospera e, viceversa, quando va in crisi si isterilisce.

Fatta questa premessa il vero nodo è che il bergamasco ospitava un importante distretto tessile concentrato soprattutto in Val Seriana. Col passare del tempo però le imprese tessili della zona hanno delocalizzato la produzione in Cina, creando  joint-venture coi cinesi e fornendo loro telai e macchinari, per cui ci sono tecnici e manager cinesi che vengono in Italia e italiani che vanno in Cina. I nostri tecnici vanno là per fare manutenzione, corsi di formazione ecc.

L’aeroporto di Orio al Serio ospitava voli  low cost diretti agli scali intermedi per la Cina e questo consentiva ai tecnici di fare avanti e indietro anche in settimana. Questo traffico probabilmente aveva già portato l’infezione in Italia a fine gennaio e probabilmente qualcuno coi sintomi del virus era stato all’ospedale di Alzano e la cosa era stata sottovalutata. Ma il fenomeno presumibilmente in quei giorni era circoscritto.

Il prestigioso sito finanziario Forbes220320 domenica ha scritto che l’Italia ‘a febbraio nel punto più alto dell’epidemia spediva gente a fare la spola con le fabbriche di prodotti tessili nella provincia dell’Hubei’.

A febbraio, quando l’Italia ha bloccato i voli diretti con la Cina, le aziende hanno continuato a far fare avanti e indietro ai propri dipendenti, facendo fare loro scalo a Mosca o a Bangkok. Perciò quando tornavano non risultavano in arrivo dalla Cina e non venivano sottoposti ai controlli né registrati. Tutti lo sapevano. Nelle fabbriche se ne parlava e la gente era preoccupata, ma nessuno è andato ad autodenunciarsi alle autorità sanitarie per timore delle conseguenze. E così l’infezione in Val Seriana ha galoppato per l’atteggiamento irresponsabile degli imprenditori.

Tra Bergamo a la Cina ci sono affari per 1,3 miliardi (BergamoNews220319), il che spiega la tesi del Fatto210320, cioè che gli imprenditori avrebbero messo sotto pressione i sindaci della zona: due della Lega, ad Alzano e Albino, e due del PD, a Villa di Serio e a Nembro. Il primo cittadino di Scanzorosciate, confinante con Alzano e Villa di Serio, è anche segretario provinciale del PD e amico del viceministro per l’economia Antonio Misiani (così ha scritto lui su Facebook dopo la nomina di Misiani), uomo forte del PD nel bergamasco. L’oggetto delle pressioni sarebbe stata l’ipotesi di istituire in quest’area una zona rossa come Codogno e Vo’.

A Nembro c’è la Persico Marine, che fa barche da regata come Luna Rossa. L’articolo del Fatto che hai citato riferisce che la Persico avrebbe avuto alcune consegne importanti tra febbraio e marzo, altri dicono che il 9 marzo doveva consegnare una barca in Sardegna. L’Azienda naturalmente ha smentito.

In zona poi ci sono molte altre imprese importanti come la Polini Motori e le cartiere Pigna. In ogni caso gli imprenditori della Val Seriana quando si è cominciato a parlare di zona rossa hanno cominciato a protestare dicendo che sarebbe stato un danno economico incalcolabile. Confindustria ha dato loro man forte.

Quindi se ho ben capito nella ipotetica zona rossa ci sono due sindaci del PD e due della Lega e anche il comune dove è sindaco il segretario provinciale del PD, vicino alla longa manus del Governo a Bergamo, rischia di essere incluso nella zona rossa. Fatto sta che il Governo decide di non istituirla…

Ma non lo fa neanche la Regione, che pure ne avrebbe l’autorità. I sindaci leghisti di Alzano e Albino, che a fine febbraio escludevano la zona rossa, oggi dicono che era necessaria ma non è stata fatta per colpa del Governo. Insomma Governo e regione si rimpallano la responsabilità per non aver preso una decisione che ciascuno dei due avrebbe potuto prendere in autonomia. Poi ci sono le aggravanti.

Quali sono?

L’ultima settimana di febbraio qui c’è una situazione da matti, le persone muoiono già a mazzi, qualcuno dice che serve una zona rossa, ma imprenditori e sindaci sono contrari e tutto va avanti come nulla fosse. Il sindaco di Albino continua ad autorizzare il mercato rionale con le bancarelle, che viene sospeso solo la settimana scorsa.

Il 26 febbraio il sindaco di Bergamo Giorgio Gori va con la moglie Cristina Parodi a mangiare la pizza nel ristorante di un consigliere comunale del PD e invita i bergamaschi a uscire e a fare  shopping e il  weekend dopo sui bus c’è il biglietto unico per l’intera giornata per incentivare la gente a mettere in pratica i consigli del sindaco.

In provincia risiedono un milione e 100.000 persone. Il capoluogo ha una popolazione relativamente ristretta, 120.000 persone, ma la grande Bergamo, che è la ‘città reale’, è una conurbazione con 400.000 residenti, di cui fanno parte anche i 4 comuni più colpiti dal virus.

La gente arriva da tutto il circondario, scende dalle valli, attirata dallo spot del sindaco pro commercianti, trasformando l’intera zona in un grande lazzaretto a cielo aperto. E quando io attacco Gori, dandogli dell’incosciente, vengo stato coperto di insulti, coi militanti del PD che mi telefonano dicendo che così si ammazza l’economia.

Da lì poi il contagio è dilagato verso Brescia e Cremona. Attraverso quali canali?

Siccome c’è il timore che il virus colpisca Milano, sulle strade tra Bergamo e Milano hanno fatto più controlli, c’erano i posti di blocco ai caselli autostradali e nei principali snodi. Verso Brescia invece i controlli erano decisamente più blandi. Tieni conto che tra le due province ci sono legami economici forti, mediati dalle aziende della siderurgia e dall’industria vinicola – qui c’è la zona del Franciacorta. Poi ci sono imprese che hanno cave sia nel bresciano sia nel bergamasco e c’è stata una fusione tra una banca di Bergamo e una di Brescia, per cui molti bancari da Bergamo vanno a lavorare a Brescia.

Cremona è un caso limite, sono pochi, circa 350.000 residenti, ma hanno la più alta percentuale di contagi, probabilmente perché sono stati aggrediti da due lati. A nord confinano con noi e ci sono diversi canali diretti. Tieni presente che la parte meridionale del bergamasco è provincia di Brescia ma diocesi di Cremona e anche la loro agricoltura gravita più sul cremonese. A ovest invece confinano col lodigiano, dove si è manifestato il primo focolaio.

La produzione nel frattempo continua ad andare avanti.

Le fabbriche di vernici e quelle del settore della gomma-plastica, che producono guarnizioni per auto, fanno parte della chimica e quindi sono aperte. Ma anche qui i paradossi non mancano.

Ad esempio la Regione ha stabilito che le aziende artigiane devono chiudere. Perciò ci sono aziende artigiane con 200 dipendenti che fanno guarnizioni per auto che chiudono e imprese industriali con lo stesso numero di dipendenti che producono le stesse guarnizioni che invece rimangono in attività.

Un’azienda che ha una produzione sia di vernici ad acqua per tinteggiare sia di vernici per carrozzerie ha deciso di fermare la prima mettendo i dipendenti in ferie forzate. L’altro reparto continuerà a lavorare chiedendo la deroga perché le sue vernici possono essere usate anche per le carrozzerie delle ambulanze. E finita l’emergenza avrà i magazzini pieni.

I lavoratori come reagiscono?

I lavoratori hanno fatto scioperi spontanei, in particolare nel settore metalmeccanico e chimico. Il sindacato finora ha fatto poco, in alcuni casi la FIOM, soprattutto, ha dato la copertura ad alcuni di quegli scioperi innescati dall’assenza di sicurezza.

Nel settore delle vernici, ad esempio, si lavora sempre con la mascherina perché ci sono emissioni dannose. Ora che le mascherine non si trovano più, i lavoratori devono usare la stessa mascherina monouso per una settimana, col rischio di intossicarsi con la polvere di talco che dopo un po’ ci rimane appiccicata sopra.

Perciò i lavoratori italiani col posto fisso o si mettono in malattia o trovano il modo per farsi mettere in quarantena –  il decreto Cura Italia parifica la quarantena alla malattia – e tante fabbriche in realtà sono costrette a chiudere per questo.

Il problema sono gli immigrati e i precari, che rischiano di perdere il posto di lavoro e se sono stranieri anche il permesso di soggiorno. Se hai 45 anni, un contratto a tempo con un mutuo da pagare e una famiglia da mantenere cosa fai? Vai a lavorare. Ho visto gente andare in fabbrica piangendo. Sanno che loro probabilmente non si ammaleranno, ma porteranno il virus a casa, dove magari hanno genitori o suoceri, col rischio di condannarli a morte.

Tra i lavoratori ci sono anche i medici, i farmacisti e gli infermieri. E’ vero che in corsia si è costretti a scegliere chi curare e chi no?

Come ti dicevo prima ci sono pazienti che vengono ricoverati e altri a cui viene mandato l’ossigeno a casa.  Se tu ti trovassi a scegliere tra ricoverare un padre di famiglia di 45 anni coi bambini piccoli e un ottantenne che magari ha già 2-3 malattie cronache e sai che al 70% non ce la farà, che cosa faresti?

Qui sono tutti sotto  shock, perché situazioni come queste ti cambiano il modo in cui vedi la vita. E si accumula una profonda rabbia sociale, perché c’è la coscienza che tutto questo si poteva evitare. Se poi ti fanno vedere la gente sui balconi che canta Fratelli d’Italia e tu hai genitori, zii e nonni che muoiono ti incazzi.

Torniamo ai medici.

Mia sorella è medico di base in Valcalepio e ha 1.500 mutuati, ma ora che il suo collega è a letto, probabilmente col coronavirus, ne ha ereditati altri 1.500. Gli è arrivato un documento di 10 pagine in cui le spiegano per filo e per segno come deve usare mascherina, occhiali e tuta protettiva, che però non le vengono forniti.

Lei è un medico di quelli di una volta, visita i pazienti a casa, ora ne ha tantissimi in quarantena a letto con la bombola dell’ossigeno. Deve andare a visitarli, ma non ha una mascherina. Il suo compagno è arrivato a pubblicare un appello in FB chiedendo se qualcuno gliene può dare una. Mia moglie invece è farmacista e di mascherine gliene hanno dato tre.

Per il resto non si trovano oppure si trovano a prezzi esorbitanti. I prezzi li fanno i grossisti e se tu le compri e le vendi a quelle cifre la gente se la prende con te. Dico io, vuoi fare la sanità privata? Falla, ma senza contributi pubblici.

Qui mancano letti e ci sono strutture private che tengono aperti solo i posti letto convenzionati e gli altri li chiudono per ragioni economiche. Abbiamo buttato i soldi pubblici nelle cliniche per rifare i nasi alle ragazzine e non abbiamo scorte strategiche per le emergenze.

Qui siamo alle riflessioni più politiche. Secondo te la rabbia di cui parlavi poco fa potrà essere incanalata per cambiare le cose e far sì che non succeda mai più?

La gente vuole cambiare. Chiede una commissione di inchiesta e voglio vedere se la politica acconsentirà. Diciamo che ci sono due possibili esiti. La rabbia può sfociare in una presa di coscienza, soprattutto nelle fabbriche, perché qui i lavoratori si sono resi conto di essere sacrificabili coi loro cari sull’altare della della produzione. Un operaio mi ha detto: ‘Ho scoperto che non lavoro per vivere ma vivo per lavorare e quindi sono sacrificabile’. Dicevano che la classe operaia era scomparsa, ma oggi riscopriamo che tra Bergamo e Brescia ci sono 500.000 operai, un quarto dei residenti. Perciò i lavoratori possono giocare un grande ruolo.

Qual è la seconda possibilità?

Che a cavalcare la rabbia sia la destra. In questi giorni abbiamo visto crescere un clima di intolleranza verso i moderni ‘untori’. Ho sentito simpatizzanti leghisti dire che bisogna sparare a chi è in strada senza motivo. Altri invocano i militari in strada coi mitra e più in generale circola l’idea che la democrazia sia troppo complicata e inadatta ad affrontare le emergenze. Si parla di app per tracciare gli spostamenti, droni e virus che possono mettere i nostri telefoni sotto controllo. La vera minaccia per la democrazia è questa.

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/29/a-bergamo-hanno-sacrificato-operai-ed-anziani-0125974?fbclid=IwAR0veQFpfv6ziXBFn4CuXES2kT6ku9DnNmvHw3D5Ki_Um16PCMuNFclQ0DM

 

“Ma se chiediamo aiuto a Cuba, alla Cina, alla Russia, cosa ci stiamo a fare nella NATO?”

Il nostro paese sta colando a picco non per l’attacco di eserciti poderosi armati fino ai denti, ma di un nemico microscopico, invisibile, pervasivo. Per gli eserciti, siamo membri della NATO, abbondiamo di basi militari e bombe atomiche sul nostro suolo, siamo coinvolti in mega-esercizi militari (solo messi in ginocchio dal virus ci siamo ritirati dall’ultima, bellicosa esercitazione). Siamo anche nella UE. Ma nessuno dei nostri “alleati”, i quali per lo statuto dell’OTAN (perché siamo il solo paese latino che usa l’acronimo NATO, che in italiano non vuole dire nulla) sono tenuti a intervenire se fossimo attaccati militarmente, proprio nessuno, ha mosso un dito mignolo per aiutarci in questo tragico frangente (pur tenendo conto che molti hanno le loro gatte da pelare).

E allora? Allora abbiamo chiesto aiuto ai “nemici”! Le giravolte sono tradizionalmente il nostro forte. In tempo di guerra guerreggiata sarebbe alto tradimento. Ed ecco, riceviamo soccorso da Cuba, dalla Cina, dalla Russia: il peggio immaginabile per l’OTAN! Ma allora sembra veramente singolare che nessuno ponga una buona volta la domanda: MA COSA CI RESTIAMO A FARE NELL’OTAN-NATO?

A me sembra incredibile, paradossale, che a nessuno venga questo dubbio.

Perché – vediamo – che cosa ci “costa” essere membri dell’OTAN-NATO? Se per lo meno fosse gratis, ma invece ci costa, e molto salato: soldi e mezzi che, proprio in questa occasione, servirebbero maledettamente al nostro servizio sanitario!

Per renderci conto di “OTAN-NATO quanto ci costi?!” è sufficiente un paragone elementare, che però non ho mai sentito fare da nessuno.

Proprio ai nostri confini ci sono due paesi che non aderiscono all’OTAN-NATO, non San Marino o Monaco, non paesi sottosviluppati (con tutto il rispetto): l’Austria e la Svizzera. Mamma mia, forse correrà un brivido per la schiena, che rischi corrono a non avere l’«ombrello» dell’OTAN-NATO! E invece no. Anche nei periodi peggiori dei sanguinosi attentati ne sono rimasti fuori: perché? Oibò, un dubbio, non sarà perché non hanno contingenti militari all’estero, nelle zone delle (nostre) guerre?

Ma se fosse solo questo (e già non è poco, anche perché le missioni militari all’estero ci costano non pochi soldini). Diamo un’occhiata al loro budget militare, tenendo conto che l’Italia ha una spesa militare di oltre 26 miliardi di dollari, che è circa 1,3% del nostro PIL.

Per l’Austria, il PIL è stato all’incirca di 418 – 456 miliardi di dollari nel 2017 e 2018, a fronte di una spesa militare di circa 3,140 miliardi nei rispettivi anni: all’incirca lo 0,7% del PIL, grosso modo la metà rispetto all’Italia. E si che da qualche anno l’Austria si è data governi decisamente di destra.

Per la Svizzera, con un PIL di circa 740 miliardi di Dollari nel 2018, ha speso per la Difesa circa 4,7 miliardi di dollari, ossia circa 0,64% del PIL.

Gli austriaci e gli svizzeri tremeranno alla sola idea di subire un attacco militare (si, ma da chi?!).

Certo questo paragone è semplicistico: bisognerebbe esaminare in dettaglio la struttura dei sistemi militari di questi paesi, ad esempio in Svizzera ha una singolare struttura (brevemente da Internet: Fondamentalmente l’Esercito svizzero è organizzato secondo il principio di milizia e si basa sull’obbligo di prestare servizio militare per tutti i cittadini svizzeri; “La Svizzera non ha un esercito, la Svizzera è un esercito”. Può certo non piacere).

Si deve aggiungere che l’OTAN-NATO ci chiede da tempo di aumentare la spesa militare, arrivando almeno al 2% del PIL, che vorrebbe dire spendere 40 miliardi per la Difesa: col che saluteremmo per sempre il rilancio della Sanità, dei Servizi Sociali, dell’Istruzione, della Ricerca! Ma poveri, malati e ignoranti va benissimo per l’OTAN-NATO, purché armati fino ai denti, contro chi non si sa … oppure si sa benissimo, contro i soli paesi che oggi ci aiutano! Ci confermiamo voltagabbana.

di Angelo Baracca

PS – Del resto ecco come il segretario generale dell’OTAN-NATO Jens Stoltenberg si dimostra premurosa verso gli alleati: diciamo in coro “Ma quant’è buono lei!”

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_nato_per_la_salute_mondiale_insulso_e_surreale_il_segretario_stoltenberg/82_33769/

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/25/ma-se-chiediamo-aiuto-a-cuba-alla-cina-alla-russia-cosa-ci-stiamo-a-fare-nella-nato-0125795

 

Coronavirus, 3 dubbi riguardanti l’epidemia su cui gli Usa dovrebbero dare spiegazioni al mondo

Recentemente alcuni politici statunitensi hanno definito diverse volte il coronavirus “virus cinese”, il che ha suscitato le proteste della comunità internazionale. Parole come “razzismo”, “xenofobia” e “ricerca di un capro espiatorio” sono apparse frequentemente sui media occidentali per criticare il comportamento degli Usa.

Risalire all’origine del coronavirus è una questione di natura scientifica che necessita di prove.

Con il mondo esterno che mette sempre più in dubbio gli Usa, l’amministrazione statunitense non può più esimersi dal dare chiare spiegazioni al popolo e risposte al mondo in merito a tre dubbi concernenti l’epidemia.

Innanzitutto, secondo le ultime stime rilasciate dal CDC statunitense, nella stagione dell’influenza degli Usa iniziata lo scorso settembre, più di 30 milioni di cittadini statunitensi sono stati contagiati e ci sono stati oltre 20 mila decessi. Il direttore del CDC statunitense, Robert Redfield, ha recentemente ammesso pubblicamente che alcuni casi registrati come influenza sono in realtà casi di Covid-19. È lecito chiedersi, quindi, quanti tra questi 20 mila decessi sono stati in realtà causati dal coronavirus? Gli Usa hanno forse mascherato la diffusione dell’epidemia di Covid-19 spacciandola per influenza?
La seconda domanda a cui gli Usa dovrebbero rispondere è perchè l’amministrazione statunitense lo scorso luglio ha chiuso improvvisamente Fort Detrick, il centro di ricerca per lo sviluppo di armi chimiche più grande delle forze armate statunitensi, nello Stato del Maryland?

Alcuni giorni fa, sul sito ufficiale della Casa Bianca, è stata lanciata una petizione per chiedere al governo statunitense di rendere pubbliche le informazioni su questa base militare, affinché possa esser chiarito qual è il suo ruolo nella ricerca di nuovi ceppi di cononavirus e verificare se sussiste o meno l’ipotesi di una fuga del virus dal laboratorio militare. Se l’amministrazione statunitense si interessa veramente della vita e della salute del suo popolo, dovrà rispondere a queste domande.

La terza domanda è: perché a metà febbraio l’amministrazione statunitense ha descritto come lieve l’epidemia, mentre alcuni funzionari della commissione dell’intelligence del Senato si apprestavano a vendere milioni di dollari di azioni? È vero che molti politici hanno approfittato delle informazioni in loro possesso per vendere le proprie azioni, mentre nascondevano l’epidemia al pubblico? È mai possibile che costoro, davanti allo scoppio dell’epidemia, abbiano pensato prima ai loro capitali invece che alla vita della popolazione?

di Radio Cina Internazionale

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-coronavirus_3_dubbi_riguardanti_lepidemia_su_cui_gli_usa_dovrebbero_dare_spiegazioni_al_mondo/82_33748/

 

Medici cubani a Milano, G. Minà: “E ora l’Unione Europea come farà a parlare ancora di democrazia?”

Sono appena arrivati all’aeroporto di Malpensa un’equipe cubana composta da 52 tra medici e infermieri, in risposta alla richiesta di aiuto da parte di Giulio Gallera, assessore alla Sanità della Regione Lombardia. Read More “Medici cubani a Milano, G. Minà: “E ora l’Unione Europea come farà a parlare ancora di democrazia?””

Coronavirus: il Vietnam soccorre l’Italia, mentre i tamponi italiani finiscono negli USA

Come la Cina e Cuba, anche il Vietnam è intervenuto a sostegno della crisi sanitaria che sta colpendo l’Italia. Intanto, però, mezzo milione di tamponi prodotti da un’azienda di Brescia sono finiti negli Stati Uniti su un volo militare.

HỒ CHÍ MINH CITY – In questi giorni abbiamo avuto modo di sottolineare numerose volte i differenti atteggiamenti che i Paesi stanno assumendo per affrontare la crisi sanitaria globale legata alla pandemia del nuovo coronavirus (COVID-19). I Paesi socialisti si stanno ancora una volta dimostrando all’avanguardia nella solidarietà internazionale, mettendo a disposizione degli Stati più colpiti le proprie conoscenze e le proprie risorse umane e materiali. È proprio quello che stanno facendo la Cina e Cuba, che non hanno fatto mancare il proprio sostegno all’Italia in questa fase di criticità.

All’elenco di aggiunge anche la Repubblica Socialista del Vietnam, che la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha individuato sin dall’inizio della crisi come uno dei Paesi che meglio hanno affrontato l’epidemia. Le politiche di prevenzione, contenimento ed individuazione dei possibili contagiati hanno permesso al Vietnam di mantenere un bilancio assai lusinghiero, contando ad oggi soli 85 casi positivi e nessun decesso, nonostante il Paese sia stato tra i primi ad essere colpiti dopo la Cina.

Il governo vietnamita ha preso misure restrittive sin da subito, chiudendo le scuole per due mesi e riducendo al massimo gli ingressi sul proprio territorio nazionale, fino all’estrema misura presa martedì scorso, quando è stata annunciata la sospensione dell’emissione di visti turistici, come si legge nella direttiva emessa dal primo ministro Nguyễn Xuân Phúc. Il Vietnam aveva infatti arginato il numero di casi a sedici in un primo momento, ma da marzo il nuovo coronavirus è tornato a colpire nel Paese attraverso alcuni turisti o vietnamiti che avevano viaggiato all’estero.

Grazie ai ricercatori dell’Università Medica Militare del Vietnam e dell’azienda Viet A Technologies, il Vietnam è riuscito a mettere a punto un efficace test per rilevare la presenza del virus. I kit vietnamiti utilizzano tecniche di biologia molecolare, inclusa la reazione a catena della polimerasi a trascrizione inversa, e sono stati prodotti a tempo di record grazie ai finanziamenti del ministero della scienza e della tecnologia e del ministero della sanità. Secondo quanto riportato dal governo vietnamita, almeno venti Paesi stranieri hanno richiesto migliaia di kit di produzione vietnamita.

Al momento, l’azienda è in grado di produrre 3.600 kit per effettuare 18.000 tamponi, mentre altri 2.400 kit, pari a 12.000 tamponi, verranno prodotti in seguito. Alcuni di questi kit sono già stati esportati verso Paesi come Iran, Malaysia, Finlandia ed Ucraina. Ma il governo di Hanoi ed il direttore dell’azienda, Phan Quốc Việt, hanno anche affermato di voler inviare 400 kit, pari a 2.000 tamponi, in Italia a titolo completamente gratuito, come segno di solidarietà verso il Paese oggi più colpito dall’epidemia.

Secondo il ministero della tecnologia e della scienza, i test vietnamiti forniscono risultati più rapidi e sono più facili da usare rispetto a quelli utilizzati dal Centro statunitense per il controllo delle malattie e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il Paese ha attualmente trenta strutture in grado di eseguire il test per il COVID-19, tre delle quali approvate dall’OMS: l’Istituto nazionale di igiene ed epidemiologia di Hanoi, l’Istituto Pasteur di Hồ Chí Minh City e l’Istituto Pasteur di Nha Trang.

Se, dunque, il mondo socialista sta venendo in soccorso dell’Italia, cosa stanno facendo quelli che invece dovrebbero essere gli alleati di Roma? Negli ultimi giorni sono stati fin troppo evidenti le dimostrazioni di disinteresse da parte delle istituzioni europee e dei governi europei e degli Stati Uniti. I mass media hanno riportato spesso incidenti che hanno bloccato o rallentato l’arrivo di materiali sanitari verso l’Italia, sovente a causa delle politiche di governi sulla carta “amici”, come quello tedesco. L’ultima notizia, riguarda mezzo milione di tamponi prodotti da un’azienda del bresciano, la Copa Diagnostics, che sarebbero misteriosamente volati verso gli Stati Uniti, trasferiti a Memphis su un aereo militare partito dalla base di Aviano.

Considerando che l’Italia, dall’inizio dell’epidemia, ha effettuato circa 100.000 tamponi, questa cifra sarebbe stata ampiamente sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale nelle prossime settimane. Il fatto, riportato per la prima volta da Repubblica e poi ripreso da altre testate nazionali, è stato confermato anche da Jonathan Hoffman, portavoce del dipartimento della difesa degli Stati Uniti. Per quale motivo, tuttavia, l’Italia non si è prima munita di una quantità simile di test, anziché permetterne la vendita all’estero? È coerente che l’Italia faccia appello alla solidarietà internazionale di altri Paesi, mentre poi si lascia sottrarre i tamponi prodotti sul proprio territorio?

L’unica spiegazione plausibile risponde al nome di capitalismo, o leggi di mercato, che dir si voglia. Gli Stati Uniti, o delle aziende private di quel Paese (come sostiene la Copa Diagnostics), devono aver offerto una cifra irrifiutabile all’azienda bresciana, cifra probabilmente fuori portata per la sanità pubblica italiana. Se questo fosse vero, il governo dovrebbe provvedere attraverso un sequestro forzato delle forniture fino a dotarsi di un numero sufficiente di tamponi, di fronte al paradosso di un’azienda nel cuore della Lombardia, la regione più colpita, che vende le proprie forniture all’estero. La Copan Diagnostics, al contrario, sostiene di aver fornito tamponi sufficienti all’Italia, addirittura nel numero di un milione, ma che non ci sarebbe stato il tempo materiale ed il personale per applicarli tutti.

Il governo statunitense, dal canto suo, si era già fatto notare per aver offerto cifre astronomiche ai laboratori tedeschi CureVac, al fine di garantirsi il brevetto di un eventuale vaccino. Il governo tedesco e l’Unione Europea, in questo caso, sono intervenuti stanziando ottanta milioni per mantenere il brevetto in casa ed impedirne la fuga.

Anche in un momento di emergenza e di fronte ad un diritto umano primario come quello alla salute, il capitalismo dimostra la sua natura spietata, volta solamente al soddisfacimento delle brame di profitto di pochi ed alla sopravvivenza del più forte, che in ambito economico è sempre il più ricco. Ciò è dimostrato anche dai prezzi astronomici che stanno raggiungendo mascherine e medicamenti di vario tipo sul mercato, mentre Paesi come Cina, Vietnam e Cuba si sono dimostrati in grado di garantire tutti i mezzi di prevenzione e di cura ai propri cittadini in maniera del tutto gratuita: “Per la salute delle persone, siamo pronti a sacrificare gli interessi economici”, ha sottolineato più volte il premier vietnamita.

Qualunque sia la verità sui tamponi prodotti in Italia e finiti negli Stati Uniti, restano due questioni da risolvere: se in Italia vi sono già un milione di tamponi a disposizione, come sostiene la Copan Diagnostics, perché il Paese continua a riceverne di gratuiti dalla Cina e dal Vietnam? In secondo luogo, quanto è etico che aziende private, mosse unicamente dalla finalità del profitto, sfruttino la situazione sanitaria internazionale per fare affari milionari in tutto il mondo? Un interrogativo che ha la sua unica risposta nella necessità di abbattere un sistema economico le cui storture ed aporie sono ogni giorno più evidenti.

Giulio Chinappi

Coronavirus: il Vietnam soccorre l'Italia, mentre i tamponi italiani finiscono negli USA

 

Coronavirus. Campidoglio, ampliata accoglienza H24 per persone senza fissa dimora

Più pasti a domicilio, nelle mense sociali al via pranzo ‘al sacco’

Nell’ambito delle misure di contrasto alla diffusione del nuovo Coronavirus Covid-19, l’Amministrazione Capitolina ha ampliato l’accoglienza H24 per persone senza fissa dimora nelle strutture del Piano Freddo.

I centri attualmente in regime di H15 passeranno infatti al regime completo di H24, permettendo così a 240 ospiti di rimanere all’interno delle strutture per l’intero arco della giornata e contenere gli spostamenti. I nuovi inserimenti saranno preceduti da uno screening specifico per la verifica dello stato di salute dei singoli ospiti.

È stato parallelamente rafforzato il servizio di distribuzione dei pasti a domicilio, che passeranno da 600 a 800 al giorno. Alle mense sociali, che servono circa 40 mila pasti al mese, è stata data disposizione di prendere tutti gli accorgimenti necessari affinché sia rispettata la distanza minima di sicurezza tra le persone, insieme alle altre misure di prevenzione raccomandate, anche trasformando una parte consistente dei pasti in pranzi e cene ‘al sacco’.

L’assessora alla Persona, Scuola e Comunità Solidale Veronica Mammì sta passando al vaglio insieme agli uffici capitolini tutte le possibilità in campo per ampliare ulteriormente l’accoglienza ed efficientare i servizi. Per le nuove misure da attivare in questa fase l’assessora ha previsto di destinare ulteriori risorse economiche che si andranno ad aggiungere ai 15 milioni di euro già investiti annualmente nel servizio di accoglienza per adulti e madri con bambini, mense sociali, pasti a domicilio, emergenze climatiche con il Piano Freddo e il Piano Caldo, barbonismo domestico e Sala Operativa Sociale capitolina.

L’Amministrazione sta verificando la disponibilità degli enti gestori per ampliare ulteriormente i posti del Piano Freddo, così come per utilizzare per l’accoglienza le strutture dei servizi del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati oggi dismessi. A tutti i Municipi che hanno ricevuto i fondi capitolini per aprire strutture per il Piano Freddo sul territorio è stata inviata la richiesta di ampliare anche i propri posti H15 fino al regime completo di H24.

La situazione è costantemente monitorata dal Centro Operativo Comunale che riunisce i vertici di Protezione Civile, Ragioneria, Risorse Umane, Polizia Locale, Politiche Sociali, Simu, Sviluppo Economico e Attività Produttive, Mobilità e Trasporti, Servizi Educativi e Scolastici, Ambiente, Atac, Ama e Acea.

“Ringrazio i dipendenti capitolini e tutti gli operatori e i volontari che in questo momento delicato stanno contribuendo all’accoglienza e alla distribuzione dei pasti per i più fragili mettendo in campo tutte le misure di prevenzione raccomandate. Roma ne è orgogliosa”, dichiara la sindaca di Roma Virginia Raggi.

“Stiamo vagliando con gli uffici ogni possibile soluzione per sostenere con ancora maggiore forza le persone più fragili sul nostro territorio, aumentando i posti dell’accoglienza e contenendo il più possibile gli spostamenti. Ringrazio profondamente i dipendenti di questa Amministrazione, che in questa fase confermano un impegno importante al servizio dei cittadini, insieme a tutti gli enti gestori, gli operatori e i volontari dei servizi di accoglienza e distribuzione pasti finanziati da Roma Capitale. Dobbiamo lavorare uniti per superare questo momento delicato”, dichiara l’assessora alla Persona, Scuola e Comunità Solidale di Roma Capitale Veronica Mammì.

Roma, 16 marzo 2020

 

“L’esperimento della riduzione di democrazia”

Ne è convinto Fulvio Grimaldi, giornalista ed inviato di guerra, storico collaboratore della Rai, che insieme alle analisi di Massimo Mazzucco e Alessandro Sansoni, giornalista di Limes e direttore di Cultura & Identità, ci aiuterà ad interpretare gli spaventosi tempi che stiamo attraversando. Read More ““L’esperimento della riduzione di democrazia””

Coronavirus: Medu attiva intervento per homeless ed insediamenti precari

Decine di migliaia di persone senza fissa dimora e in condizioni di fragilità ed emarginazione restano escluse dalle misure di prevenzione sanitaria per la pandemia di COVID-19. Per queste ragioni MEDU ha rivolto un appello al governo e alle autorità sanitarie affinché si prevedano piani d’azione specifici per proteggere i gruppi di popolazione più vulnerabili. Da parte nostra, per contribuire alle strategie di contenimento del virus, abbiamo deciso di avviare un intervento urgente di triage medico telefonico per homeless ed insediamenti precari. Verrà inoltre attivato anche un servizio di supporto psicologico. L’intervento si rivolgerà in particolare alle migliaia di persone che vivono negli insediamenti precari nel centro e nelle periferie di Roma, a Firenze, Pistoia e nella Piana di Gioia Tauro in Calabria.
In tutti questi luoghi, dove le persone riscontrano spesso grandi difficoltà di accesso al medico di base, operano già da anni le cliniche mobili di MEDU. Nella provincia di #Ragusa sarà attivo il servizio di supporto psicologico offerto dal team Medu Sicilia, attivo da 6 anni in quel territorio. L’intervento si svilupperà con l’attiva partecipazione dei gruppi di popolazione assistiti, in particolare tramite il continuo supporto ai promotori di salute e ai focal point sanitari individuati e formati in ciascuna comunità.

Ufficio stampa mediciperidirittiumani.org

Roma, 12 marzo 2020

 

Covid-19. “Gruppo di pressione fedele a Trump impedisce la vendita di medicinali all’Iran”

Mentre l’Iran sta combattendo l’epidemia di COVID-19, vengono rivelati nuovi sforzi da parte delle lobby statunitensi per impedire il commercio di dispositivi medici con l’Iran

Il portale degli Stati Uniti di The Intercept ha rivelato i tentativi della lobby “Uniti contro un Iran nucleare” (UANI), che include membri repubblicani e democratici tra i suoi ranghi, per orchestrare una campagna per esercitare pressioni sull’Iran .

Secondo il rapporto, il gruppo ha esortato le principali compagnie farmaceutiche, in particolare quelle autorizzate a commerciare con l’Iran con “esenzioni umanitarie”, e “porre fine alla loro attività in Iran”.

Video HispanTV

UNAI cerca anche di aiutare il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ad attuare le sanzioni imposte all’Iran dalle società investigative che commerciano con il paese persiano.

“Questi gruppi hanno cercato di colpire la reputazione delle compagnie che firmano accordi legittimi con l’Iran, anche in campo umanitario” , si legge nel testo.

A questo proposito, il media americano annuncia che il nome di 9 società attive nel campo della medicina, della biotecnologia e delle apparecchiature mediche figura in un elenco di UNAI come società che cooperano con l’Iran.

Questa lobby ha collegamenti con l’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e Israele.

La pubblicazione di questa notizia coincide con una propaganda diffusa nei media dal governo degli Stati Uniti secondo cui è stato avviato la creazione di uno speciale canale finanziario per facilitare il commercio umanitario con l’Iran in associazione con la Svizzera.

Le autorità iraniane hanno definito “falsa” l’offerta di assistenza da parte delle autorità statunitensi. per combattere gli effetti letali del nuovo focolaio di coronavirus, chiamato COVID-19, che si sta diffondendo tra la popolazione iraniana da alcune settimane.

Il presidente dell’Iran, Hasan Rohani, ha sottolineato che gli Stati Uniti come “primo passo” devono eliminare almeno le ingiuste sanzioni che ha imposto al settore dei farmaci del paese persiano per non essersi sottomesso alle richieste di Washington .

Tuttavia, l’Iran ha effettivamente utilizzato tutte le sue risorse per affrontare il problema, tra cui un aumento della produzione e dell’importazione di disinfettanti, articoli per l’igiene e la protezione, nonché l’applicazione di misure diagnostiche in tutto il paese.

Fonte: Foto AP

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-video_covid19_gruppo_di_pressione_fedele_a_trump_impedisce_la_vendita_di_medicinali_alliran/82_33460/

 

Licenziato per coronavirus. Lo stato intervenga immediatamente

Eccolo qua il primo atto di solidarietà sociale dal mondo delle imprese. Dopo i richiami autorevoli a stare tutti uniti ecco un lavoratore licenziato in tronco causa crisi economica da #CoronaVirus.

E a proposito di scuole chiuse si segnalano casi di lavoratrici e lavoratori precari che non possono stare a casa per accudire i figli, perché temono che al ritorno il lavoro non ci sia più. Non sono effetti collaterali della malattia, sono effetti diretti del Jobsact e di tutte le leggi che hanno distrutto i diritti del lavoro. Che come quelle che hanno tagliato miliardi alla sanità pubblica, ora diventano il brodo di coltura per allargare gli effetti devastanti del virus.

Il liberismo è un’infezione sociale che aggrava quella sanitaria. Ora se si vogliono contenere entrambe bosogna prendere subito misure sociali, ed una di queste è BLOCCARE PER LEGGE I LICENZIAMENTI. Siamo in guerra ? Bene nel 1945 per legge furono a tempo bloccati i licenziamenti. Ci vuole un provvedimento analogo perché i padroni, come il mercato, non sono capaci di autoregolarsi, nemmeno di fronte ai più elementari doveri di umanità.

Grazie a Giuliano Granato per la denuncia

di Giorgio Cremaschi

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-licenziato_per_coronavirus_lo_stato_intervenga_immediatamente/6121_33459/

 

Conferme dagli studiosi. In Italia il coronavirus arrivato dalla Germania dal “focolaio di Monaco”

L’Italia, suo malgrado, si trova ad essere definito il focolaio europeo del nuovo coronavirus. Ma il coronavirus Sars-Cov-2 è entrato in Europa più volte e il primo focolaio potrebbe essere quello isolato in gennaio in Germania, a Monaco. Lo indica la mappa genetica pubblicata sul sito Netxstrain, fondato e diretto dal gruppo guidato da Trevor Bedford, del Fred Hutchinson Cancer Research.

Fino a questo momento si pensava che il virus fosse giunto in Europa tramite il contatto con cittadini di Wuhan in Cina, epicentro dell’epidemia, o per via di cittadini italiani ivi residenti o di passaggio nella località cinese. Questa teoria è stata però smentita. Secondo quanto riferisce il quotidiano britannico The Guardian la prima trasmissione da uomo a uomo del coronavirus di Wuhan in Europa è stata segnalata in Germania, dove un uomo è stato infettato da una collega proveniente dalla Cina. Il primo contagiato europeo è un uomo di 33 anni che non aveva visitato la Cina, ma venuto a contatto con una collega cinese che ha visitato la Germania la scorsa settimana. La donna aveva “iniziato a sentirsi male durante il volo di ritorno a casa il 23 gennaio”, ha dichiarato Andreas Zapf, capo dell’Ufficio di Stato bavarese per Salute e sicurezza alimentare. Il Centro europeo per il controllo delle malattie ha dichiarato in una nota che il caso bavarese non ha modificato la sua valutazione del rischio. Il caso tedesco secondo gli esperti non è sorprendente ma conferma che il virus può essere trasmesso da qualcuno che non presenta alcun sintomo di malattia. “Il caso tedesco è molto preoccupante perché se la donna cinese fosse effettivamente asintomatica al momento della sessione di formazione, confermerebbe le segnalazioni di diffusione prima che i sintomi si sviluppino rendendo meno efficaci le strategie di controllo standard”.

Prendendo a riferimento la mappa genetica pubblicata sul sito Netxstrain – che ricostruisce una sorta di albero genealogico del virus – scrive il quotidiano la Repubblica come “il focolaio tedesco potrebbe avere alimentato silenziosamente la catena di contagi al punto da essere collegato a molti casi in Europa e in Italia”. Analizzando il percorso e le mutazioni genetiche del coronavirus, gli studiosi hanno rilevato che è entrato in Europa più volte. “Dal primo febbraio circa un quarto delle nuove infezioni in Messico, Finlandia, Scozia e Italia, come i primi casi in Brasile, appaiono geneticamente simili al focolaio di Monaco”, rileva Bedford.

Sebbene la sede dell’azienda fosse stata chiusa dopo la comparsa dei primi casi, i ricercatori ritengono che il focolaio di Monaco possa essere collegato a una buona parte dell’epidemia in Europa, compresa l’Italia. “Il messaggio importante – rileva Bedford – è che il fatto che un focolaio sia stato identificato e contenuto non significa che questo caso non abbia continuato ad alimentare una catena di trasmissione che non è stata rilevata finché non è cresciuta al punto da avere dimensioni consistenti”.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-arrivano_conferme_degli_studiosi_in_italia_il_coronavirus_arrivato_dalla_germania_dal_focolaio_di_monaco/82_33438/

Coronavirus, lettera al governo per sospensione sfratti

Da 15 giorni Unione Inquilini  ha avviato una campagna per chiedere la sospensione degli sfratti e degli espropri.  Al momento solo il prefetto di Milano ha sospeso gli sfratti oggi. Dopo i comunicati dei giorni scorsi Unione Inquilini ha  scritto ai Ministri compententi, la seguente lettera.

Unione Inquilini
Segreteria Nazionale
Via Cavour 101 – 00184 Roma  – Mail: unioneinquilini@libero.it
Facebook: Unione Inquilini Notizie
Roma 5 marzo 2020
Ministro Luciana Lamorgese
Ministro Roberto Speranza
Ministro Paola De Micheli
Oggetto: Covid-19 necessario procedere alla sospensione temporanea delle esecuzioni degli sfrati e degli espropri a causa di pignoramenti da parte di istituti di credito.
Il Governo sta affrontando l’emergenza sanitaria derivante dal contagio da Covid-19, con provvedimenti, tesi a contrastare efficacemente la diffusione del contagio, anche eccezionali quali ad esempio, la chiusura delle scuole e delle università; il riconoscimento di zone rosse e gialle; disponendo che gli eventi sportivi si effettuino a porte chiuse.
Si tratta con tutta evidenza di affrontare in termini emergenziali e straordinari un contagio che deve essere limitato in tutti i modi a tutela della salute dei cittadini.
Sono quindi a rappresentarvi una questione che ritengo di grande rilevanza e che finora in nessuno dei provvedimenti di urgenza è stato affrontato mi riferisco alle esecuzioni di sfratto e agli espropri forzosi causati dal pignoramento di immobili da parte di istituti di credito.
Non è, ovviamente, in discussione il diritto di procedere sulla base di convalide di sfratto stabilite dai giudici e che tali restano, ma intendo porvi la questione rilevante di rischio per la salute dei cittadini che sono soggetti a sfratti ed espropri.
Ogni giorno in Italia si eseguono circa 140 esecuzioni di sfratto che vedono coinvolti nella quasi totalità famiglie che hanno nel nucleo famigliare minori, anziani, persone disabili o malate.
In un contesto emergenziale come quello che il Governo deve affrontare appare una contraddizione prevedere chiusure di scuole e dare indicazioni agli anziani di restare in casa mentre al contempo famiglie vengono sfrattate forzosamente mettendo a rischio la propria salute e quella delle persone che hanno intorno, in quanto con lo sfratto entrano in un contesto di grave disagio.
Sono quindi a chiedere di valutare la possibilità di disporre la sospensione temporanea degli sfratti e delle esecuzioni forzose di espropri causati da pignoramenti in modo da salvaguardare la salute dei cittadini coinvolti, anche al fine di poter disporre in maniera maggiore delle forze dell’ordine per le attività connesse all’attuazione delle misure stabilite per affrontare il Covid-19.
Nel ringraziare per la cortese attenzione, ed in attesa di riscontro, con l’occasione porgo distinti saluti.
Massimo Pasquini
Segretario Nazionale
Unione Inquilini

Emergenza Covid-2019: Lettera all’USR e ai dirigenti delle scuole bolognesi

A seguito delle segnalazioni ricevute ci troviamo costretti a ricordare che la situazione di eccezionale sospensione delle ordinarie attività didattiche nelle scuole non può in alcun modo dare adito a improbabili e illegittime interpretazioni del funzionamento degli organi collegiali, né introdurre piani di riorganizzazione e obblighi di lavoro non previsti dalla normativa vigente.

In particolare non possono in alcun modo essere equiparati ad atti del Collegio dei docenti la compilazione di questionari-sondaggi on line, che al massimo possono costituire una fonte di informazione, né le decisioni prese da collegi straordinari virtuali, convocati al di fuori di ogni regolamentazione. Il collegio dei docenti è infatti un organo collegiale con potere deliberante, si muove all’interno di una cornice di regole precise e si fonda sul libero e paritario confronto tra i suoi membri.

Quanto sta accadendo è certamente un effetto della contraddittorietà di un passo del testo del DCPM del 1 Marzo 2020, che richiama la necessità di un pronunciamento del Collegio dei docenti per attivare modalità di didattica a distanza, quando l’effettiva convocazione del Collegio è preclusa dalla ratio stessa del provvedimento. Nel merito specifico riteniamo che un semplice invito ai docenti, nel rispetto della libertà di insegnamento, a trovare forme di contatto con alunne e alunni per proporre attività da svolgere in questo periodo, non necessiti di una delibera collegiale a meno che quella che è indicata nel Decreto governativo come semplice possibilità non sia intesa come occasione per imporre modalità emergenziali di rapporto con il personale, nuovi obblighi di lavoro, strumenti e metodologie didattiche standard.

Riteniamo che l’invito ad utilizzare il registro elettronico per comunicare le modalità scelte liberamente dai docenti per affrontare i giorni di sospensione – scelta praticata da molte scuole – sia la modalità di gestione più sobria, aperta ed adeguata anche per rispondere al bisogno, ampiamente diffuso tra le docenti e i docenti, di ripristinare la relazione con gli studenti e ritornare alla “normalità”. Ciò non necessita alcuna delibera proprio perché è un invito e non impone nulla a nessuno, né ai docenti né agli studenti. E’ opportuno ricordare anche che ogni atto valutativo ufficiale da parte dei docenti durante il periodo di sospensione delle attività didattiche si espone a forti dubbi di legittimità.

Crediamo sia interesse di tutti evitare oggi scelte improvvisate che producono un indesiderato effetto di amplificazione dell’ansia e dell’incertezza comune.

Con la presente diffidiamo i dirigenti scolastici dal mettere in atto procedure illegittime di convocazione e svolgimento dei Collegi dei docenti così come forme di riorganizzazione delle attività funzionali obbligatorie non deliberate nel piano annuale delle attività.

Vista la forte disomogeneità dei comportamenti adottati dai dirigenti scolastici del territorio di Bologna e Provincia, ci sembrerebbe utile che l’Ufficio scolastico regionale accompagnasse la nota di suggerimenti sull’attività didattica a distanza già diffusa con una ulteriore nota di chiarimento sui temi esposti, tale da consentire a tutte e tutti di muoversi con la necessaria serenità in un quadro di regole certe e condivise.

COBAS SCUOLA BOLOGNA

 

Luc Montagnier: “Siamo sulla vetta del progresso… Ma potremmo precipitare”

Il prof. Luc Montagnier, premio Nobel per la medicina nel 2008, scopritore del virus HIV, concede un’intervista esclusiva a Pandora Tv.

Una conversazione con Giulietto Chiesa che, partendo dal Covid19, affronta la questione dei vaccini, della forza dei sistemi immunitari, delle epidemie, degli interrogativi sulla nascita del Covid19, delle armi di distruzione di massa, delle manipolazioni genetiche, del principio di precauzione e
dell’immoralità, oltre che dei pericoli, di una ricerca scientifica dominata dal denaro.

Un ringraziamento al dottor Roberto Germano e alla dottoressa Margherita Furlan per l’organizzazione dell’intervista

Traduzione a cura di Fabio Grazioso, Marco Bulletta, Diego Guardiani, Giulio Bona

Paesi vietati ai turisti italiani: perchè la Farnesina tace?

Ingresso vietato agli italiani. Motivo? In Italia c’è un’epidemia da coronavirus. Un provvedimento assurdo e ingiustificato considerato che l’epidemia riguarda solo alcune zone ben delimitate e non certo tutto il territorio nazionale. Il ministro degli Esteri, Luigi di Maio, ha presentato un piano per informare direttamente e puntualmente tutti gli ambasciatori accreditati in Italia sulla diffusione del coronavirus in Italia. Ma ci si sarebbe aspettati anche, non dico delle “forti e vibranti” rimostranze pubbliche per aver visto i nostri connazionali “trattati come appestati, ma almeno uno straccetto di comunicato di protesta da parte della Farnesina verso i Paesi che impediscono l’entrata degli italiani. Invece niente. Perchè?

I Paesi che vietano l’ingresso agli italiani

Per cercare una risposta è necessario, innanzitutto, considerare i Paesi che hanno comunicato il divieto di ingresso a cittadini italiani. E’ un nutrito drappello di Stati. Vi figurano non solo alcuni dei più noti “paradisi delle vacanze” (Capo Verde, Mauritius, Seychelles) e nazioni di interesse turistico (Giordania, Bahrein, El Salvador, Vietnam), ma anche un serie di Paesi che – oltre ad essere mete turistiche – sono soprattutto partner commerciali di primo piano dell’Italia nell’area mediorientale: Arabia Saudita, Turkmenistan, Kuwait e Israele. Paesi che hanno un altro elemento in comune: sono tra i maggiori acquirenti di armamenti italiani.

Arabia Saudita

Con la monarchia assoluta islamica dell’Arabia Saudita, l’Italia ha in corso notevoli affari non solo per l’interscambio commerciale nel settore civile (oltre 3 miliardi di euro di esportazioni nel 2018 e 5,1 miliardi di importazioni, soprattutto per il petrolio), ma anche consistenti contratti nel settore militare. Contratti che hanno radici nel torbido affare per l’acquisto di 72 caccia multiruolo Eurofighter Typhoon da parte della Reale Aeronautica Saudita dalla BAE Systems (di cui Alenia, oggi Leonardo, è partner per una controparte di 1,1 miliardo): un caso, anche giudiziario, che è stato per anni nel mirino della stampa britannica, ma di cui quasi nessun organo di informazione – a parte Unimondo – ha parlato in Italia.

Anche se le autorizzazioni all’esportazione di armamenti sono in calo e la maxi-fornitura di 19.675 bombe autorizzata dal governo Renzi nel 2016 è stata sospesa lo scorso luglio (si tratta delle bombe prodotte in Italia dall’azienda tedesca RWM Italia e impiegate dai sauditi per bombardare lo Yemen), continuano le esportazioni verso Riad di tutti gli altri sistemi militari, comprese le armi leggere. E nuovi affari sono in arrivo: Fincantieri ha reso nota l’assegnazione della commessa al consorzio guidato da Lockheed Martin di cui è partner negli USA per la costruzione di quattro unità Mmsc (Multi-mission Surface Combatants) destinate all’Arabia Saudita: l’ordine vale circa 1,3 miliardi di dollari (1,1 miliardi di euro) per Fincantieri e sarà eseguito presso lo stabilimento Marinette Marine di Fincantieri in Wisconsin.

Kuwait

Anche con il Kuwait l’Italia intrattiene ottimi rapporti commerciali nel settore civile (quasi 1,1 miliardi di euro di esportazioni e 371 milioni di importazioni, ma probabilmente non vengono più riportate le importazioni di petrolio che nel 2017 erano di quasi 1 miliardo di euro), ma soprattutto rilevanti affari nel settore degli armamenti.

Affari che hanno toccato il picco nel 2016 quando il governo Renzi ha autorizzato la fornitura di 28 caccia multiruolo Eurofighter Typhoon di nuova generazione realizzati in Italia per un valore di 7,3 miliardi di euro. “Si tratta del più grande traguardo commerciale mai raggiunto da Finmeccanica” – commentava l’allora Amministratore Delegato e Direttore Generale di Finmeccanica, Mauro Moretti. “Il contratto con il Kuwait si inserisce in un’ampia e consolidata partnership tra i Ministeri della Difesa italiano e del Paese del Golfo” – aggiungeva il comunicato ufficiale di Finmeccanica-Leonardo.

Israele

E’ considerevole sopratutto l’interscambio commerciale tra Italia e Israele: oltre 2,5 miliardi di euro di esportazioni nel 2018 e circa 800 milioni di importazioni, soprattutto per prodotti chimici. Ma ancora più consistenti sono gli affari nel settore militare.

Il maggiore contratto risale al 2012, quando il governo Monti ha siglato il contratto per la fornitura a Israele di 30 velivoli addestratori M-346 della Alenia Aermacchi in cambio dell’acquisto da parte dell’Italia di un pacchetto di sistemi militari israeliani del valore di un miliardo di dollari. Contratto che rappresentava – a detta di Monti – un “salto di qualità nei rapporti tra i due Paesi”. Fino a quel momento e per almeno 20 anni l’esportazione italiana di armi italiane verso Israele era stata, infatti, quanto mai contenuta. “Salto di qualità” che era già stato messo in atto nel maggio 2005 dal governo Berlusconi III che aveva ratificato un“Accordo generale di cooperazione tra Italia e Israele nel settore militare e della difesa” (qui il testo della Legge di ratifica del 17 maggio 2005, n. 94) finalizzato a favorire l’interscambio di materiali di armamento e la produzione di armi.

E ci sono nuovi recenti affari. Nel febbraio dell’anno scorso è stato firmato un accordo tra il Ministero della Difesa israeliano e quello italiano per l’acquisto di sette elicotteri AW-119Kx per un valore di 350 milioni di dollari: anche in questo caso l’Italia acquisterà un equivalente in tecnologia militare israeliana.

Turkmenistan

Sebbene meno rilevanti, presentano importanti sviluppi anche i rapporti commerciali con il Turkmenistan: nel settore civile l’interscambio con Ashgabat, nel 2019 vede esportazioni dall’Italia per oltre 50 milioni di euro e importazioni per più di 90 milioni. Anche in questo caso, sono particolarmente importanti le esportazioni di sistemi militari che negli ultimi anni superano i 460 milioni di euro.

Si tratta di un ampio arsenale bellico. Vi figurano due elicotteri AgustaWestland EH101 (circa 50,5 milioni di euro) e altri cinque elicotteri AgustaWestland AW139 “per impiego militare” (64 milioni di euro). Ma soprattutto, sistemi missilistici Marte della MBDA Italia (162 milioni di euro), tre droni teleguidati Falco XN (extra Nato) della Selex Galileo, oggi Selex ES (8,7 milioni di euro); otto complessi del cannone binato navale compatto 40/70 compatti (28 milioni di euro), 10mila munizioni pesanti della M.E.S. (oltre 4,4 milioni di euro) e finanche 1.680 fucili d’assalto Beretta ARX-160 con oltre 2 milioni di munizioni, 150 lanciagranate Beretta GLX-160, 120 pistole semiautomatiche Beretta PX4 Storm con dispositivi di soppressione del rumore (valore totale di quasi 3,9 milioni di euro) e dodici mitragliere C/A da 25 mm. tipo KBA con accessori della Rheinmetall Italia (circa 2,4 milioni di euro). Sistemi militari che – come riporta una dettagliata inchiesta di Ludo Hekman di Bellingcat – sono in gran parte già arrivati a destinazione e in dotazione delle Forze armate del presidente-dittatore Berdimuhamedov.

I silenzi della Farnesina

Che sia il desiderio di non compromettere nuovi affari nel settore militare a spiegare la ritrosia della Farnesina a far sentire le proprie rimostranze ai paesi che hanno vietato l’accesso ai nostri concittadini? Non è da escludere considerato che la materia dell’esportazione di armamenti è di competenza del ministero degli Esteri. Attraverso l’Autorità nazionale UAMA (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) rilascia appunto le autorizzazioni per l’esportazione di armamenti. Durante la direzione del ministro plenipotenziario Francesco Azzarello, UAMA non ha fatto mistero di voler sostenere le aziende del settore militare, ed in particolare quelle a controllo statale come Leonardo-Finmeccanica e Fincantieri, per “dare impulso” al comparto industriale-militare anche a costo di incorrere in indagini sulle autorizzazioni rilasciate. Di recente è stato nominato un nuovo direttore di UAMA, il ministro Alberto Cutillo. Un po’ presto per vedere se ci saranno cambiamenti. Ma nel frattempo almeno il sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano (che ieri ha fatto bella mostra delle deleghe) potrebbe battere un colpo verso i Paesi dell’Asia che hanno deciso di impedire l’ingresso ai nostri connazionali. O dobbiamo pensare che la politica estera sia dettata – come molti dicono – da ENI e Leonardo?

Giorgio Beretta
giorgio.beretta@unimondo.org

Venerdì, 28 Febbraio 2020

 

Corona virus, la questione politica

In questi giorni abbiamo sentito molti cittadini interrogarsi su quello che sta veramente accadendo, se sia un prodotto della natura o frutto di diaboliche iniziative. Sono domande giustificate visto lo standard di criminalità degli imperialisti negli ultimi decenni (basta pensare agli attentati dell’11 settembre). Noi però non abbiamo al momento la possibilità di dare un giudizio su questo. Possiamo però vedere lucidamente il contesto in cui la questione virus si è manifestata e ha preso anche in Italia la dimensione che ha preso.

Il contesto è quello di un crescendo di guerre, combattute e minacciate[*], di sanzioni economiche per strangolare un numero crescente di paesi e di operazioni di destabilizzazione e ‘regime change’ finanziate con larghezza di mezzi (come per esempio Hong Kong) ed è un contesto in cui il nostro ‘grande alleato’ americano dichiara apertamente, in tutti i suoi documenti ufficiali, che ogni avanzamento della Cina sul terreno economico, tecnologico o di rafforzamento delle relazioni internazionali (via della seta) costituisce una ‘minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti’. In queste circostanze anche l’epidemia in Cina è stata subito utilizzata politicamente e amplificata mediaticamente per cercare di isolare il paese, metterlo sul banco degli imputati e approfittare delle sue difficoltà.

L’ormai evidente esagerazione del pericolo virus è nata e cresciuta in questo contesto e sta producendo situazioni grottesche e rilevanti danni economici anche in Italia.

La questione principale, che si pone ormai in termini inderogabili, è quella dell’uscita dell’Italia dalla spirale che porta alla guerra. L’Italia non ha nemici e l’unica cosa che può veramente mettere a rischio la sua sicurezza è l’essere trascinata nelle guerre promosse dal grande alleato che non accetta di essere su un piano di parità con gli altri paesi e minaccia sfracelli per mantenere il suo ingiustificato predominio planetario.

Bisogna che un’ampia mobilitazione popolare riesca a mettere all’ordine del giorno il rispetto dell’articolo 11 della Costituzione, che da anni è stato buttato alle ortiche, il ripristino del diritto internazionale e il rifiuto di aggressioni economiche (sanzioni) e militari.

[*] E’ di ieri la dichiarazione del segretario di stato USA Pompeo sulla possibilità di azioni congiunte con l’allleato NATO Turchia contro l’esercito siriano, accusato di “un atto di aggressione con il cinico sostegno da parte di Mosca e Teheran” a Idlib e dunque in territorio siriano!

Fronte Politico Costituzionale
27 febbraio 2020