AOI – Il nostro impegno nell’emergenza #covid19

Un team di dirigenti di Organizzazioni socie di AOI ha volontariamente deciso di attivarsi da più di 2 settimane per: fornire informazioni utili ad affrontare le situazioni di rischio del personale espatriato, aiutandolo a restare in sicurezza nei Paesi o garantendone l’eventuale rientro in Italia; lavorare con le colleghe e i colleghi di CINI e Link2007, le altre reti di Ong, nel dialogo con la Farnesina e l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo per salvaguardare progetti e iniziative in essere; promuovere iniziative di valorizzazione del lavoro in essere e partenariati per affrontare la crisi.

Abbiamo scelto, quindi, di lanciare questa campagna di raccolta e diffusione dei dati sulle attività che le organizzazioni di solidarietà, cooperazione e volontariato internazionale aderenti ad AOI stanno realizzando nell’emergenza Covid19 in Italia e all’estero.

Numeri relativi all’impiego di personale professionale e volontario delle nostre organizzazioni, medici e paramedici, operatrici e operatori del sociale, educatrici ed educatori, dirigenti in attività di emergenza nelle varie aree del Paese. Circa 1500 operatori tra dipendenti e volontari impegnati soprattutto in attività di sostegno alle fasce di popolazione più vulnerabili, supporto medico rifugiati, minori e senza fissa dimora, distribuzione di pasti e spese solidali, informazione sui rischi di contagio e supporto nell’applicazione delle direttive, educazione a distanza, sostegno ai partner locali nelle attività di solidarietà internazionale.

“La responsabilità sociale e la sussidiarietà sono valori fondanti dell’AOI, perché lo sono per le realtà associate. Non avremmo certo potuto dimenticarcene in questa emergenza globale: il covid-19 si sta diffondendo purtroppo in tutti i Paesi, va contrastato con misure di prevenzione e sanitarie e vanno attivati ammortizzatori e sostegni diretti alle persone e comunità più socialmente a rischio.” dice la Portavoce AOI, Silvia Stilli

Sono informazioni importanti per dare il senso dell’impegno della nostra constituency accanto ad altre organizzazioni del Terzo Settore, cittadine e cittadini, personale professionale e istituzioni per fronteggiare questa emergenza sanitaria e sociale. E per rispondere con dati e fatti alle nuove illazioni e fake news sulla nostra assenza dalla scena drammatica che vede le persone malate, sole, in difficoltà e intere comunità colpite dalla pandemia.

Elenco in aggiornamento: https://www.ong.it/il-nostro-impegno-nellemergenza-covid19/

 

Lettera95 | Marzo 2020

Libera
Lettera95 | Marzo 2020
“Il senso di solidarietà che proviamo adesso sotto la minaccia del virus deve sopravvivere al virus, trasformarsi in un impegno collettivo per costruire un mondo più giusto, più umano, più uguale; un mondo senza muri, un mondo che permette e promuove la prossimità.”

Don Luigi Ciotti

21 MARZO // MEMORIA E IMPEGNO Luigi Ciotti: “Il nostro 21 marzo”
Il Paese nella piazza virtuale ha ricordato tutte le vittime innocenti delle mafie.
LUIGI CIOTTI // MEMORIA E IMPEGNO Anniversario Don Peppe Diana
Don Luigi Ciotti: “Per ricordare don Peppe Diana è importante meditare sulle sue parole, fare del suo messaggio una credibile testimonianza di vita”.
LUIGI CIOTTI Coronavirus, video messaggio Luigi Ciotti
Seguiamo le indicazioni che ci vengono date dagli scienziati per contenere il contagio. Non dimentichiamolo, prima di una questione di regole e di legalità, è una questione di responsabilità.
BENI CONFISCATI // APPROFONDIMENTO #perilbeneditutti! Da beni confiscati a beni comuni
La legge n. 109/96 per il riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati alle mafie compie ventiquattro anni.
LUIGI CIOTTI // 21 MARZO // GIOVANI Luigi Ciotti scrive ai giovani
“Vi auguro di riempire la vostra vita di vita, di senso, di significato, di speranza.”
COSA PUOI FARE // SOSTIENI Dona Ora
È il “noi” la chiave del cambiamento, la via maestra alla speranza. Per riempire il presente. E guardare al futuro.
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Coronavirus: Medu attiva intervento per homeless ed insediamenti precari

Decine di migliaia di persone senza fissa dimora e in condizioni di fragilità ed emarginazione restano escluse dalle misure di prevenzione sanitaria per la pandemia di COVID-19. Per queste ragioni MEDU ha rivolto un appello al governo e alle autorità sanitarie affinché si prevedano piani d’azione specifici per proteggere i gruppi di popolazione più vulnerabili. Da parte nostra, per contribuire alle strategie di contenimento del virus, abbiamo deciso di avviare un intervento urgente di triage medico telefonico per homeless ed insediamenti precari. Verrà inoltre attivato anche un servizio di supporto psicologico. L’intervento si rivolgerà in particolare alle migliaia di persone che vivono negli insediamenti precari nel centro e nelle periferie di Roma, a Firenze, Pistoia e nella Piana di Gioia Tauro in Calabria.
In tutti questi luoghi, dove le persone riscontrano spesso grandi difficoltà di accesso al medico di base, operano già da anni le cliniche mobili di MEDU. Nella provincia di #Ragusa sarà attivo il servizio di supporto psicologico offerto dal team Medu Sicilia, attivo da 6 anni in quel territorio. L’intervento si svilupperà con l’attiva partecipazione dei gruppi di popolazione assistiti, in particolare tramite il continuo supporto ai promotori di salute e ai focal point sanitari individuati e formati in ciascuna comunità.

Ufficio stampa mediciperidirittiumani.org

Roma, 12 marzo 2020

 

“C’è qualcosa di forte che resiste: non è forse l’amore?”

Si chiamano Saja e Nabil, hanno venti e ventitré anni e in questo campo profughi si sono scoperti, innamorati… e alla fine, sposati. Nella loro vita precedente, prima di trovare rifugio ad Ashti, vivevano entrambi – senza conoscersi – a Dujail, una città di 100 mila abitanti a nord di Bagdad.

Nabil è arrivato ad Ashti nel 2014, in fuga insieme alla famiglia dagli scontri tra ISIS ed esercito governativo. In un campo vicino ha potuto riprendere gli studi, terminare l’ultimo anno e prendere il diploma di scuola superiore.

Saja viveva già ad Ashti insieme alla sua famiglia… quando sono arrivati i nuovi vicini di tenda: Nabil, con i suoi fratelli e i suoi genitori.

“Non ero pronto a spostarmi ancora e a ricominciare da zero” – racconta Nabil – ma quando ho conosciuto Saja ho cambiato idea: ci siamo presentati e quando abbiamo scoperto che venivamo dalla stessa città, abbiamo iniziato a chiacchierare. Ci è voluto pochissimo perché me ne innamorassi perdutamente e nel 2015 le ho chiesto di sposarmi, dopo un anno di fidanzamento.”

“Sono sette i mesi del fidanzamento Nabil, non dodici!”, gli rimprovera dolcemente Saja, che aggiunge: “Il nostro matrimonio è stato bellissimo. Abbiamo organizzato la cerimonia nella cittadina di Arbat, quel giorno è stata una festa per tutti. Da Ashti sono venute circa 500 persone. Sono tantissime le famiglie che vivono qui.”

Mentre aspettano che nella loro città natale vengano ricostruite le case, le scuole e gli ospedali, Nabil e Saja restano qui insieme a quello che hanno di più prezioso: i loro due figli, di tre e un anno. Una brutta influenza ha costretto Nabil a rivolgersi al Centro sanitario, dove dal 2015 abbiamo effettuato oltre 300 mila visite. È proprio all’ingresso del Centro che abbiamo scattato questa foto.

“Vogliamo garantire ai nostri figli il futuro che meritano” – dice Nabil.

Oggi è San Valentino anche in Iraq, dove c’è qualcosa di forte che resiste, oltre la guerra, la violenza, l’insicurezza e la paura. Non è forse l’amore?

Tanti auguri ragazzi! 

14 febbraio 2020

 

L’inverno di Progetto Arca a fianco dei senzatetto, numero solidale 45582

Fino al 9 febbraio 2020: numero solidale 45582  

L’inverno di Progetto Arca a fianco dei senzatetto:

anche a Roma più monitoraggio e più assistenza a chi vive in strada

 

Potenziamento delle Unità di Strada che soccorrono le persone fragili ed emarginate che non hanno un riparo durante l’inverno e aumento del numero di pasti preparati e distribuiti per far fronte alle situazioni di grande emergenza: sono i due obiettivi che Fondazione Progetto Arca vuole raggiungere con la campagna “Si muore di freddo, non essere freddo” a sostegno delle persone senza dimora: fino al 9 febbraio 2020 è possibile per tutti contribuire con un sms o una telefonata da fisso al numero solidale 45582.

Progetto Arca – onlus che da oltre 25 anni porta aiuto concreto alle persone in stato di povertà ed emarginazione in diverse città italiane tra cui Roma, Milano e Napoli – affronta questo inverno puntando a migliorare e intensificare la sua presenza a fianco delle persone senza dimora man mano che le temperature scendono.

In particolare i volontari organizzati e coordinati nelle numerose Unità di Strada proseguono incessanti nella loro attività di distribuzione di tè caldo e cibo, coperte e indumenti caldi, che diventano un primo aiuto per coloro che dimorano in strada. Insieme, offrono conforto e indicazioni utili per dormire al riparo a chiunque incontrino in difficoltà: un aiuto importante anche per tenere costantemente monitorata la situazione in strada.

 

Alberto Sinigallia, presidente di Fondazione Progetto Arca, fa un appello per affrontare il freddo inverno e in particolare nel periodo dal 19 gennaio al 9 febbraio: “Grazie di cuore a chi osserverà la strada segnalandoci le persone in difficoltà che possono aver bisogno del nostro intervento; grazie a chi si interesserà ai nostri servizi di assistenza e di accoglienza, magari con l’idea di entrare a far parte della bella squadra di nostri volontari; e grazie a chi vorrà sostenere le nostre attività invernali dedicate alle persone senza dimora inviando un sms al 45582: un piccolo gesto che per noi significa molto”.

www.progettoarca.org

Fondazione Progetto Arca onlus nasce 25 anni fa a Milano per portare un aiuto concreto a coloro che si trovano in stato di grave povertà ed emarginazione. Al centro delle sue attività ci sono persone senza dimora, famiglie indigenti, persone con problemi di dipendenza, rifugiati e richiedenti asilo. Con i suoi operatori e volontari, ascolta senza pregiudizio i bisogni di ogni persona in difficoltà, per accompagnarla in un percorso di recupero personale e di reinserimento sociale, abitativo e lavorativo. Nel 2018 Progetto Arca ha assistito più di 15.000 persone fragili nei suoi servizi, accolte nei centri di accoglienza aperti H24 o coinvolte nel progetto di housing sociale, che offre in particolare alle famiglie indigenti una soluzione abitativa temporanea con l’accompagnamento di un’equipe specializzata nel percorso di ripresa. Nell’ultimo anno il 34% delle persone accolte nel servizio di housing è stato dimesso poiché ha raggiunto l’autonomia.

progettoarca.org

 

“Storie di vita, storie di guerra”

Logo di EMERGENCY

Musawer, Rokhshana, Suliman, Sidra e Hussna. 
5 persone con età, provenienze e storie diverse ma accomunate da un’unica parola: la guerra.

Musawer, 7 anni

È arrivato al Centro chirurgico di Kabul da Maidan, nella provincia dei Wardak, grazie alla nostra rete dei Posti di primo soccorso. È stato colpito da un bombardamento aereo mentre era a raccogliere foglie per gli animali. La prima bomba lo ha colpito alla mano, poi ha iniziato a correre ed è stato raggiunto da una seconda bomba che lo ha lasciato senza la gamba sinistra.

Suliman, 23 anni

Studente di economia dell’Università di Kabul. Era a un matrimonio la sera del 18 agosto 2019, quando un attacco suicida ha provocato 63 morti e più di 180 feriti. L’uomo che aveva accanto e il suo bambino di appena 4 anni sono orti sul colpo. È arrivato al nostro Centro chirurgico per vittime di guerra di Kabul quella notte, dopo circa un’ora dall’incidente, ed è stato subito operato: una scheggia aveva colpito la colonna vertebrale e riportava lesioni interne molto gravi all’addome. Suliman sarà paraplegico a vita. 

Rokhshana, 55 anni

“La situazione peggiora di giorno in giorno. Oggi è peggio di ieri e domani sarà peggio di oggi. Le persone escono di casa per andare a lavoro e non sanno se torneranno la sera.”
Rokhshana lavora con noi da 20 anni, prima nell’ospedale di Anabah e adesso nel Centro di Kabul. È infermiera nel reparto C, quello dedicato alle donne e ai bambini.

Sidra, 9 anni

Due anni fa, la bomba che ha sfondato il tetto della sua casa a Mosul ha ucciso suo cugino e ferito in modo grave uno dei suoi fratelli. Lei a causa dell’esplosione, ha perso la gamba sinistra. L’abbiamo accolta nel nostro centro di riabilitazione e reintegrazione sociale di Sulaimaniya, in Iraq dove ci siamo presi cura di lei, applicandole una protesi e seguendola nella riabilitazione.

Hussna, 13 mesi

“Avevamo deciso di cenare fuori quando all’improvviso i combattimenti sono ripresi, proprio fuori casa nostra. Un proiettile ha colpito Hussna, alla testa.
Sono le parole di Golali, la mamma di Hussna. Vengono dalla provincia di Baghlan, nel nord dell’Afghanistan. Per arrivare fino a Kabul, il padre della piccola ha guidato 7 ore di fila. Hussna è stata operata e adesso sta bene, ma il proiettile non può essere rimosso.


In Afghanistan e in Iraq
la guerra non è ancora finita e coinvolge quotidianamente uomini, donne e bambini che cercano di vivere la loro vita come possono. Noi di EMERGENCY siamo al loro fianco.

Da 20 anni in Afghanistan, nel nostro ospedale, abbiamo curato oltre  300.000 vittime di guerra. 

Rosarno: cosa (non) è cambiato a dieci anni dalla rivolta dei braccianti

Sono passati dieci anni da quando Rosarno, piccolo centro della Piana di Gioia Tauro fino ad allora conosciuto solo per gli agrumeti e per la presenza capillare della ndrangheta, è divenuto noto per la cosiddetta “Rivolta di Rosarno”. Solo allora l’opinione pubblica scoprì che ogni anno, nei mesi di picco della raccolta agrumicola, oltre 2000 migranti raggiungono le campagne della Piana per lavorare come braccianti in condizioni di gravissimo sfruttamento, costretti a vivere in edifici abbandonati, casolari diroccati o baraccopoli improvvisate in condizioni drammatiche e umilianti. Quell’anno erano circa 1500 i lavoratori stranieri, per lo più giovani uomini provenienti dai Paesi dell’Africa subsahariana occidentale e regolarmente soggiornanti, presenti nella Piana. Oggi, a dieci anni di distanza, il numero resta pressoché invariato – dopo aver raggiunto picchi di oltre 3000 presenze negli anni passati – e altrettanto sconcertanti restano le condizioni di vita e di lavoro. E d’altra parte, ieri come oggi, le istituzioni locali – spesso commissariate per infiltrazioni mafiose – e quelle nazionali appaiono incapaci di qualsivoglia pianificazione politica efficace, coraggiosa e lungimirante, limitandosi invece a riproporre il circolo vizioso sgombero-tendopoli-baraccopoli, che da dieci anni lascia invariate le piaghe dello sfruttamento lavorativo, del degrado abitativo e dell’abbandono dei territori.

Se infatti nel 2010 i lavoratori impiegati nella raccolta trovavano rifugio in una ex fabbrica in disuso – una delle tante costruite con i finanziamenti della legge 488 del ‘92 e poi abbandonate – e in un’altra struttura abbandonata nella zona industriale di San Ferdinando, oltre che nei numerosi casolari diroccati sparsi nelle campagne dei Comuni limitrofi, in assenza di qualsivoglia servizio di base, oggi il sovraffollamento, l’assenza di servizi e l’estrema precarietà delle condizioni igienico-sanitarie restano invariati per le oltre mille persone che popolano i casali abbandonati. Poco è cambiato anche per le oltre 400 persone che affollano l’ennesima tendopoli ministeriale – sorta in seguito allo sgombero della baraccopoli abitata da circa 2500 migranti avvenuto a marzo 2019 – e che versa in condizioni di sovraffollamento e degrado. La carenza di soluzioni abitative adeguate rende i lavoratori sempre più invisibili, poiché costretti a disperdersi in abitazioni di fortuna nelle campagne, e sempre più esposti   allo sfruttamento e al caporalato.

Dal 2014 Medu opera nella Piana con una clinica mobile, per garantire la tutela della salute e dei diritti fondamentali e l’accesso alle cure e ai servizi socio-sanitari da parte della popolazione degli insediamenti precari del territorio. Da dicembre 2019 la clinica mobile è di nuovo attiva nella Piana di Gioia Tauro e fornisce assistenza sanitaria e socio-legale alla popolazione degli insediamenti precari, in particolare presso la tendopoli ufficiale sita nella zona industriale di San Ferdinando, il campo container di contrada Testa dell’Acqua e i casolari abbandonati nelle campagne di Drosi e Rizziconi. Nel 2014 il lavoro nero e il caporalato erano fenomeni pervasivi, rappresentando di fatto la normale modalità di organizzazione del lavoro: l’83% dei lavoratori visitati da Medu, nella quasi totalità dei casi regolarmente soggiornanti, non aveva un contratto e solo il 5% dei lavoratori non ricorreva ad un caporale. La paga giornaliera si attestava tra i 20 e i 25 euro per 8-9 ore di lavoro. Negli anni successivi, l’aumento dei controlli da parte dell’Ispettorato del lavoro ha determinato un aumento dei contratti, ma nella stagione agrumicola del 2019 i dati raccolti dal team della clinica mobile rivelano che nella maggior parte dei casi il “lavoro grigio”, caratterizzato da gravi irregolarità salariali e contributive e da violazioni delle norme sulle condizioni di lavoro, ha preso il posto del lavoro nero. Anche in presenza di un contratto di lavoro – il 60% dei 438 lavoratori visitati era in possesso di un contratto di breve durata – permane infatti una condizione di sfruttamento diffusa su larga scala, con una retribuzione che resta intorno ai 25-30 euro giornalieri e in assenza di tutele e diritti. Lo stesso dato si riscontra tra i pazienti visitati da Medu nel mese di dicembre 2019: su 74 pazienti, di cui l’83% regolarmente soggiornanti, solo il 35% aveva un contratto di lavoro, ma solo un terzo di questi ha dichiarato di ricevere una busta paga. Molto spesso, una parte della retribuzione viene corrisposta in nero dal datore di lavoro, il quale dichiara in busta paga meno giornate di quelle effettivamente svolte dal bracciante.

Come nel 2014, le patologie riscontrate nella giovane popolazione degli insediamenti precari – principalmente infiammazioni delle vie respiratorie, patologie osteoarticolari e patologie dell’apparato digerente – sono attribuibili nella maggior parte dei casi alle pessime condizioni di vita e di lavoro. L’accesso alle cure d’altra parte era allora ed è ancora oggi ostacolato da numerosi fattori, tra i quali l’isolamento dei luoghi di vita in assenza di trasporti pubblici, la mancanza di informazioni sul diritto alla salute e le modalità di accesso ai servizi, le gravissime carenze strutturali dei servizi di salute pubblica locali, l’impossibilità di effettuare l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale in assenza di una residenza riconosciuta.

Quella dei braccianti e dei ghetti sembra ancora oggi un’emergenza umanitaria, nonostante si ripeta vergognosamente ogni anno. In presenza di una filiera produttiva iniqua e di adeguate politiche di settore, il comparto agrumicolo continua a richiedere ogni anno braccianti a basso costo e senza diritti per poter sopravvivere. I migranti rappresentano la manodopera ideale, ancor più negli ultimi anni, in virtù delle recenti politiche che hanno determinato una crescente precarietà giuridica, sociale e lavorativa dei migranti e dei titolari di protezione internazionale e umanitaria, che costituiscono la quasi totalità della popolazione dei ghetti. Una terra ingiusta, è stata definita da Medu quella della Piana di Gioia Tauro, ma anche una terra bruciata, dove troppe persone hanno trovato la morte in evitabili incendi di baracche o in odiosi episodi di violenza criminale. Quattro sono state le persone morte carbonizzate in poco più di un anno, tra il 2018 e il 2019: Moussa Bà, nella baraccopoli, Sylla Naumè, nella tendopoli ministeriale e poi ancora Becky Moses e Suruwa Jaiteh. A queste si aggiungono Soumalia Sacko, ucciso da colpi di arma da fuoco di un civile mentre cercava delle lamiere per costruire una baracca e Sekine Traore, ucciso da un carabiniere durante un intervento delle forze dell’ordine presso la tendopoli.

E’ di ieri la notizia di diversi arresti, frutto di un’inchiesta della procura di Palmi nata dalla denuncia di un bracciante agricolo sfruttato, che ha portato all’arresto di una rete di caporali responsabili, d’accordo con aziende agricole della Piana, di intermediazione illecita di manodopera e sfruttamento lavorativo. A dieci anni dalla rivolta di Rosarno e dopo i numerosi protocolli istituzionali rimasti lettera morta, appare quanto mai urgente, necessaria e indifferibile una condanna decisa della piaga dello sfruttamento lavorativo e un impegno concreto e coordinato da parte della politica e di tutte le istituzioni competenti nella direzione del suo superamento e dell’affermazione dei diritti fondamentali – in particolare i diritti sul lavoro -, della legalità, della solidarietà sociale e dello sviluppo del territorio.

In particolare, Medu chiede:

– l’introduzione di efficaci meccanismi di incontro legale tra la domanda e l’offerta di lavoro e il potenziamento di quelli esistenti;

– l’adozione di un piano graduale e strutturato di inclusione socio-abitativa dei lavoratori agricoli nei Comuni in via di spopolamento della Piana, anche attraverso pratiche di intermediazione abitativa già dimostratesi efficaci nel territorio della Piana e in altri territori;

– il riconoscimento della residenza presso gli insediamenti informali, condizione imprescindibile per consentire l’accesso ai diritti fondamentali; la sensibilizzazione e il sostegno alle aziende che rispettino i diritti dei lavoratori:

– l’attivazione di politiche che favoriscano la regolarità del soggiorno dei migranti (quali il ripristino dei permessi di soggiorno per motivi umanitari, la possibilità di conversione in permesso di lavoro per tutte le tipologie di protezione, la regolarizzazione del sommerso, etc.), requisito indispensabile per poter accedere ad un lavoro con diritti e dignità.

Rosarno, 9 gennaio 2020

 

Iraq: un atto di guerra inaccettabile, si gioca sulla pelle del popolo iracheno

Ciò che si temeva sta forse per succedere. Il conflitto che Stati Uniti e Iran stanno consumando sul corpo martoriato del popolo iracheno si sta trasformando in conflitto militare.

L’azione militare del 3 gennaio all’aeroporto internazionale di Baghdad – che ha portato all’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani e di altre sette persone – è un atto irresponsabile tanto più grave perché realizzato da un paese che è membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Si tratta di un atto, la rappresaglia e l’omicidio mirato, considerato dal diritto internazionale come un crimine di guerra.

Un crimine che si aggiunge al sostegno dato negli scorsi decenni prima a Saddam nella lunga guerra contro l’Iran, poi alla guerra contro l’Iraq, all’embargo, al caos e alla distruzione determinata nel paese dall’occupazione Usa.

Leggi tutto il comunicato stampa >>

Un Ponte Per è a fianco del popolo iracheno, vera vittima di questa dinamica perversa, ed in particolare di quei/lle giovani che si battono per un futuro libero e indipendente del proprio paese e diciamo a tutti: fermatevi, ritirate le vostre truppe e i vostri consiglieri militari, lasciate che gli iracheni e le irachene possano determinare liberamente il proprio futuro.

Iraq, le mille e una bomba

Gli Stati Uniti uccidono un generale iraniano a Bagdad. Il rischio di un nuovo conflitto sulla pelle del popolo iracheno. Radio Articolo 1 intervista Alfio Nicotra, co-Presidente di Un Ponte Per.

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Iraq: ucciso in un attacco USA il generale Soleimani

Gli Stati Uniti hanno attaccato nella notte l’aeroporto di Baghdad, in Iraq, uccidendo il generale iraniano Qassem Soleimani, uno degli uomini chiave dell’Iran in Medio Oriente. Radio Onda d’Urto intervista Fabio Alberti, membro del Comitato Nazionale di Un Ponte Per.

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Baghdad. L’attacco USA e le piazze irachene

L’attacco statunitense in Iraq rischia di oscurare la mobilitazione popolare che da mesi mette in discussione il regime politico nato dopo l’invasione voluta da Bush del 2003. Jacobin Italia intervista Ismaeel Dawood, Civil Society Officer di Un Ponte Per.

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Agadez Rosarno, Luoghi migranti allo specchio in mostra a Roma

Medu – Medici per i diritti umani presenta la mostra fotografica “Agadez Rosarno. Luoghi migranti allo specchio” con le foto di Olmo Calvo e Rocco Rorandelli e realizzata con il supporto della RUFA – Rome University of Fine Arts.

Dal 14 al 20 dicembre 2019 e dal 7 al 10 gennaio 2020
presso RUFA SPACE via degli Ausoni 7, Roma

 

Agadez, Rosarno. Luoghi allo specchio, uniti da un filo intessuto di storie e persone sulle rotte migratorie tra due continenti, Africa e Europa. La distanza che li separa si annulla in una terra di mezzo, una terra acre, dove le persone cercano di ricostruire con fatica la trama della propria vita.

Agadez, città del deserto, è oggi uno snodo fondamentale dei flussi migratori che dall’Africa occidentale raggiungono l’Italia e l’Europa. Negli ultimi anni centinaia di migliaia di uomini, donne e minori l’hanno raggiunta in fuga da conflitti e violenze, in attesa di affrontare la traversata del Sahara verso la Libia, in quella che i migranti stessi chiamano “la via dell’inferno”. Da dicembre 2017, rifugiati e richiedenti asilo, per la maggior parte sudanesi, hanno cominciato a ripercorrere quella stessa via in senso contrario, in fuga dai campi di tortura libici, giungendo di nuovo ad Agadez.

Rosarno è un comune di alcune migliaia di abitanti nella Piana di Gioia Tauro, conosciuto per le ‘ndrine, i “giardini” di aranci e la rivolta dei braccianti stranieri, ormai al suo decimo anniversario. Ogni anno, durante la stagione di raccolta agrumicola, più di 2000 migranti raggiungono la Piana, fornendo manodopera a basso costo e senza diritti ai produttori locali, all’interno di una filiera produttiva opaca e iniqua. Baraccopoli, casolari abbandonati e tendopoli ministeriali costituiscono da anni i tratti salienti del paesaggio dello sfruttamento.

Il fotografo Olmo Calvo ha incontrato i pazienti assistiti dal team medico-psicologico di Medu nel campo umanitario allestito da UNHCR-Niger ad Agadez. Olmo ci ha restituito storie di donne dalle vite sospese attraverso sguardi di speranza e rassegnazione, di dolore e sollievo, di amore e rabbia. Ferite invisibili che trasudano da occhi imperscrutabili. Segni di esperienze inenarrabili che solcano i visi.

Il fotografo Rocco Rorandelli ha accompagnato la clinica mobile e il team di Medu in Calabria e nella Capitanata (Puglia), mettendo al centro del suo racconto fotografico i luoghi abitati dai braccianti stranieri durante i mesi della raccolta. Le foto, per lo più aeree, ritraggono paesaggi abitativi informali – i ghetti, i casolari e le baraccopoli – e istituzionali – le tendopoli ministeriali – accomunati dalla desolazione e dall’assenza dei requisiti minimi di dignità.

Il 14 dicembre dalle ore 18:00 vi invitiamo all’inaugurazione della mostra con la presenza di Teresa Leone, coordinatrice dei progetti internazionali Medu e Mariarita Peca, coordinatrice dei progetti nazionali Medu. Modera: Eleonora Camilli – Redattore Sociale

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orari apertura mostra

Inaugurazione il 14 dicembre dalle 18.00
15 dicembre dalle 10 alle 18.00
dal 16 al 20 Dicembre 2019 e dal 7 al 10 gennaio 2020 dalle 10.00 alle 19.00