È ufficiale: gli USA esternalizzano le loro operazioni per rovesciare Nicolás Maduro

Nel mezzo della lotta del Venezuela contro il Covid-19, l’amministrazione Trump ha fatto un drammatico ed inedito passo nelle manovre criminali che cercano di rovesciare il governo venezuelano. È ufficiale: gli USA scelgono la via della violenza armata terziarizzata, basandosi su un caso giudiziario senza prove.

Una falsa accusa da parte del principale narcostato del pianeta

Questo giovedì 26 marzo, il procuratore generale USA, William Barr, ha presentato accuse per narcotraffico contro il presidente venezuelano Nicolás Maduro, il presidente dell’Assemblea Nazionale Costituente, Diosdado Cabello, il ministro dell’Industria e della Produzione, Tareck El Aissami, il ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, ed il presidente del Tribunale Supremo di Giustizia, Maikel Moreno.

In assenza di solide prove, i pubblici ministeri del Dipartimento di Giustizia hanno fatto appello ad un prodotto propagandistico che, da vari anni, è punta di lancia degli attacchi comunicativi USA e dell”Europa contro il Venezuela: l’inesistente “Cartel de los Soles”.

Secondo il Dipartimento di Giustizia, “almeno dal 1999, Maduro Moros, Cabello Rondón, Carvajal Barrios e Alcalá Cordones hanno agito come leader e gestori del Cartel de los Soles (…) per facilitare l’importazione di tonnellate di cocaina negli USA. Il Cartel de los Soles non solo ha cercato di arricchire i suoi membri e migliorare il suo potere, ma anche inondare gli USA di cocaina ed infliggere gli effetti nocivi e di dipendenza dalla droga negli assuntori degli USA”.

Il presunto vincoloo con le FARC che continua ad essere il leit motiv della Colombia e degli USA per accusare il Venezuela come “santuario” di gruppi armati, è un’altra delle carte centrali dell’accusa, includendo Iván Márquez e Jesús Santrich: “A partire approssimativamente dal 1999 (…) i dirigenti delle FARC hanno concordato con i capi del Cartel de los Soles riubicare alcune delle operazioni delle FARC in Venezuela sotto la protezione del Cartello. Successivamente, le FARC ed il Cartel de los Soles hanno inviato cocaina processata dal Venezuela agli USA attraverso punti di trasbordo nei Caraibi ed America Centrale, come l’Honduras. Approssimativamente nel 2004, il Dipartimento di Stato USA ha stimato che 250 o più tonnellate di cocaina transitavano, all’anno, attraverso il Venezuela. Le spedizioni marittime venivano spedite a nord dalla costa venezuelana usando imbarcazioni veloci, pescherecci e navi porta container”.

Ciò afferma dal Dipartimento di Giustizia facendo supporre, paradossalmente, che il suo sistema di prevenzione contro il narcotraffico è così inefficace da non poter fermare i “pescherecci”.

E’ ampiamente dimostrata la relazione organica degli USA con il traffico di droga:

  1. Antonio Maria Costa, direttore dell’Ufficio dell’ONU per la Droga ed il Crimine ha dichiarato, nel 2009, che i capitali provenienti dal narcotraffico hanno salvato le banche fallite, occasionato dal collasso finanziario del 2008, che ha avuto il suo epicentro negli USA.
  2. Nel 2012, l’FBI ha trovato prove che i cartelli messicani “utilizzavano i conti della Bank of America per nascondere denaro ed investire i proventi illegali del narcotraffico in cavalli da corsa USA”.
  3. Nello stesso anno, è stato anche rivelato che il cartello messicano Los Zetas riciclava i suoi profitti del traffico di droga presso la banca JP Morgan, effettuando trasferimenti diretti dal Messico sotto un amalgama di fondi e società che ha anche posto l’attenzione delle autorità sulla banca Wells Fargo.

Tutte queste banche continuano a funzionare come se nulla fosse successo.

La comprovata permissività (e la logica del beneficio diretto) del sistema finanziario USA e della sua élite politica rispetto al narcotraffico internazionale, offusca le accuse contro il Venezuela ed il suo tono di presunta difesa della salute pubblica dei nordamericani.

Solo due anni fa, la Colombia ha battuto i record nella produzione ed esportazione di cocaina verso gli USA, cifre che hanno coinciso con un vertiginoso aumento del numero di consumatori negli USA. Su questo, un rapporto della DEA ha rivelato: “Livelli record di coltivazione illecita e produzione di coca in Colombia, che è stata la principale fonte della cocaina sequestrata ed analizzata negli USA, ha ampliato il mercato della cocaina, il che ha condotto ad un incremento dell’abuso domestico”.

Il Dipartimento di Giustizia cerca di responsabilizzare il Venezuela dell’inondazione di cocaina negli USA, anche quando è dimostrato dalla sua stessa agenzia antidroga che l’aumento nel consumo che colpisce milioni di cittadini USA risieda nella incontrollata produzione di cocaina colombiana.

Stanno anche cercando di posizionare il Venezuela come “paese di transito” della cocaina verso gli USA, sebbene dati forniti dallo stesso governo USA indichino il contrario.

Un rapporto del centro studi del Washington Office for Latin American Affairs (WOLA) conclude: “Circa il 90% di tutta la cocaina destinata agli USA viene trafficata attraverso le rotte dei Caraibi Occidentali e del Pacifico Orientale, non attraverso i mari dei Caraibi Orientali del Venezuela”.

Un’accusa fake (falsa)

Come recensito, all’epoca, in un articolo di questo sito, la narrazione del “Cartel de los Soles” è soprattutto eccentrica ed inspiegabile.

È stata promossa come un’organizzazione ampia e pericolosa, ma non ci sono le condizioni che lo dimostrino: non esiste una lotta omicida tra cartelli come in Messico o in Colombia, mai è stato sequestrato un deposito che porti il segno di questa presunta organizzazione, come neppure si conosce che la logistica dell’esercito venezuelano si stia sfruttando per trafficare stupefacenti.

Il fantomatico “Cartel de los Soles” è un prodotto per il consumo di massa che rafforzi la narrazione dei falchi e del settore più estremista della destra venezuelana.

In questa stessa catena di false premesse, il Dipartimento di Giustizia incorre in un fatale errore di calcolo: pone Maduro come il “capo” dell’ “organizzazione” anche quando non è un militare e quando, nel 1999, appena iniziava la sua carriera politica dopo la vittoria di Hugo Chávez nel 1998.

È assolutamente illogico l’impostazione che il Venezuela sia un narcostato guidato da Maduro e Diosdado Cabello. Nel 2010, secondo una filtrazione di Wikileaks, l’allora ambasciatore USA in Venezuela, Patrick Duddy, ha scritto al Dipartimento di Stato riconoscendo l’estradizione del narcotrafficante Salomon “Big Daddy” Camacho da parte delle autorità venezuelane.

Il Venezuela ha catturato 102 signori della droga di diverse nazionalità (la maggior parte proveniente dalla Colombia), ha rafforzato i sequestri sia al confine e distrutto piste illegali di atterraggio ed ha abbattuto aerei dei narcos nel territorio nazionale come sistematica politica antidroga.

La narrativa del Dipartimento di Giustizia cade davanti al peso di questi dati.

Finanziare l’assassinio: scegliendo le vie dell’intervento

A causa della fallace accusa del Dipartimento di Giustizia, il Segretario di Stato Mike Pompeo ha firmato una dichiarazione ufficiale che autorizza l’offerta di “una ricompensa fino a 15 milioni di $ per informazioni relative a Nicolás Maduro. Il Dipartimento offre anche ricompense fino a 10 milioni di $ ciascuno per informazioni relative a Diosdado Cabello, Hugo Carvajal Barrios, Alcalá Cordones e Tareck El Aissami”.

In questo modo, si può dedurre che gli USA finanziano indirettamente un’operazione militare segreta che possa portare all’assassinio o al sequestro di alte autorità venezuelane, in un chiaro atto di intervento armato contro uno Stato sovrano che contravviene i principi fondamentali del diritto internazionale.

Con i fatti, gli USA ufficializzano il piano di assassinio che ha avuto il suo antecedente più sonoro nel fallito attentato del 4 agosto 2018.

Includere il Dipartimento di Giustizia implica una copertura istituzionale addizionale all’Ordine Esecutivo del 2015 per giustificare un’aggressione diretta contro l’alto comando politico-militare del paese, sapendo che un intervento armato su larga scala è fuori dall’equazione a causa del posizionamento energetico ed economico di Cina e Russia in Venezuela, ed inoltre, per il costo politico che implicherebbe la dichiarazione di guerra ad un paese che lotta contro una pandemia in condizioni di blocco e sanzioni illegali.

L’idea è di distruggere lo Stato venezuelano assassinando o sequestrando i suoi principali dirigenti con la scusa di difendere la “sicurezza nazionale” degli USA. Eccezionalismo da steroidi.

Un altro piano armato dalla Colombia che è fallito: la chiave di Clíver Alcalá

Mercoledì 25 marzo, il Ministro della Comunicazione e dell’Informazione, Jorge Rodríguez, ha avvisato l’opinione pubblica, in una conferenza stampa, dell”’esistenza di tre campi di addestramento nella città di Riohacha, Colombia, dove ugual numero di gruppi paramilitari si stanno addestrando con armi ed esplosivi per realizzare attentati ed atti terroristici in Venezuela, con il sostegno di mercenari USA ed il sostegno del governo di quel paese”.

Il piano consisteva nel promuovere assassini selettivi di funzionari venezuelani di alto livello, compresa la collocazione e la detonazione di bombe in unità militari venezuelane e centri di potere politico, con l’obiettivo di generalizzare una situazione di caos e terrore sfruttando la congiuntura del Covid-19.

Ma l’obiettivo centrale dell’operazione era un nuovo tentativo di assassinare Maduro.

I tre gruppi mercenari sotto la responsabilità di Juvenal Sequera Torres (coinvolto nel fallito golpe del 30 aprile 2019), Félix Mata Sanguineti e Robert Colina Ibarra, alias “Pantera”, contavano su consiglieri USA e militari disertori del 23 febbraio che avrebbero assunto la prima linea di incursione.

Le armi e l’equipaggiamento sarebbero giunti a Riohacha per entrare in Venezuela, un movimento che è fallito poiché la Polizia Nazionale della Colombia ha sequestrato, il 23 marzo, “26 fucili di assalto AR-15 calibro 5.56 ed accessori per questo tipo di armi, come 8 silenziatori, 36 scocche, 45 unità di mirini e 30 mirini laser. Inoltre, sono stati trovati 3 giubbotti antiproiettile, 37 visori notturni, 4 binocoli, 2 radio di comunicazione con 43 batterie e 15 caschi, tra altri elementi”, secondo un rapporto di W Radio della Colombia.

L’intelligence ed i servizi di sicurezza del Venezuela hanno anticipato gli eventi ed hanno catturato Rubén Darío Fernández Figuera, alias “Búho”, che ha descritto nelle sue dichiarazioni lo schema dell’operazione: tre mercenari USA, insieme con alias “Pantera” e Clíver Alcalá, costituivano il livello direttivo delle azioni e si erigevano come gli organizzatori logistici ed operativi.

L’operazione è fallita prima che accadesse la prima delle incursioni pianificate.

Alcalá ha riconosciuto attraverso il suo account Twitter che le armi sequestrate dalla polizia colombiana facevano parte del piano ed ha sostenuto che con esse avrebbe iniziato la “liberazione del Venezuela”. In seguito ha confessato che le stesse “facevano parte di un accordo tra lui e Juan Guaidó con consiglieri USA che avrebbero avuto come fine essere utilizzate in un’operazione contro Nicolás Maduro”.

L’ex maggior generale venezuelano ha partecipato ad altri piani per dirigere incursioni armate dalla Colombia contro il Venezuela, assumendo una posizione dirigente nella creazione di un esercito mercenario alimentato dai disertori della FANB, lo scorso anno, consigliato da militari USA.

Trascinare la Colombia verso il precipizio: la guerra neoliberale e privata

Con l’offerta di “ricompense” per la testa di Maduro e di altri dirigenti, gli USA hanno terziarizzato la guerra contro il Venezuela, sfruttando l’ecosistema di contrattisti militari e gruppi irregolari che vivono in Colombia, a guardia degli affari delle multinazionali.

Molti dei contrattisti militari che sono attivi in ​​Colombia appartengono ad Israele e USA, che addestrano gruppi paramilitari nelle attività di controllo della popolazione delle aree rurali con risorse minerarie strategiche.

Pertanto, in tempi di crisi sanitaria e campagna elettorale, la Casa Bianca si lava le mani, privatizza la guerra contro il Venezuela, mettendo sul tavolo milioni di dollari e si risparmia il costo politico ed economico di un intervento diretto.

Accelerare il golpe: la norieguizzazione di Maduro

I devastanti effetti a livello globale del Covid-19 hanno anche frantumato le aspettative di cambio di regime mediante l’impiego della figura di Juan Guaidó. Mentre il governo venezuelano ha adottato le misure richieste dall’OMS, essendo riconosciuto dal sistema dell’ONU, Guaidó è rimasto nell’anonimato mediatico e senza presenza sulla scena politica nazionale ed internazionale.

Nei giorni scorsi, il governo venezuelano ha proposto un coordinamento con entità multilaterali per rafforzare la lotta nazionale contro la pandemia, facendo pressione, così, per la revoca del blocco economico imposto da Washington ed avallato dalle corporazioni multinazionali.

Con la richiesta di un prestito di 5 miliardi di $ al FMI, che è stato rapidamente negato da quell’organizzazione attraverso i portavoce, Nicolás Maduro ha ottenuto il primo sostegno da parte del blocco europeo nella sua domanda di finanziamento internazionale.

Queste azioni hanno esposto la politica d’ingerenza USA come un fattore che approfondisce gli effetti del Covid-19 e che danneggia i venezuelani.

Alla luce di questa realtà, gli USA sono stati costretti ad intensificare la loro pressione contro il Venezuela, facendo appello al mantra della “sicurezza nazionale”, aspetto che tenta di creare uno specchio storico pericolosamente vicino all’invasione di Panama, nel 1989, che ha portato alla cattura del presidente Manuel Noriega, anche lui accusato di narco traffico dagli USA.

Tuttavia, le condizioni di Panama, nel 1989, e quelle del Venezuela, nel 2020, sono molto diverse, in parte a causa del contesto di alleanze geopolitiche che il paese ha costruito insieme al blocco multipolare. Noriega non aveva alcun sostegno politico né internazionale per difendersi dal suo ex socio USA; tutto il contrario accade con il governo del presidente Maduro, che ha Cina e Russia tra i suoi principali alleati strategici.

L’offensiva internazionale di Maduro, insieme alla sua tempestiva ed opportuna reazione di fronte alla crisi del Covid-19, hanno esasperato la Casa Bianca, scatenando misure sempre più errate come lo stimolo dell’assassinio o il sequestro di un capo di stato e di funzionari chiave di un governo da cui dipendono milioni di persone al fine di superare la pandemia più pericolosa del XXI secolo.

Si sbagliano di nuovo.

Fonte

Pubblicato un elenco delle spie della CIA che hanno partecipato al golpe in Bolivia

Il sito di Behind Back Doors ha pubblicato un elenco di spie legate alla CIA che hanno svolto un ruolo importante nell’esecuzione del golpe in Bolivia contro Evo Morales.

A novembre Behind Back Doors ha pubblicato un articolo intitolato “L’intervento degli Stati Uniti contro la Bolivia. Prima parte” in cui venivano descritti dettagliatamente i passi che il golpe avrebbe seguito, che si realizzati come se fosse una sceneggiatura.

L’articolo “Dopo il colpo di Stato: gli agenti più importanti della CIA a La Paz, in Bolivia. Prima parte ”(2) annuncia un elenco di spie, tra cui spiccano i generali boliviani Wiliams Kaliman Romero, Yuri Calderón e Rómulo Delgado.

South American Press ha tradotto l’articolo di Behind Back Doors con il titolo “I più importanti agenti della CIA in Bolivia”, disponibile anche su Internet.

Il colpo di Stato contro il presidente della Bolivia, Evo Morales, è “l’inizio di ciò che Langley [quartier generale della CIA] ha riservato ai paesi dell’America Latina a cui non piacciono”, avverte Behind Back Doors.

La stazione della CIA a La Paz era diretta da Rolf Olson e Annette Dorothy Blakeslee, che reclutarono per il colpo di Stato il capo dello spionaggio argentino AFI nella capitale boliviana, José Sánchez.

Annette Dorothy Blakeslee era in Nicaragua come medico dell’Usaid, una delle coperture diplomatiche utilizzate dalla CIA nelle sue operazioni sotto copertura.

Sanchez aveva una copertura diplomatica, ma in realtà serviva come collegamento con i servizi segreti di diversi paesi dell’America Latina. Era responsabile di due stazioni AFI in Bolivia: una a La Paz e l’altra al Consolato di Santa Cruz. Quest’ultimo è stato utilizzato per distribuire fondi tra i plotter della città. I fondi, a loro volta, sono stati forniti dall’ambasciata degli Stati Uniti.

Fonte: Resumen Latinoamericano

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-pubblicato_un_elenco_delle_spie_della_cia_che_hanno_partecipato_al_golpe_in_bolivia/82_33130/

 

Guaidò e la votazione all’Assemblea Nazionale del Venezuela: tutto quello che devi sapere

Quando si affronta il tema Venezuela fake news e mistificazioni della stampa mainstream – sempre pronta a scopiazzare tutto il pattume proveniente da fonti anglosassoni o semplicemente contro il governo bolivariano di Maduro – sono dietro l’angolo come mostrano i commenti e resoconti sulla giornata all’Assemblea Nazionale che ha sancito l’ormai inevitabile accantonamento di quella barzelletta della storia che risponde al nome di Juan Guaidò.

Il golpista autoproclamato conscio di non avere i voti necessari per la rielezione come presidente dell’Assemblea Nazionale – ancora in stato di oltraggio – ha volto montare insieme ai suoi sodali uno show mediatico per poter così annunciare una repressione mai avvenuta da parte delle forze di sicurezza.

Dopo aver verificato le rispettive credenziali di ciascun parlamentare, non c’è stato nessun impedito che non ha permesso agli uomini di Guaidó di fare ingresso nel Palazzo Legislativo Federale. Anzi, sono stati proprio i suoi vice a tentare di impedire che la sessione si svolgesse come previsto.

La verdad verdadera es que Guaidó no tenía los votos sin los inhabilitados. Por eso se quedó fuera hasta último momento y luego hizo el show. Sus compañeros estaban tranquilos dentro del hemiciclo. Lo sabe todo el que estuvo ahí, incluida la prensa. Video @madeleintlSUR pic.twitter.com/fNMMhpAZPm

— Érika Ortega Sanoja (@ErikaOSanoja) January 6, 2020

I parlamentari, compresi quelli afferenti alle forze del chavismo, hanno iniziato la sessione eleggendo come nuovo presidente dell’Assemblea l’esponente di Primero Justicia, Luis Parra, il cui nome era stato avanzato da quei settori dell’opposizione che hanno deciso di voltare le spalle a un ormai screditato Juan Guaidò.

Va notato che i parlamentari dissidenti dell’opposizione a Juan Guaidó hanno sottolineato che hanno deciso di non sostenerlo perché ha abbandonato la gestione parlamentare per consolidare una struttura di potere personale e con ciò non era stato in grado di fornire soluzioni concrete al popolo venezuelano.

Il nuovo presidente dell’Assemblea Nazionale, Luis Parra, ha convocato una sessione speciale per martedì 7 gennaio prossimo, mentre d’altra parte il perdente Guaidó con i suoi seguaci ha deciso di recarsi presso il quartier generale del quotidiano di opposizione El Nacional per tenere una sessione da quella sede.

Fonte: LaIguana.tv

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-guaid_e_la_votazione_allassemblea_nazionale_del_venezuela_tutto_quello_che_devi_sapere/5694_32452/

 


 

Venezuela: golpe di Maduro all’Assemblea Nazionale? La falsa narrazione di un Guaidó rimasto senza voti e scaricato anche dall’opposizione

Venezuela: golpe di Maduro all'Assemblea Nazionale? La falsa narrazione di un Guaidó rimasto senza voti e scaricato anche dall'opposizione

Questa domenica, 5 gennaio, dopo che il deputato di Primero Justicia (PJ), Luis Parra, è stato eletto nuovo presidente dell’Assemblea Nazionale (AN), l’ex presidente della suddetta istituzione, Juan Guaidó, e i suoi alleati politici, hanno iniziato diffondere, con diversi mezzi, che il suo allontanamento dalla leadership del Parlamento era da addebitare all’esecutivo venezuelano.

La destra in rete ha iniziato a parlare di un golpe ispirato e guidato dallo stesso presidente Nicolás Maduro.

«Golpe in Parlamento. Senza voti o quorum i deputati della Psuv cercano di eleggere una falsa giunta direttiva”, ha pubblicato il profilo dell’AN su Twitter.

Altri deputati, come il dirigente di Voluntad Popular (VP), Freddy Guevara, hanno indicato che la nuova direttiva era stata proclamata senza quorum e senza voti. «Il Psuv, con la frazione Clap, violentano regolamenti e Costituzione e senza voti pretendono di proclamarsi come nuova giunta direttiva. Non hanno il quorum o i voti», ha affermato il dirigente della destra estremista.

Tuttavia, Parra stesso ha indicato che c’era un quorum. Ha affermato che 140 deputati erano presenti all’Assemblea nazionale per il voto e che alla fine ne sono entrati altri 10. Prende atto che 81 deputati, secondo l’ultima lista, hanno votato per lui e la nuova giunta direttiva.

«Nessuno ha impedito a Juan Guaidó di entrare. Non è entrato perché non aveva i voti, quindi è rimasto fuori dal Palazzo Legislativo Federale. Altri che avevano un mandato di arresto entrarono coraggiosamente. Non rimarremo intrappolati del passato e Guaidó è il passato», ha affermato Parra.

Secondo il nuovo vicepresidente dell’AN, José Gregorio Noriega, tra gli 81 deputati che hanno votato per la nuova giunta direttiva vi sono 31 deputati dell’opposizione.

In questo senso, solo quindici deputati di opposizione, del partito Voluntad Popular, non hanno potuto accedere all’emiciclo. Secondo Parra, ciò non ha impedito il quorum. Ha sottolineato che nella sessione c’erano sia deputati dell’opposizione che deputati chavisti.

Ha chiarito che Juan Guaidó e i suoi compagni avevano tutte le possibilità di entrare, ma non l’hanno fatto perché coscienti di non avere voti sufficienti per la rielezione.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-venezuela_golpe_di_maduro_allassemblea_nazionale_la_falsa_narrazione_di_un_guaid_rimasto_senza_voti_e_scaricato_anche_dallopposizione/82_32451/

Bolivia, “Combatteremo. Il nostro popolo non sarà mai più sconfitto”

Reportage esclusivo nella resistenza al golpe dall’Altiplano della Bolivia.

(si consiglia di proseguire la lettura sul sito L’Antidiplomatico, cliccando QUI)

Bolivia, dicembre 2019, tre settimane dopo il colpo di stato fascista. Fa diabolicamente freddo. L’auto che mi guida sta navigando attentamente attraverso le tracce di fango profondo. Enormi cime innevate sono chiaramente visibili in lontananza.

L’amato Altopiano boliviano, ma sempre in qualche modo ostile, silenzioso, impenetrabile.

Tante volte, in passato mi sono avvicinato alla morte qui. In Perù e in Bolivia. Più spesso in Perù.

Ora, quello che faccio è totalmente pazzo. Essendo un sostenitore del presidente Evo Morales dall’inizio fino a questo momento, non dovrei essere qui; in Bolivia, nell’Altopiano. Ma ci sono, perché queste capanne di fango a sinistra e a destra sono così familiari e così care a me.

La mia guida, il mio compagno, è un contadino boliviano, un uomo indigeno. Le sue mani sono rosse, ruvide. Di solito non parla molto, ma dopo il colpo di stato non riesce a smettere di parlare. Questo è il suo paese; il paese che ama e che gli è stato rubato, a lui, a sua moglie e a i suoi figli.

Entrambi possiamo essere fregati qui, ma se lo facciamo, quella è la vita; conosciamo il rischio e siamo felici di assumerlo.

Carlos (non il suo vero nome), il mio autista e un amico, ha spiegatomi spiega:

“Ho chiamato loro, gli anziani, e hanno detto che è ok che tu venga. Ho inviato loro i tuoi saggi. Sai, la gente qui ora legge, anche nei villaggi profondi. Dopo 14 anni di governo di Evo, l’intero paese è coperto dalla rete di telefonia mobile. Leggono le tue cose tradotte in spagnolo. A loro è piaciuto quello che hanno letto. Hanno accettato di darti una dichiarazione. Ma mi hanno detto: “Se non è davvero uno scrittore di sinistra russo-cinese, ma invece un po ‘di cretino di Camacho, gli spezzeremo la testa con una pietra”. ”

Camacho; Luis Fernando Camacho, fascista, membro del movimento nazionalista golpista appoggiato dagli Stati Uniti, e presidente del Comitato Civico di Santa Cruz dal 2019. Un grande avversario di Evo Morales, un uomo che durante le elezioni generali boliviane del 2019, si schierò con L’ovest, con il prezioso esercito boliviano (addestrato negli Stati Uniti), e ha chiesto le dimissioni di Evo, il 5 novembre 2019.

So bene con quello che dicono. Stiamo andando.

Saliamo e poi, a circa 4.100 metri sul livello del mare, saliamo ancora.

Si sta costruendo una nuova, ampia strada. Certo, è un progetto dai tempi della presidenza di Evo.

Ma non è solo l’edificio stradale che può essere rilevato intorno a noi. Ci sono torri d’acqua e pompe per l’acqua e rubinetti in ogni villaggio. L’acqua è gratuita, per tutti. Ci sono scuole, centri medici e strutture sportive e campi attentamente frequentati.

L’unità è lunga, dura. Ma a un certo punto, vediamo alcuni autobus e macchine parcheggiati sulla cima di una collina.

C’è un piccolo altopiano e un gigantesco oratore bianco seduto in mezzo al campo.

Le persone in abiti colorati sono sparse in tutto il sito: uomini, donne e bambini. Un gruppo di anziani è seduto in un cerchio chiuso. Stanno cantando e il loro appello viene trasmesso attraverso l’oratore. Stanno affrontando ciò che è sacro per loro: la Madre Terra. Hanno bisogno di forza per andare avanti, lottare, difendersi.

Prima sono letteralmente “scannerizzato” dalla gente e solo allora mi è permesso di avvicinarmi agli anziani. Spiego chi sono e presto le formalità sono finite.

“Per favore, registra ma non filmare i nostri volti, per sicurezza”, mi viene detto. “Ma più tardi, puoi filmare l’incontro.”

Poco dopo mi siedo e iniziano a parlare:

“La situazione in cui viviamo in questi giorni nel nostro paese, nelle comunità quassù, nelle comunità andine è molto difficile. In realtà ci sentiamo frustrati, spesso abbandonati perché durante il precedente governo guidato dal presidente Evo Morales, noi come agricoltori e indigeni, ci sentivamo molto bene. Anche se, a volte, non abbiamo ricevuto troppo aiuto, il governo, lo stesso presidente Evo Morales, è del nostro stesso sangue, della nostra stessa classe. Per questo motivo, lo stavamo sostenendo. E continuiamo a supportarlo. ”

“E questo, quello che abbiamo, ora è una dittatura. Dicono il contrario, ma è un governo fascista. È un governo che sta bruciando la Wiphala, il nostro simbolo. Ci disonora. Ci sentiamo umiliati, ci sentiamo discriminati. Per questo motivo, ci rendiamo conto che non possiamo fallire; non possiamo restare qui in questo modo, continueremo a combattere. Ci saranno elezioni nel nostro paese e continueremo a sostenere quella persona che ha elevato il nostro nome; il nome dei nativi, degli operai, dei lavoratori e dei poveri “.

“In primo luogo, andremo alle elezioni, se ovviamente ci saranno elezioni. Andremo a sostenere la nostra gente; i nostri leader. Nel caso in cui producano frodi elettorali, allora sì, aumenteremo! ”

Dissi loro che conoscevo il loro paese e l’Altiplano da più di 25 anni. Tutto è cambiato. I villaggi costituiti da capanne di fango hanno preso vita. Si svegliarono, iniziarono a sbocciare. L’acqua per tutti ha iniziato a scorrere attraverso i tubi forniti dal governo. Le ambulanze moderne sono a disposizione, servendo tutti gli angoli della nazione. I centri sanitari hanno aperto le porte a milioni di studenti, così come le scuole e i centri di vocazione. Sono state costruite nuove strade. Il governo ha incoraggiato l’agricoltura ecologica.

La Bolivia, che per decenni e secoli ha vissuto sotto mostruoso apartheid, è stata sfruttata, umiliata e derubata di tutto, ma ultimamente ha iniziato a rialzarsi.

Ho detto loro questo. Dissi loro come venivo qui, ancora e ancora, negli anni ’90, dal Perù; un paese devastato dalla cosiddetta “Guerra sporca” che ho descritto nel mio romanzo “Punto di non ritorno”. Il Perù era terribilmente rotto, ma qui, in Bolivia, la gente era mezzo viva. Non c’era speranza, solo silenziosa, spaventosa miseria.

Ora la Bolivia, una volta il paese più povero del Sud America, è molto più avanzata del Perù, uno stato che è stato incessantemente cannibalizzato dal modello economico neoliberista, mentre era ancora diviso razzialmente e socialmente all’estremo.

Ho chiesto agli anziani se fossero d’accordo. Mi hanno detto di si.

“Certamente. Perché con i nostri occhi abbiamo visto enormi cambiamenti economici e abbiamo assistito alla nascita della Bolivia e, dopo quei 14 anni, siamo andati avanti rispetto a tutta questa regione latinoamericana ”.

Ho filmato, fotografato.

Prima di andare, una donna anziana si è avvicinata alla macchina e ha urlato qualcosa in una lingua locale.

Carlos ha tradotto:
“Combatteremo tutti quegli esseri malvagi che si sono dichiarati i nostri sovrani. Se non scompaiono, presto chiuderemo di nuovo le strade tra El Alto e La Paz e dovranno mangiare i propri escrementi. Il nostro popolo non sarà mai più sconfitto. Dillo ovunque tu vada! ”

Ho detto che lo farò.*

Nel 1971, il grande scrittore, giornalista e poeta uruguaiano, Eduardo Galeano, pubblicò il suo libro Le Vene Aperte dell’America Latina, che divenne presto il tomo più importante per i pensatori e i rivoluzionari di sinistra latinoamericani.

All’interno del libro, che veniva regolarmente bandito in tutto il continente, Galeano aveva scritto di quei 500 anni di mostruosi saccheggi, inganni e crudeltà, commessi da europei e nordamericani contro il popolo dell’America centrale e meridionale. Alcuni dei crimini più terribili sono stati commessi sul territorio che ora è la Bolivia, in particolare nelle miniere d’argento della città di Potosi, che ha contribuito a rendere l’Europa ricca, ma le cui decine di migliaia di persone sono morte, costrette a vivere e lavorare come schiavi.

Non molto tempo prima che morisse, ho lavorato con Eduardo Galeano nel suo caffè, nella città vecchia di Montevideo.

Fu durante i giorni inebrianti dell’ondata di “Pink Revolutions”. Stavamo celebrando le nostre vittorie, condividendo la speranza per il futuro.

Ma ad un certo punto, Eduardo fece una pausa e disse semplicemente:

“Sai, tutti i nostri compagni che detengono il potere ora devono stare molto attenti. Devono capire che i poveri che li hanno votati o che li hanno supportati quando stavano prendendo il potere, hanno lasciato solo una cosa nella loro vita, e questa è la speranza. Tu porti via la loro speranza e loro non hanno più nulla. Derubarli della speranza è come ucciderli. Ecco perché, ogni volta che incontro i nostri leader di sinistra, e lo faccio molto spesso, dico sempre loro: ‘Compagni, attenzione, non giocate con la speranza! Non promettere mai alle persone ciò che non puoi offrire. Mantieni sempre la parola. ”

Juan Evo Morales Ayma, il primo presidente indigeno boliviano, capì perfettamente Galeano e il suo lavoro. Lui e il suo Movimento per il socialismo (MAS) non hanno mai tradito la fiducia dei poveri. Questo è il motivo per cui non è mai stato perdonato dall’Occidente e da molti individui provenienti dalle preziose élite boliviane e dai militari.*

Dopo il mio incontro con i leader indigeni, ho chiesto a Carlos di guidarci in giro per l’Altiplano, senza alcun piano particolare. Volevo parlare con le persone; ai più poveri dei poveri della Bolivia.

Ad un certo punto, arrivammo in un piccolo borgo. Un cane con una gamba rotta ci ha accolto con un abbaiare forte ma innocuo. C’erano due pecore vicino all’ingresso della casa. Un anziano contadino, sua moglie cieca e una figlia lavoravano nel campo.

Non avevano paura di parlare, anche di essere registrati e fotografati, purché promettessi di non rivelare i loro nomi.

Al contadino mancava metà dei denti e si sporgeva da un lato, ma i suoi pensieri e le sue parole erano chiari:

“Grazie a Evo per tutto. C’è il suo lavoro e parla da sé; quella strada, infrastruttura. Anche questa casetta che abbiamo è grazie a lui. ”

“Qui non vogliamo quel cosiddetto presidente Añez. Vuole ingannarci, ci mente. Siamo con il MAS; tutti noi qui supportiamo fortemente il MAS. Stiamo sostenendo nostro fratello Evo. Abbiamo sempre sofferto qui, ma Evo è arrivato con progetti eccellenti … ma ora tutti i progressi si fermeranno. ”

La figlia ha forse 14 anni. È un prodotto del governo di Evo. Ben vestita, con bei bicchieri, parla fluentemente. Le sue parole sono ben formulate:

“Quei leader del colpo di stato non hanno pietà di noi. Ci hanno sparato, picchiato e gasato. Hanno violato le nostre donne. Ultimamente, le nostre madri, i nostri padri hanno sofferto tremendamente a La Paz. Le persone sono rimaste ferite, le persone sono morte e l’esercito e i capi del colpo di stato non hanno pietà. Non vogliamo essere schiavi, come prima. Dopo il colpo di stato, il nuovo governo ha detto cose terribili sul nostro presidente; cose che non ci piacciono affatto. Non vogliamo essere schiavi, né essere schiacciati da quella nuova signora-presidente e dal suo popolo. Lei è una razzista. La verità è che è troppo razzista. Ci chiamano “indios” e dicono cose su di noi che ci rendono furiosi. Ci discriminano in tutti i modi possibili. ”

“Ma non perdi la speranza?” Ho chiesto.

“Non lo so”, sorrise. “Sono con il MAS. E il MAS tornerà vittorioso. Sconfiggeremo coloro che sono dietro al colpo di stato. ”

Siamo partiti, dirigendoci verso la strada principale.

“Ancora una fermata”, chiesi a Carlos.

Guidammo, a caso, verso un’abitazione parzialmente danneggiata.

“Che cosa è successo qui?” Ho chiesto.

I membri della famiglia hanno parlato l’uno sull’altro:

“A novembre, Camacho ha inviato qui diversi autobus pieni dei suoi sostenitori, da Potosi. Sono arrivati ??e hanno iniziato a picchiarci, insultandoci, uccidendo i nostri animali e distruggendo le nostre case. Ci hanno costretti in ginocchio, legandoci le mani dietro la schiena. Ci hanno chiamato i nomi più offensivi. Ci hanno umiliati. Hanno detto che è finita, che ora sapremo di nuovo a che cosa apparteniamo. ”

Ho chiesto a Carlos se avesse già sentito queste storie. Lui rispose, senza pensare:

“Ovviamente. Puoi chiedere a chiunque quassù e confermeranno ciò che hai appena sentito.”

Prima di scendere a La Paz, a El Alto, ho chiesto a Carlos di fermarsi in diversi luoghi, dove a novembre sono morte decine di persone, bloccando la capitale come protesta contro il colpo di stato e costringendo Evo Morales all’esilio.

I fori di proiettile che danneggiarono le pareti erano ancora visibili ed erano chiaramente contrassegnati. Lì c’erano dei fiori, dove la gente era caduta. Presto, speriamo molto presto, ci saranno monumenti.

I graffiti di El Alto parlavano chiaramente e ad alta voce:

“Añez, ti cacceremo via – tu colpevole!”, “Añez – dittatore!” E “Añez – assassino!”. *
Solo un anno e mezzo fa, ho assistito a grandi feste a El Alto. Ho filmato processioni colorate, gente che ballava, fuochi d’artificio. Ho ammirato i nuovi spazi pubblici, le funivie super moderne, le piscine pubbliche e i campi da gioco costruiti per i bambini.

Ora, la città sembrava un cimitero. Era lugubre, silenzioso, cupo.

L’enorme Monte Illimani, il simbolo di questa antica terra, era coperto di neve. Adesso era bello, ma è sempre stupendo, sia nei periodi migliori che durante i disastri. La Paz, seduto in un enorme cratere, era chiaramente visibile dall’alto.

“Gli Yankees stanno arrivando”, mi ha detto Carlos. “Sai, Añez ha ripristinato i legami diplomatici con Washington. E le loro spie e agenti stanno inondando l’ambasciata; tutti in abiti civili, ovviamente … ”

“Con le spalle coperte dai tesori dell’esercito boliviano”, dissi sarcasticamente.

Carlos rimase in silenzio per qualche tempo. Quindi decise di parlare:

“Quando ero giovane, ero anch’io nell’esercito. A Cochabamba, sai, durante le crisi idriche e la ribellione popolare mirava a liberare l’acqua. Non ti ho mai detto. Erano tempi difficili. La gente si ribellò e alcuni morirono. La nostra unità era composta principalmente da soldati indigeni. Gli ufficiali erano bianchi; quasi tutti lo erano. A un certo punto, facciamo loro sapere che non spareremmo ai nostri fratelli e sorelle. Si misero i pantaloni: capitani, colonnelli; avresti dovuto vederli: stavano correndo in giro, in caserma e fuori, senza segni dei loro ranghi. Sai, ad un certo punto, se ci avessero costretti a massacrare la nostra gente, avremmo rifiutato e invece li abbiamo massacrati ”.

“Sono stati addestrati in Occidente?” Ho chiesto.

“Molti, sì.”

“E adesso Carlos? E adesso?

Iniziò a sussurrare, anche se nessuno sembrava essere nei paraggi:

“Ho due parenti nell’esercito. Ho parlato con uno di loro, qualche giorno fa. È lo stesso di quando prestavo servizio a Cochabamba. I ranghi superiori sono con gli Yanquis, ma le truppe, la maggior parte, sono con il MAS; sono con Evo. Vedi, se c’è un ammutinamento, e ben presto potrebbe essercene uno, presto, allora Añez, Camacho e i loro amici del gringo saranno presto fottuti! ”
*

Sono andato al lussuoso hotel Suites Camino Real a La Paz, per pranzo. Ho dovuto vedere “loro”, l’altro lato. Quelli che importano carne di manzo squisita dalla provincia di Santa Cruz, quelli che la consumano qui, quelli che ora stanno celebrando.

E festeggiamenti c’erano.

Diverse parti si stavano svolgendo, contemporaneamente. Le persone saltellavano, si abbracciavano, urlavano come un matto. Tutto bianco, tutto “alto e bello”, tutto biondo, perossido o reale. Il vino scorreva.

La maggior parte dei camerieri erano indigeni, vestiti con abiti occidentali; zitti e incerti.

Ho incontrato un ex grande economista del governo di Evo, Ernesto Yañez, che a un certo punto è stato vicepresidente della Banca centrale della Bolivia. È stato sicuro incontrarsi qui. Abbiamo trovato un angolo tranquillo dove parlare:

“Sicuramente chiamo quello che è successo qui, un colpo di stato. Non ci sono state frodi elettorali “.

“Senza dubbio, gli anni di Evo al potere sono stati contrassegnati da una grande stabilità economica. Soprattutto all’inizio, non c’erano quasi problemi economici. Il tasso di povertà è diminuito dal 55% a meno del 30%. La qualità della vita è aumentata notevolmente. ”

“Nella relativamente povera Bolivia, i tassi di povertà sono più bassi rispetto al paese più ricco del continente, l’Argentina, dopo il regno del neoliberista Presidente Macri”, non ho potuto fare a meno di menzionare.

“Sì, ma dopo il colpo di stato, l’economia qui sta crollando”, ha detto Ernesto Yañez.

Sei mesi fa, ero qui e ci sono stati scioperi violenti da parte dei medici in tutta la Bolivia. Molti di loro erano stati istruiti gratuitamente dallo stato, ma dopo ciò, chiedevano un sistema medico neoliberista, in cui medici e infermieri avrebbero ottenuto stipendi irrealisticamente elevati. Molti medici cubani sono stati impiegati dal governo, in tutto il paese, al fine di migliorare l’assistenza medica.

Ernesto Yañez ha inoltre chiarito:

“Durante il governo di Evo, milioni di persone sono passate dalla classe media a quella inferiore. Molti di loro erano giovani. Il che significa, prima del colpo di stato, e dopo 14 anni di dominio MAS, molti giovani della classe media non avevano idea di cosa significhi vivere nella miseria. Hanno dato per scontati tutti i risultati di Evo e MAS. Quindi, quando sono arrivate alcune difficoltà, incluso il rallentamento dell’economia dopo il 2014, le hanno viste come i fallimenti del governo di Evo “.
“Sai, ad esempio i dottori che hai citato; pensavano che se avessero abbattuto il MAS, tutte le loro richieste sarebbero state immediatamente soddisfatte dal governo di destra. Non è mai successo Ora non hanno idea di cosa fare. ”

“Lo stesso che a Santa Cruz”, concordai con lui. “I prezzi del carburante e dei servizi pubblici stanno salendo. Ora i giusti realizzeranno che cosa significa realizzare il loro sogno: un regime neoliberista. Si stanno pentendo; disperati”

Ernesto Yañez ha concluso:

“Sai, Evo ha arricchito anche molti uomini d’affari boliviani. Il paese e la sua economia sono stati molto stabili, per anni. Prima di salire al potere, i grandi protagonisti erano nordamericani, europei e cileni. Durante il suo mandato, le aziende boliviane hanno avuto la priorità. Le élite boliviane erano sempre razziste, per loro, Evo era “un Indio mas” (solo un altro indiano). Ma hanno nascosto bene i loro sentimenti. È perché Evo ha fatto bene le cose. Ha cambiato questo paese in meglio, quasi per tutti. ”

“Ma ora le cose sono andate di male in peggio. Il nuovo presidente arriva con la Bibbia e la croce, brucia Wiphala e la gente muore. Ora gli indigeni vogliono indietro Evo. ”

E non solo gli indigeni, anche se quasi tutti gli indigeni che ho incontrato questa volta in Bolivia, lo fanno.*

Ho camminato fino a Plaza Murillo a La Paz, dove si trovano il Palazzo Presidenziale e il Congresso Nazionale della Bolivia.

La polizia e i militari erano ovunque. Durante il governo di Evo, questo era uno spazio tranquillo, aperto, pieno di alberi verdi, bambini e piccioni.

Davanti al Congresso Nazionale, diverse donne vestite con bellissimi abiti indigeni, si stavano radunando, parlando tra loro. Questi erano deputati del MAS.

Ho tirato fuori le mie macchine fotografiche e mi sono avvicinato a loro. Immediatamente, i tizi della sicurezza in borghese, si sono avvicinati, ma le due deputate mi fecero gesti protettivi con le braccia, mi sorrisero e hanno respinto gli agenti di sicurezza: “Lasciatelo in pace, è con noi”.

Sapevo che non avevamo tempo e ho chiesto solo una cosa: “Siamo ancora in piedi, compagni?”

Non hanno esitato:

“Siamo in piedi. Non ci sconfiggeranno. Il MAS è il governo legittimo della Bolivia.”

E quindi, questo è ciò che sto segnalando dalla Repubblica Plurinazionale della Bolivia:

Il paese è sotto attacco dagli Stati Uniti e dai suoi alleati. È stato ferito dai suoi quadri, sia militari che civili. Il sangue è stato versato. Il legittimo presidente e vicepresidente sono in esilio.

Secondo Reuters, “il ministro boliviano cerca l’aiuto di Israele nella lotta contro il presunto” terrorismo “di sinistra”. Che sarebbe il governo legittimo.

Ma il paese è in piedi. Le persone non sono in ginocchio. In primo luogo ci sarà un voto, ma se ci sono frodi da Washington o dall’Organizzazione degli Stati americani (OAS), ci sarà una lotta.

Evo Morales e il MAS hanno vinto le recenti elezioni. Non è assolutamente possibile che il MAS non vincerà di nuovo. Ho parlato con la gente e ora, ancor più di prima, stanno chiudendo i ranghi attorno al movimento verso il socialismo che ha reso la Bolivia una delle più grandi nazioni dell’emisfero occidentale.

Gli indigeni della Bolivia e il resto del Sud America non sono mendicanti o schiavi. Molto prima dell’arrivo di quei brutali fondamentalisti religiosi e saccheggiatori mal educati – i conquistatori spagnoli – erano i proprietari di questa bellissima terra. La loro civiltà era molto più grande di quella dei loro tormentatori.

Il governo di Evo ha fatto molto di più che migliorare la situazione sociale nel suo paese. Ha iniziato a invertire 500 anni di crudele ingiustizia in questo continente. Ha dato potere ai senza potere. Restituì orgoglio alle persone che erano state derubate di tutto.

Washington mostra chiaramente dove si trova. Nonostante la sua ipocrita “correttezza politica”, è dalla parte del razzismo, del colonialismo e dell’oppressione fascista. Invece di difendere la libertà, la opprime. Invece di promuovere la democrazia (che è “regola del popolo”), sta violentando la democrazia: qui in Bolivia e altrove.

Fino a quando la Bolivia non sarà di nuovo libera, l’intero mondo che ama la libertà dovrebbe agitare il Wiphala.

Gli anziani dell’Altiplano hanno inviato un chiaro messaggio al mondo. Le elezioni avranno luogo, ma se il popolo verrà derubato del proprio governo, ci sarà una rivolta e una battaglia epica.

Purtroppo, se ci sarà una battaglia, alcune persone si uniranno alla Terra. Ma anche la Madre Terra non resterà inattiva, si unirà al suo Popolo.

Añez insieme ai suoi simboli colonialisti, è già stata maledetta dalla maggioranza del popolo boliviano, così come Camacho e molti altri traditori. Ma forse, tecnicamente, non sono “traditori”, dopo tutto. Le loro alleanze sono verso quelle nazioni che avevano attaccato e saccheggiato questa parte del mondo, per diversi lunghi secoli.

Dopo 500 anni di tormento e umiliazione, la madre Terra, Pachamama, sta abbracciando i suoi figli. Evo e MAS li hanno riuniti. Questo è un momento straordinario nella storia. La gente qui lo capisce. Le élite razziste europee se ne rendono conto. Washington ne è ben consapevole.

In questo momento, c’è un momento di silenzio; breve.

Se i leader del colpo di stato fascista non ridaranno il potere, ci saranno enormi tuoni e il popolo di Altiplano si alzerà, con Wiphala in mano, supportato dalla loro antica e sacra Terra.

Pubblichiamo su esclusiva dell’Autore. Il reportage è stato pubblicato anche in inglese su 21WIRE

Testo e foto: Andre Vltchek*

*Andre Vltchek is a philosopher, novelist, filmmaker and investigative journalist. He has covered wars and conflicts in dozens of countries. Five of his latest books are “China Belt and Road Initiative: Connecting Countries, Saving Millions of Lives”, “China and Ecological Cavillation” with John B. Cobb, Jr., Revolutionary Optimism, Western Nihilism, a revolutionary novel “Aurora” and a bestselling work of political non-fiction: “Exposing Lies Of The Empire”. View his other books here. Watch Rwanda Gambit, his groundbreaking documentary about Rwanda and DRCongo and his film/dialogue with Noam Chomsky “On Western Terrorism”. Vltchek presently resides in East Asia and the Middle East, and continues to work around the world. He can be reached through his website and his Twitter. His Patreon

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-reportage_esclusivo_nella_resistenza_al_golpe_dallaltiplano_della_bolivia_combatteremo_il_nostro_popolo_non_sar_mai_pi_sconfitto/82_32148/

 

Dopo Telesur anche RT viene chiusa dal regime golpista in Bolivia

Cotas, il principale operatore privato in Bolivia di tv via cavo, ha comunicato all’emittente russa RT in spagnolo che il suo segnale sarà sospeso a partire da lunedì 2 dicembre. Lo riferisce oggi RT. La decisione “è stata adottata da autorità superiori” ha dichiarato una fonte allo Sputnik.

RT subisce la stessa censura avuta una settimana fa da Telesur, a cui pure la compagnia statale Entel ha comunicato la sospensione delle trasmissioni nel territorio boliviano. Intervistato dal programma ‘El Zoom’ di RT, l’ex vicepresidente boliviano Alvaro Garcia Linera ha sostenuto che il governo ‘de facto’ della presidente ad interim Jeanine Anez non tollera le voci critiche. “Se uno è minacciato come giornalista, o per le sue parole e le sue opinioni – ha sottolineato Garcia Linera – è chiaro che non hai alcun tipo di libertà o diritto garantito. E’ questa la qualità del regime che ha costituito il golpismo della (presidente autoproclamata Jeanine) Anez, e di polizia e militari che la sostengono”.

María Zajárova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha commentato la recente decisione dell’operatore Cotas di interrompere la trasmissione di RT in spagnolo in Bolivia dal 2 dicembre. La portavoce ha definito la misura “allarmante” e ha espresso la preoccupazione di Mosca per il peggioramento della posizione dei media russi in America Latina.
Ha inoltre ricordato come il 15 novembre la trasmissione RT sia stata sospesa in Ecuador. “In entrambi i casi, le chiusure sono state fatte senza spiegazione, e in quest’ultimo caso, senza preavviso”, ha detto Zajárova.

Il rappresentante del ministero degli Esteri russo ha dichiarato che questa misura è “una conseguenza del nuovo corso annunciato” dalle nuove autorità in Bolivia. “Ci parlano di coincidenze, ma risulta essere la conseguenza di un sistema. E la prova è che [l’hanno fatto] senza spiegazioni e senza preavviso”, ha aggiunto Zajárova.

Inoltre, la portavoce del ministero degli Esteri russo ha espresso la speranza che “questi passaggi non siano dettati dal tentativo di soffocare fonti alternative di informazione che discriminano i canali russi”. Ha anche avvertito che, altrimenti, la Russia sarà costretta a “prendere in considerazione azioni come lo spostamento della Bolivia e dell’Ecuador dall’osservanza degli obblighi internazionali per garantire il libero accesso alle informazioni e la libertà di espressione”.

“È inaccettabile che i media diventino ostaggi di una situazione politica instabile, i loro diritti devono essere garantiti indipendentemente dal modo in cui coprono gli eventi politici nazionali. Chiediamo la risposta delle pertinenti organizzazioni internazionali e ONG per i diritti umani”, ha concluso Zajárova

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-le_censure_che_non_fanno_notizia_dopo_telesur_anche_rt_viene_chiusa_dal_regime_golpista_in_bolivia/5694_31933/

 

Bolivia: il governo de facto promulga legge per nuove elezioni. Cosa succede adesso?

Il governo de facto della Bolivia ha promulgato la legge di emergenza per per indire al più presto nuove elezioni nel paese sudamericano, con l’impegno che saranno elezioni “pulite, eque e trasparenti”.

La legge è stata approvata dopo una trattativa che ha coinvolto la Chiesa cattolica locale, le Nazioni Unite e l’Unione Europea. La nuova normativa annulla le ultime elezioni del 20 ottobre.

Viene stabilito che non sarà consentita la candidatura di Evo Morales, vincitore delle ultime elezioni con il 47% dei voti, ma rovesciato dalla violenza golpista.

L’approvazione del disegno di legge per l’invito a nuove elezioni riconosce la partecipazione di tutte le organizzazioni politiche, sebbene renda impossibile la candidatura di coloro che erano stati rieletti in due precedenti periodi costituzionali.

Il Tribunale Supremo Elettorale (TSE) ha un termine massimo di 20 giorni per eleggere nuovi membri, al fine di fissare una data per le elezioni generali nella nazione sudamericana entro il 2020.

La legge del regime eccezionale e transitorio per lo svolgimento delle elezioni generali stabilisce un periodo massimo di 120 giorni per le elezioni, una volta approvato il calendario dal Supremo tribunale elettorale.

La promulgazione avviene poche ore dopo che il tavolo di dialogo istituito con la partecipazione del governo di fatto, le organizzazioni sociali e i legislatori ha concordato un disegno di legge per fornire garanzie di sicurezza e diritti politici.

Cosa si prospetta adesso per la Bolivia, lo spiega il giornalista e sociologo argentino Marco Teruggi, che da La Paz ha seguito tutto l’evolversi delle azioni sviluppate dai golpisti sin dall’inizio per rovesciare il legittimo governo di Evo Morales.

«Oggi è stato firmato l’accordo per le elezioni generali in Bolivia. Nella foto vi sono l’autoproclamata Añez e la presidente del Senato, Eva Copa, compagna di El Alto. L’accordo, tra le altre cose, prolunga l’usurpazione di Añez più a lungo di quanto inizialmente annunciato, proibisce a Evo Morales e García Linera di presentarsi e consente al MAS di farlo.

Capisco coloro che criticano l’accordo.

La mia domanda è: c’erano condizioni reali per ottenere qualcosa di meglio? Ciò significa non solo analizzare le forze nazionali e internazionali del colpo di stato, ma anche la situazione interna del MAS e il processo di cambiamento. Quest’ultima è la chiave e spiega sia la caduta di fronte al colpo di Stato – la poca reazione di Evo e della leadership, per esempio – sia la composizione della dirigenza rimasta, la mancanza di una strategia, un piano articolato per la piazza, il legislativo e l’articolazione tra i due. Il golpe ha messo in luce carenze e limiti del processo di cambiamento. La combinazione di limiti, tradimenti e persecuzioni spiega parte della situazione in cui è stato raggiunto l’accordo. Quando parlo di persecuzioni, ad esempio, parlo del fatto che 68 governatori, sindaci e consiglieri sono stati costretti a dimettersi, per non parlare dei ministri, di Evo e Linera. Molte domande possono essere aggiunte. Ad esempio: ad un certo punto è stato pensato dai dirigenti del MAS di cacciare Añez con la forza della piazza? Tutto indica che no, che non c’erano la condizioni per farlo, e che si è puntato sull’uscita elettorale – anche con i limiti giganteschi e ovvi che dovranno affrontare – Un’altra domanda: quanti leader del movimento sostengono Evo e i legislatori del MAS? Meno di quelli che si pensa.

Ciò che è accaduto con l’accordo non è sorprendente quindi. Il piano del colpo di Stato prevedeva sin dall’inizio l’uscita elettorale secondo uno schema molto chiaro: rovesciamento, governo di fatto, militarizzazione, persecuzioni, massacri ed elezioni. Dobbiamo leggere con molta attenzione la sequenza, gli attori coinvolti, i discorsi, i finanziamenti: la Bolivia è appena stata un esperimento riuscito per la strategia nordamericana nel continente, una strategia che in questi due mesi ha schierato militari nelle strade per affrontare le proteste sotto i governi di destra e di conseguenza allineati di Ecuador, Cile, Bolivia e Colombia».

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-bolivia_il_governo_de_facto_promulga_legge_per_nuove_elezioni_cosa_succede_adesso/82_31874/

Bolivia: Il generale del colpo di stato fugge in Usa dopo aver ricevuto 1 mln di $

Oochi giorni dopo aver comandato un colpo di stato in Bolivia, il generale Williams Kaliman non è più militare e fuggirà negli Stati Uniti, che gli hanno pagato un milione di dollari.
Non solo ha ricevuto questo denaro, ma anche gli altri generali hanno ricevuto lo stesso valore.

I capi della polizia hanno ricevuto invece $ 500.000 ciascuno.

Tutti andranno negli Stati Uniti per paura di processi in Bolivia e da parte di organizzazioni internazionali.

Quindi non è stato annunciato dai media boliviani chi ha sostenuto il colpo di stato in cui i protagonisti militari si nasconderanno negli Stati Uniti.

Bruce Williamson, capo degli affari presso l’ambasciata americana a La Paz, era responsabile delle donazione di un milione di dollari a ciascun capo militare e cinquecentomila della stessa moneta a ciascun capo della polizia.
Secondo quanto riferito, il generale ha contattato e coordinato tutto per mesi nella provincia argentina di Jujuy, sotto la protezione del suo governatore Gerardo Morales, uno dei più vicini al presidente Mauricio Macri.
Kaliman è stato immediatamente sostituito dall’autoproclamata presidente Janine Áñez.
Le recenti parole di Kaliman possono rendere sorprendente il suo tradimento, ma un’analisi del suo curriculum rivela che c’erano prove di sfiducia in lui.
L’ormai ex generale aveva seguito diversi corsi all’estero, principalmente legati all’intelligence militare. E almeno uno di questi studi si distingue dal resto: sì, era stato un allievo della famosa Fort Benning School, meglio conosciuta come la School of the Americas, nel 2004, secondo un rapporto della ONG (School of the Americas Observatory. Americhe).

Generale Williams Kaliman

Un’altra cosa curiosa di questo rapporto è che Kaliman ha seguito questo addestramento negli Stati Uniti nel 2004. Perché è curioso? Indovinate chi era il presidente della Bolivia a quel tempo? La risposta è: Carlos Mesa.

Sì, si tratta dello stesso candidato che ha perso le elezioni del 20 ottobre contro Evo Morales il quale non era a conoscenza del risultato e ha subito la campagna di colpo di stato, culminata con Kaliman che ha chiesto le dimissioni del presidente.

di Celeste Silveira

Fonte:   https://antropofagista.com.br/2019/11/18/bolivia-general-golpista-que-ordenou-a-renuncia-de-morales-foge-para-os-eua-depois-de-receber-us-1-milhao/

Traduzione: Luciano Lago

Evo Morales: “Sul massacro in Bolivia molti media non informano”

“La nazionalizzazione delle risorse è la ragione di questo conflitto. Non accettano che degli indios possano governare”

Il presidente deposto dopo il colpo di stato in Bolivia, Evo Morales, ha riunito una conferenza stampa dal Messico cui è costretto a sfuggire dopo che il golpe ha posto a rischio la sua stessa vita. Morales davanti ai giornalisti ha dichiarato che “la nazionalizzazione delle risorse è la ragione di questo conflitto”, che ha provocato una dittatura militare di destra che attualmente ha sulla coscienza almeno 30 morti.

“Alcuni non accettano che gli indios possano governare”, ha aggiunto Morales. L’ex presidente ha spiegato i progressi della sua amministrazione nella produzione di litio e delle riserve di gas della nazione andina. e ha sottolineato che il governo de facto nel suo paese ha dato un mandato in bianco a polizia e esercito per massacrare la gente. “Hanno emesso un decreto come se avessero avuto una carta bianca per uccidere i boliviani. Ciò è stato fatto solo nella dittatura militare”, ha proseguito.

Morales ha affermato che la repressione del regime del colpo di stato ha causato almeno 30 morti e dozzine di feriti per mano delle forze armate. “Abbiamo circa 30 morti in una settimana. Questo massacro fa parte di un genocidio che si verifica nella nostra amata Bolivia”, ha dichiarato.

Morales ha anche invitato l’Organizzazione delle Nazioni Unite a denunciare e frenare “questo massacro di fratelli indigeni che chiedono pace, democrazia e rispetto per la vita nelle strade”.

Il leader in esilio ha anche invitato le organizzazioni internazionali e Papa Francesco a costituire una Commissione per la verità per chiarire cosa sia successo alle elezioni presidenziali del 20 ottobre.

Morales ha anche denunciato “che alcune organizzazioni si uniscano per dimostrare come l’OSA (Organizzazione degli Stati americani) si siano uniti a questo colpo di stato”. Secondo il presidente deposto dal golpe “dobbiamo smetterla anche di chiamare Organizzazione degli Stati Americani e chiamarla con il suo vero nome: Organizzazione del Nord”.

“Abbiamo vinto al primo turno. Ci sono rapporti internazionali che lo dimostrano”, ha proseguito Morales citando i rapporti del Cepr e del Celag che confermavano la regolarità delle elezioni nelle quali Morales ha preso 10 punti percentuali in più del secondo.

A questo proposito, Morales ha affermato di sperare che “la comunità internazionale possa contribuire e non essere come l’OAS, responsabile del colpo di stato”.

Morales ha riferito che gli Stati Uniti stiano operando politicamente per impedirgli di tornare in Bolivia. “Dal nord ci informano che gli Stati Uniti non vogliono che torni in Bolivia”, ha sottolineato.

L’ex presidente ha poi criticato il silenzio dei media mainstream sia in Bolivia che a livello internazionale, che hanno messo a tacere il massacro del popolo boliviano. “Molti media sono come anestetizzati, non informano”, ha detto.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-evo_morales_in_conferenza_stampa_sul_massacro_in_bolivia_molti_media_sono_come_anestetizzati_non_informano/

Bolivia: perché la candidatura di Evo Morales era legittima

Lo storytelling del circuito mainstream sulla Bolivia dove si è consumato un golpe che ha rovesciato il governo legittimo di Evo Morales e ogni giorno mostra il suo vero volto sempre più feroce, fa acqua da tutte le parti.

I due assi su cui poggia la narrazione tossica del mainstream sono completamente traballanti. Le elezioni presidenziali sono state nettamente vinte, senza alcun broglio, da Evo Morales, il presidente che aveva tutta la legittimità a concorrere per un quarto mandato essendo stato abilitato dal Tribunale Supremo Elettorale della Bolivia.

“Né l’OSA né chiunque altro potrebbe dimostrare che ci sono stati irregolarità sistematiche o diffuse”, afferma il Center For Economic And Policy Research di Washinton in un rapporto dove smonta ogni ipotesi di brogli nella competizione elettorale boliviana per assegnare in maniera fraudolenta la vittoria a Evo Morales.

Il lavoro del CEPR si è concentrato sul ruolo giocato dall’Organizzazione degli Stati Americani.

Dal rapporto emerge che i “risultati del conteggio provvisorio sono coerenti con il risultato finale”. Nessuno dei due conteggi mostra schemi stranieri rispetto alla distribuzione del voto nelle precedenti elezioni; il conteggio provvisorio fu sospeso all’80% perché era quello che era stato concordato e ripreso, il giorno dopo, su richiesta dell’OSA; e che al contrario il conteggio definitivo e legalmente valido “non ha avuto interruzioni significative”.

Altro punto saliente del rapporto CEPR è che è stata la stessa OSA a raccomandare un Morales di utilizzare il sistema TREP, implementato per il conteggio provvisorio e sul quale sono fondate tutte le previsioni dell’agenzia presieduta da Almagro riguardo alle irregolarità nel processo elettorale, anche se non ha validità legale.

Nelle sue conclusioni, aggiunge che “i dubbi non comprovati dall’agenzia ha lanciato sulle elezioni” hanno avuto un’influenza significativa sulla copertura mediatica e quindi sull’opinione pubblica e che “la politicizzazione di quello che normalmente è un processo indipendente – come il monitoraggio elettorale – sembra inevitabile quando assegnato incaricato di tale compito rilascia dichiarazioni prive di fondamento che afferma in dubbio la validità del conteggio elettorale “. Cioè, l’OSA ha gettato legna da ardere inutile e illegittima in un incendio che l’agenzia stessa ha creato.

 

Evo Morales poteva ricandidarsi?

Venuta meno la narrazione sui brogli le attuali accuse che vengono mosse a Evo Morales riguardano la presunta non costituzionalità della sua quarta candidatura. Si tratta di critiche fondate? Noi pensiamo di no e vi spieghiamo il perché.

Nel 2016, in Bolivia, si è tenuto un referendum per votare una parziale riforma della Costituzione, che includeva una proposta dei movimenti sociali per consentire la rielezione del presidente Evo Morales e del vicepresidente Álvaro García Linera per il periodo 2020-2025.

Il No è ??risultato vincitore con il 51,31 percento dei voti, mentre il Sì ha ottenuto il 49 percento, secondo il rapporto del Tribunale Supremo Elettorale (TSE).

Il governo boliviano e i movimenti sociali hanno denunciato la campagna diffamatoria contro il presidente per promuovere la vittoria del no nel referendum costituzionale.

Su tutti il caso di Gabriela Zapata.

Come rivelato dall’agenzia di stampa ABI, la vicenda fu montata da Carlos Valverde, ex capo dei servizi segreti boliviani al principio degli anni 90’ «divenuto un giornalista e fervente oppositore di Morales e del suo governo progressista».

Valverde denunciò che Morales aveva un figlio nato dalla relazione con Gabriela Zapata e questa circostanza sarebbe stata utilizzata dalla donna per fare buoni affari.

Gabriela Zapata, rivelò in seguito che prepararono appositamente per lei una sorta di ‘sceneggiatura’ da recitare in occasione della sua apparizione davanti all’Assemblea Legislativa.

Dunque, una colossale fake news è costata una sconfitta di misura al referendum ad Evo Morales.

Tuttavia, nel 2017 una sentenza della Corte costituzionale plurinazionale (TCP) ha consentito la ricandidatura di Morales, in base all’articolo 23 della Convenzione Americana sui Diritti Umani. Che ha trovato applicazione anche per governatori, sindaci, consiglieri e membri dell’Assemblea.

La sentenza è stata il risultato di un appello presentato dai movimenti sociali, in cui hanno chiesto di rispettare il diritto del presidente di essere eletto e quello del popolo di eleggerlo.

Quindi, a dicembre 2018, il Supremo Tribunale elettorale della Bolivia (TSE) ha dato il via libera a Morales e García Linera a partecipare come candidati al Partito del movimento per il socialismo, alle elezioni primarie di gennaio 2019.

La decisione dell’autorità boliviano incontrò anche il favore dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e dello stesso segretario generale dell’OSA Luis Almagro, tant’è che Evo Morales stesso ebbe parole di ringraziamento per Almagro per aver “legittimato” e “legalizzato” la sua ricandidatura.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-bolivia_perch_la_candidatura_di_evo_morales_era_legittima/82_31796/

Altra giornata di brutale repressione in Bolivia dopo il golpe: almeno 3 morti a Senkata

La brutale repressione che regna in Bolivia da quando è stato consumato il golpe che ha rovesciato il legittimo governo di Evo Morales, ha lasciato quest’oggi sul selciato i corpi senza vita di 3 persone oltre a 30 feriti, a Senkata, presso El Alto, dove i manifestanti bloccavano l’accesso a un impianto di idrocarburi.

Deivid Posto Cusi, 31 anni, Edwin Jamachi Panigua e una persona non identificata sono le vittime fatali di un’operazione di polizia e militare, attivata per consentire il transito di autocisterne con carburante alla capitale La Paz. Rimasta senza rifornimenti dopo che il popolo boliviano che si oppone al golpe delle élite ha bloccato El Alto.

Secondo le informazioni fornite da un media locale, due manifestanti sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco, mentre sul terzo le informazioni sono ancora incomplete.

I manifestanti che hanno alzato la voce in segno di rifiuto dell’autoproclamazione della senatrice Jeanine Áñez come “presidente ad interim” sono stati repressi dagli agenti di polizia con gas lacrimogeni e spari.
Inoltre, sono stati usati elicotteri militari.

Le immagini e i video dei feriti testimoniano l’uso sproporzionato della forza da parte dei funzionari di sicurezza, contro i manifestanti che portano – come si vede in una delle fotografie – bandiere Wiphala. Simbolo della lotta dei popoli ancestrali.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-altra_giornata_di_brutale_repressione_in_bolivia_dopo_il_golpe_almeno_3_morti_a_senkata/82_31781/

Sette giorni di Jeanine Áñez portano la Bolivia più di 10 anni indietro

Il governo di fatto che ha preso il potere in Bolivia dopo il colpo di stato contro Evo Morales, domenica 10 novembre, ha adottato in soli sette giorni diverse misure che hanno abrigato conquiste  politiche statali adottate durante i governi di Evo Morales

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Creati oltre 68 mila Account Fake su Twitter a sostegno del golpe in Bolivia

In uno studio recente di Julián Macías Tovar, a capo dei social network per il partito spagnolo Podemos, si rivela come per la propaganda del golpe in Bolivia sono stati creati 68.000 account Twitter falsi.

L’esperto sostiene che questi account falsi hanno utilizzato diverse tecniche per cercare di legittimare la partenza di Evo Morales dal potere e giustificare la violenza e la repressione contro i manifestanti che non si arrendono al colpo di stato.

Gli account finti creati hanno anche permesso di aumentare rapidamente il numero di seguaci dei principali attori che hanno partecipato al golpe, come il capo del Comitato Civico di Santa Cruz, Luis Fernando Camacho e la senatrice Jeanine Áñez, auto-proclamata presidente ad interim.

Macías Tovar ha anche sottolineato come l’account di Camacho sia passato da 2.000 follower a 130.000 in 15 giorni, 50.000 dei quali creati a novembre 2019.

La stessa cosa è accaduta con Áñez, che in quello stesso periodo è passata da 8.000 follower a 150.000, di cui 40.000 di account di nuova creazione.

Nell’analizzare i falsi account di entrambi i politici, Macías Tovar ha contato oltre 68.000 diversi falsi account, che non sono stati rilevati da Twitter e continuano a funzionare, sebbene in teoria il social network nord-americano proibisca l’uso di robot per amplificare i messaggi.

Un altro studio dell’esperto Luciano Galup, pubblicato il 13 novembre, aveva rilevato che in soli due giorni erano stati creati 4.000 account Twitter falsi e hanno tentato di posizionare il tag #BoliviaNoHayGolpe.

Tras el golpe de Estado en #Bolivia????????, en 2 días se crearon cerca de 4,000 cuentas de Twitter, para posicionar la etiqueta #BoliviaNoHayGolpe

Sebbene la piattaforma abbia un sistema antispam e si sia dedicata alla chiusura di tanti account con idee opposte, Twitter non ha ancora reagito a queste migliaia di falsi account antidemocratici che sostengono la fine del governo costituzionale di Morales.

Fa sorridere poi che quella stampa italiana che per anni ha portato avanti il fantasma dei bot russi per poi doversi arrendere alla realtà di aver solo diffuso le fake news, oggi tace.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-scandalo_censurato_dal_mainstream_creati_oltre_68_mila_account_fake_su_twitter_a_sostegno_del_golpe_in_bolivia/82_31770/

 

Bolivia, la persecuzione golpista minaccia il Congresso

La minaccia in Bolivia ora punta il potere legislativo. Il ministro del governo di fatto, Arturo Murillo, nominato dall’autoproclamata Jeanine Añez, ha annunciato che ci sono senatori e deputati “che stanno facendo sovversione” e che i loro nomi saranno resi pubblici.

La persecuzione includerebbe anche i pubblici ministeri che sono già stati convocati a tale scopo, ha denunciato la deputata Sonia Brito, del Movimento per il Socialismo (MAS) che detiene la maggioranza e le presidenze in entrambe le Camere.

Le dichiarazioni di Murillo arrivano per rafforzare la situazione di persecuzione in Bolivia. In effetti, aveva annunciato che stava iniziando una “caccia” contro tre ex funzionari del governo, e il ministro delle comunicazioni, Rosana Lizárraga, aveva denunciato e minacciato i giornalisti per sedizione.

Questo quadro è rafforzato dal decreto che che esonera i militari che partecipano alle operazioni “per ripristinare l’ordine” dalla responsabilità penale. Tale decisione è stata sostenuta dal ministro della Difesa, Fernando López, il quale ha affermato che è dovuto all’esistenza di “gruppi armati sovversivi” e “gruppi stranieri armati” con “armi pesanti”.

Con queste dichiarazioni Lopez ha voluto rispondere alle critiche della Commissione interamericana per i diritti umani, che ha messo in dubbio il “grave decreto” che “disconosce le norme internazionali sui diritti umani” e “stimola la repressione violenta”.

L’insieme delle minacce formalizza un quadro di persecuzioni e omicidi iniziati prima delle dimissioni forzate del presidente Evo Morales e del vicepresidente Álvaro García Linera. In effetti, giorni prima del colpo di Stato, c’erano già stati incendi nelle case, rapimenti di famiglie e minacce dirette a deputati, governatori e leader del MAS.

24 persone sono già state uccise in Bolivia in 5 giorni. Il rapporto è stato presentato dalla Defensoría del Pueblo e ratificato da Morales, che ha richiesto “al governo di fatto di Añez, Mesa e Camacho di identificare gli autori intellettuali e materiali”, e ha denunciato alla comunità internazionale “questi crimini contro l’umanità che non devono rimanere impuniti”.

In tale contesto, ha avuto luogo l’incontro dell’ambasciatore dell’Unione europea (UE), León de la Torre con l’autoproclamata Añez. Il facilitatore ha affermato che l’UE si offre affinché “la Bolivia possa tenere elezioni credibili il più presto possibile” e ha affermato che sosterrà il “periodo di transizione”.

Le dichiarazioni del facilitatore dell’UE coincidono con quelle dell’inviato delle Nazioni Unite, Jean Arnault, che si è offerto come mediatore per parlare con “tutti i leader e gli attori” per “pacificare” e convocare “elezioni libere”.

L’autoproclamata Añez ha anche brevemente fatto riferimento alla questione elettorale: “presto daremo notizie sul nostro mandato principale, la richiesta di elezioni trasparenti e il recupero della credibilità democratica del nostro paese”.

La mancanza di chiarezza riguardo alle elezioni coincide con il processo di attacco al potere legislativo annunciato da Murillo.

In effetti, il governo di fatto si scontra con la difficoltà che questo potere sia nelle mani della maggioranza del MAS, e la sua approvazione è necessaria per raggiungere un passo importante: la nomina di nuove autorità del Tribunale Supremo Elettorale, per poi convocare le elezioni.

Coloro che guidano il colpo di Stato si trovano di fronte a una decisione da prendere: tentare un accordo con il blocco del MAS per raggiungere l’elezione delle autorità elettorali e le nuove elezioni o avanzare sul potere legislativo. Quella seconda opzione è quella che è stata imposta con le dichiarazioni di Murillo, in quella che è una strategia di persecuzione contro deputati e senatori per forzare una decisione a favore del piano del governo di fatto.

Le minacce si realizzano all’interno del quadro che concede licenza di uccidere, impunità nel farlo, rottura dello stato di diritto, 24 morti, centinaia di feriti, e la protezione mediatica del grandi media che, in forma compiacente, negano l’esistenza di un colpo di stato Stato in Bolivia.

Questo scenario non ha fermato le massicce proteste sociali che hanno avuto luogo in diverse parti del Paese, così come quelle che sono già state annunciate. Così, per esempio, a Sacaba ha avuto luogo un massacro in cui furono uccise nove persone durante la repressione e si è deciso di chiedere “le dimissioni dell’autoproclamata presidente di fatto Jeanine Añez entro 48 ore”.

Nel municipio è stata anche approvata la richiesta di “ritiro immediato delle forze armate”, nonché ‘”l’approvazione di una legge da parte dell’Assemblea Legislativa Plurinazionale che garantisca le elezioni nazionali entro un periodo di novanta giorni”.

A El Alto anche c’è stata una massiccia protesta, una delle più complesse da affrontare per il governo di fatto: il blocco dell’accesso all’impianto boliviano di giacimenti petroliferi, a Senkata, dove escono benzina e gas liquefatto. Questa azione ha generato difficoltà di approvvigionamento nella città di La Paz, che è in uno stato di profonda anomalia da più di una settimana.

Quindi, dopo una settimana dalle dimissioni di Morales e García Linera, la Bolivia si trova in uno scenario di tre fronti: la persecuzione golpista in ciascuno dei livelli politico e sociale, la domanda su cosa accadrà nel potere legislativo e una situazione di crescenti rivolte contro il colpo di Stato. L’uscita elettorale, che sembra essere l’unico punto condiviso, sembra ancora problematica.

 

di Marco Teruggi – Pagina|12

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-bolivia_la_persecuzione_golpista_minaccia_il_congresso/82_31758/

 

 

Bolivia, brutale aggressione della polizia golpista alla presidente del Senato

La legittima presidente del Senato della Bolivia, Adriana Salvatierra, è stata brutalmente aggredita e malmenata dalle forze di polizia schierate coi golpisti quando ha cercato di entrare nella sede legislativa per assumere la presidenza del paese, così come indica la Costituzione del paese andino.

Nei video si vedono gli agenti della polizia boliviana aggredire la giovane senatrice del MAS mentre prova ad entrare in Parlamento.

Sarebbe questa la «transizione democratica» di cui cianciano certi esponenti della destra italiana, autoproclamati moderati come Antonio Tajani, già presidente del Parlamento Europeo, molto vicino ai golpisti venezuelani.

#COMUNICADO

Pubblicato da Adriana Salvatierra su Mercoledì 13 novembre 2019

Tornando al golpe che si consuma in queste giornate drammatiche in Bolivia, prima di provare ad entrare e nel bel mezzo del tumulto la senatrice si è rivolta alla stampa: «Siamo parlamentari, dobbiamo entrare nella nostra fonte di lavoro, tenere gli incontri corrispondenti e chiediamo al colonnello di consentirci di entrare», ha affermato Salvatierra.

 

Ieri, Jeanine Áñez, seconda vicepresidente del Senato, si è proclamata capo dello Stato del paese anche se l’Assemblea legislativa era praticamente vuota, senza rappresentanti del MAS (i due terzi dei parlamentari) e senza aver accettato le dimissioni di Evo Morales e Álvaro García Linera, destituiti dal un golpe militare.

Parimenti le dimissioni di Adriana Salvatierra non sono state ratificate e quindi è venuta ad occupare il posto che gli spetta secondo quanto indica la Costituzione dello Stato Plurinazionale della Bolivia.

Mentre Áñez si è dichiarata Presidente senza che nessuno l’abbia promossa nemmeno al grado di Presidente del Senato.


Sull’autoproclamazione nella giornata di ieri era intervenuto anche Evo Morales dal Messico con un tweet molto chiaro: «L’autoproclamazione attenta contro gli articoli 161, 169 e 410 della Costituzione politica dello Stato (CPE) che determinano l’approvazione o il rifiuto di dimissioni presidenziali, la successione costituzionale alle presidenze del Senato o dei Deputati e la supremazia del CPE. La Bolivia subisce un assalto al potere del popolo».

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-in_bolivia_brutale_aggressione_della_polizia_golpista_alla_presidente_del_senato_adriana_salvatierra_del_mas_video/82_31690/