[Sinistrainrete] Giorgio Ferrari: Miti e misfatti dell’attuale crisi energetica

Rassegna del 29/12/2022

Giorgio Ferrari: Miti e misfatti dell’attuale crisi energetica

labottegadelbarbieri

di Giorgio Ferrari

Con la distruzione dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 (avvenuta lo scorso 26 settembre), L’Europa ha tagliato i ponti dietro se stessa. Quale nazione, tra quelle aderenti alla Nato, l’abbia materialmente portata a termine -giunti a questo punto del conflitto in corso – potrebbe risultare secondario, visto che nessun paese europeo se l’è sentita di smentire la versione mass-mediatica che ne è stata fornita: quella di un auto sabotaggio russo. Che sia stato impossibile per i russi sabotare i propri gasdotti (a parte l’evidente mancanza di tornaconto), lo dimostrano – oltre ogni ragionevole dubbio – le mappe numero 1 e 2 sopra riportate, facenti parte della valutazione di impatto ambientale sul gasdotto Nord Stream 2, commissionata nel 2018 dalla Agenzia Danese per l’energia.1 Nella Mappa n. 1 sono evidenziati i punti delle esplosioni che ricadono in un’area classificata dal Governo danese come “zona di tiro” per esercitazioni militari (tratteggiata in rosso nella Mappa n. 2), peraltro confinante con una vasta zona (tratteggiata in nero) riservata alle manovre dei sottomarini, zone in cui lo scorso luglio si svolse una esercitazione navale della Nato.2

Oskar La Fontaine, in una recente intervista, ha lasciato intendere chiaramente che l’attentato – di cui a Berlino si sa tutto – non può essere avvenuto senza il consenso di Washington e che si tratta di un atto di guerra contro la Germania. La Fontaine ha militato nella sinistra ma, da buon tedesco, mette al primo posto le sorti della Germania invece che quelle della popolazione civile europea che, come scrissi a suo tempo3, è la vittima reale di questi attentati i cui effetti si stanno delineando assai più gravi di quanto si lasci intendere all’opinione pubblica.

 

Propaganda vs termodinamica

La propaganda ha riguardato due aspetti principali: il primo relativo agli stoccaggi di gas che, è stato assicurato, hanno raggiunto in molti paesi europei il 90%. A parte il fatto che non tutti i paesi europei possiedono siti di stoccaggio, ma a quale volume è riferito questo 90%? Concretamente la capacità totale di stoccaggio europea si aggira sui 90-95 mld di metri cubi (limite dovuto a ragioni fisiche) a fronte di un consumo annuale di oltre 550 mld di metri cubi per cui, pur considerando gli apporti dei gasdotti “altri” (non russi), resta comunque un deficit strutturale che deve essere colmato in qualche modo. In pratica, esclusa la Norvegia -che esporta gas in Europa, ma non fa parte della Unione Europea (UE) – tutti i paesi sono a rischio.

L’altro aspetto è consistito nell’assicurare l’opinione pubblica che, attraverso la rete dei gasdotti “altri” e ricorrendo all’importazione di Gas Naturale Liquefatto (GNL), si era in grado di fare a meno del gas russo. I gasdotti altri sono quelli provenienti da Norvegia, Algeria, Libia e Azerbaigian (attraverso il TAP); cassata la Libia (per ovvi motivi di inaffidabilità) tutti gli altri gasdotti operano già al limite della capacità e gli accordi presi in sede UE o dall’ex Presidente del consiglio Draghi, rappresentano dei pannicelli caldi in quanto il limite nella fornitura di gas via gasdotto è rappresentato dal gasdotto stesso. Detto in parole semplici la quantità massima di gas che può passare attraverso un tubo è influenzata dalle caratteristiche del gas (temperatura e pressione) ma è decisamente ancorata alla sezione del tubo e alle caratteristiche della stazione di pompaggio: si può aumentare un poco la portata agendo sulla pressione, ma più di tanto non si può e, non a caso, gli accordi presi prevedono 10-15 miliardi in più dalla Norvegia (verso l’Europa, ma non per l’Italia); 5 miliardi di mc in più dall’Algeria verso l’Italia, ma non prima di due anni; 2 miliardi di mc in più dal TAP non prima del 2027, previo potenziamento del sistema di pompaggio.

 

Propaganda vs fattibilità

Resta la carta del GNL il cui limite operativo non dipende da fattori tecnologici, ma dalle infrastrutture che sono rappresentate dal numero di navi gasiere disponibili sul mercato e dai terminali di liquefazione (in partenza) e di rigassificazione (in arrivo). Negli Usa (principale esportatore di GNL in Europa) si stanno realizzando enormi investimenti per raddoppiare i “treni”4di produzione che già ora consentono di esportare 95 miliardi di mc di GNL in tutto il mondo, attraverso sette terminali di cui quattro situati nel Golfo del Messico, due sulla costa atlantica e uno in Alaska a cui però non fa riscontro un altrettanto sviluppo dei terminali di ricezione sulle coste europee.

Di qui la corsa frenetica ai rigassificatori galleggianti che vede in prima linea paesi come Germania (3-5 navi da collocare sulle coste del mare del Nord); Francia (2 navi da collocare sulla costa atlantica + un gasdotto sottomarino tra il terminale spagnolo di Barcellona e quello di Fos in Francia); Italia almeno tre nuovi terminali di cui uno già stabilito d’autorità dal governo Draghi nel porto di Piombino: una decisione scellerata e tecnicamente al limite di ogni criterio di sicurezza e funzionalità.

Oltre a questo collo di bottiglia c’è da mettere in conto la questione del trasporto del GNL che richiede uno specifico tipo di navi (gasiere o LNG carriers) in numero decisamente crescente: per rifornire l’Europa della stessa quantità di gas erogato attraverso il Nord Stream 1 (55 mld di mcubi/anno) occorrerebbero tra le 600-650 carriers su una flotta mondiale di poco superiore alle 900 unità.

 

La lotteria del buio (per non parlare del freddo)

L’esportazione di GNL negli ultimi dieci anni è più che raddoppiata specie nei confronti dei paesi asiatici (Cina, Giappone e Corea del sud da sole assommano al 54% di tutte le importazioni) facendo registrare un corrispondente aumento nel prezzo del GNL. Con l’aumento delle importazioni verso l’Europa però, il prezzo è ulteriormente salito mettendo a rischio l’economia di paesi meno sviluppati che sono stati costretti a ridurre i consumi di gas fino a stabilire dei black-out programmati come è successo per il Bangladesh (130 milioni di abitanti) che non è collegato a gasdotti.5 Ma una sorte analoga si prospetta anche per molti paesi della ricca e sviluppata Europa che hanno riposto la loro fiducia ne nucleare, ritenendo con ciò di essersi messi al riparo da eventuali black out legati alla “crisi” del gas.

E’ di questi giorni l’annuncio del primo ministro francese6 di possibili interruzioni programmate del servizio elettrico a partire dal gennaio 2023, causa l’indisponibilità delle centrali nucleari (22 centrali su 56) dovuta principalmente a difetti di corrosione riscontrati nelle tubazioni degli scambiatori di calore. La Francia, da paese esportatore di energia, è diventato importatore: da circa sei mesi infatti importa sistematicamente tra i 12.000 e 14.000 Mw di potenza elettrica al giorno di cui 1200 circa dall’Italia, sfatando così l’altro falso mito (che ho sempre denunciato come tale) che l’importazione di energia dalla Francia all’Italia fosse dovuto a insufficiente capacità di generazione del nostro sistema elettrico.

Stessa situazione in Finlandia7 che, a causa della messa fuori servizio della centrale nucleare di Olkiluoto 3 per seri problemi alle pompe di circolazione (era entrata in funzione pochi mesi fa, dopo un’attesa di 10 anni), si prepara a razionare l’energia elettrica.

Anche il primo ministro svedese ha annunciato provvedimenti analoghi a causa della indisponibilità di tre delle sei centrali nucleari oggi in funzione, suscitando lo sconcerto dei suoi concittadini abituati a standard di consumo elettrico pro capite fra i più alti al mondo.8

Crolla così il mito dell’indipendenza e dell’affidabilità del nucleare, ma non per questo paesi come la Germania e l’Italia (che di nucleare ne hanno poco o niente) possono ritenersi fuori dal rischio black out, a meno di ricorrere a carbone e lignite come del resto già fanno Germania, Polonia, Ungheria, Bulgaria e Romania.

 

L’etica del gas e quella dei cannoni

Quando si pose, all’indomani dell’invasione russa dell’Ukraina, l’interrogativo etico di quale atteggiamento assumere di fronte a questa guerra, i governanti europei non ebbero dubbi e così, attraverso la Commissione europea, vararono un elenco di divieti import/export, da e per la Russia, pressoché illimitato (dalle lozioni per capelli, alle apparecchiature elettroniche). Ma nel redigere quelle sanzioni, la loro coscienza non si è ispirata – a differenza di quella di Kant – ne al cielo stellato, né alla legge morale che sarebbe dovuta albergare in loro, tant’è vero che lasciarono fuori dall’elenco materie prime energetiche come l’uranio, il petrolio e il gas che seguitarono ad essere importati dalla Russia.

Accortisi di questa falla, i leader europei hanno tentato di porvi riparo stabilendo un tetto alle importazioni di gas e petrolio dalla Russia, ma dato che la “mano invisibile del mercato” è più potente di qualsiasi motivazione etica, non ci sono riusciti e quindi, pur di salvarsi la faccia hanno promosso una campagna in favore delle importazioni di GNL perché, dissero, non sarebbe stato etico seguitare a comprare il gas russo fornendo a Putin i soldi per alimentare la sua guerra.

A parte il fatto che, tutt’ora, 42 milioni di mc al giorno di gas transitano dalla Russia all’Europa, via Ukraina, bisogna mettere in conto che questa decisione ha fatto triplicare le importazioni di gas dagli Stati Uniti con un forte aggravio economico per i cittadini europei a cui è corrisposto un enorme profitto per le multinazionali statunitensi che ci vendono il “gas della libertà”9 ad un prezzo 4-5 volte superiore a quello russo.

Le chiamano “dolorose” sanzioni (dolorose per noi cittadini europei) questi leader, aggiungendo però che questo è il prezzo da pagare per impedire a Putin di seguitare la guerra, ma si tratta di un inganno perchè se si considera che sui profitti generati dalle esportazioni di gas USA verso l’Europa, gravano 80-90 milioni di dollari al giorno di tasse federali con cui il governo USA ripaga, in larga misura, il costo delle armi che invia all’Ukraina, vuol dire che noi europei continuiamo a finanziare la guerra, e più gas compriamo dagli USA, più la prolunghiamo.

 

Ponete fine a questa guerra e ridateci il gas russo

Ogni giorno che passa lo scontro in corso tra Est e Ovest, di cui la guerra in Ukraina è parte integrante, si palesa sempre di più come guerra per l’accaparramento di materie prime strategiche che servono all’occidente per realizzare la transizione energetica e la IV rivoluzione industriale. Nelle more di questa transizione, la funzione del gas – comunque la si pensi in proposito – è divenuta esiziale per l’Europa, in quanto ritenuta la fonte più versatile, economicamente più conveniente e ambientalmente meno impattante (rispetto a carbone e petrolio) per accompagnare nel breve periodo, l’avvento delle energie rinnovabili da qui al 2050. Questo scenario è stato sconvolto dagli interessi di paesi come Australia, Qatar e Stati Uniti che negli ultimi anni sono diventati i maggiori esportatori di GNL al mondo, con l’obiettivo comune di ridisegnare la mappa del mercato mondiale del gas a cominciare da quella europea. Prova ne sia che l’aumento più consistente del prezzo del gas naturale a livello internazionale si è verificato nel 2021 con punte del 600% (vale a dire prima dell’inizio della guerra), proprio a causa dell’aumento della domanda (e del prezzo) del GNL.

Nel nuovo scenario che si va delineando, gli Usa – che fino al 2016 importavano gas – hanno ipotecato il futuro economico e politico dell’Europa esportandovi gas, con due scopi principali: colpire gli interessi economici della Russia (nel 2015 iniziano le sanzioni contro la Russia per ostacolare il progetto Nord Stream 2); condizionare la politica europea, anche attraverso l’operato della Nato.

E’ uno scenario di pura follia per l’Europa che, da qualunque punto di vista lo si esamini, porta a conseguenze disastrose anche e soprattutto per chi ha a cuore le sorti della pace e dell’ambiente. Le prime essendo sotto ricatto della “falsa libertà” (come la chiamava Lu Hsün) rappresentata dalla Nato, le altre perché la “guerra del gas” è comunque un ostacolo alla transizione, dato che i costi complessivi del GNL (basti pensare agli investimenti necessari per la rigassificazione) sono talmente più alti di quelli del gas trasportato via tubo, da mettere in discussione gli investimenti nelle rinnovabili (già di per sè insufficienti) o comunque di ritardarli, senza contare poi che il GNL è significativamente più inquinante del gas trasportato via tubo e ancora di più se il gasdotto è sottomarino -come il Nord Stream – che non ha stazioni di pompaggio intermedie.

Quanto ai costi economici di questo passaggio epocale da “tubo a nave”, tutte le previsioni indicano che l’aumento del prezzo del gas è irreversibile,10 con ricadute sul costo della vita di milioni e milioni di cittadini europei decisamente insostenibili, cosa che non tocca minimamente l’atteggiamento dei leader europei, prima fra tutti la Presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, che nel discorso tenuto il 14 dicembre scorso al Parlamento europeo ha tenuto a precisare che: “ L’economicità della fornitura di energia da parte della Russia faceva parte del modello di business di molte industrie europee. Quel modello è stato infranto dall’attacco della Russia all’Ucraina. E la scomoda verità è che quel modello non tornerà.” E’ la versione paneuropea di ciò che Draghi, con tutta la tracotanza di cui è capace un banchiere, disse agli italiani “Volete la pace o i condizionatori accesi”, come non si sapesse che il condizionatore, ammesso che ce l’abbiano tutti, resterebbe comunque acceso per chi si può permettere di pagare il prezzo di una scelta -quella del GNL – che, come s’è visto, alimenta la guerra e ha dei costi insopportabili per quei mortali che non vivono di “business”, ma di salari, pensioni o di precarietà.


NOTE

1 https://am.lrv.lt/uploads/am/documents/files/PAV/11_-_environmental_impact_assessment_denmark__nord_stream_2_-_north-western_route__august_2018(2).pdf

2 https://www.nato.int/cps/en/natohq/news_196240.htm?selectedLocale=en

https://www.labottegadelbarbieri.org/il-sabotaggio-del-nord-stream-1-e-2-e-un-atto-di-guerra-contro-la-popolazione-europea/

Per treno di un impianto di produzione GNL si intendo tre operazioni sequenziali: trattamento del gas (purificazione); compressione; refrigerazione. Data la possibilità che durante queste operazioni possano divampare incendi o prodursi scoppi, si usa mettere in parallelo al primo un secondo treno di compressori.

5 https://www.dhakatribune.com/bangladesh/2022/10/11/lng-european-thirst-for-natural-gas-puts-bangladesh-in-dark

6 https://www.lemonde.fr/en/politics/article/2022/12/03/france-is-on-a-knife-edge-over-possible-power-cuts_6006449_5.html

https://www.wsj.com/articles/france-prepares-for-targeted-blackouts-if-energy-crisis-cold-winter-strain-grid-11669839036

7 https://www.reuters.com/business/energy/finlands-energy-authority-says-risks-power-outages-increased-2022-12-01/?rpc=401&

8 https://nord.news/2022/12/09/the-swedish-prime-minister-calls-for-energy-restraint-to-prevent-power-outages/

9 Nel maggio del 2019 il presidente Trump autorizzò il Dipartimento dell’energia americano a lanciare una campagna di promozione internazionale dello shale gas (fracking) chiamandolo “freedom gas”. Nel luglio dello stesso anno, il segretario all’energia Rick Perry, durante una conferenza stampa tenuta a Bruxelles, disse: Gli Stati Uniti stanno nuovamente offrendo una forma di libertà al continente europeo, ma invece che sotto forma di giovani soldati americani, è sotto forma di gas naturale liquefatto” https://www.energy.gov/articles/department-energy-authorizes-additional-lng-exports-freeport-lng

Antonio Cantaro: Anticipazione/ I russi, i russi gli americani

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Anticipazione/ I russi, i russi gli americani

di Antonio Cantaro

Chi ha spento le luci della pace è il vecchio mondo di oggi, la Russia e gli Stati Uniti. L’Europa complice e vittima, allo stesso tempo. In esclusiva, per i lettori del nostro “laboratorio politico”, i passaggi essenziali dell’introduzione ad un volume di prossima pubblicazione nei primi mesi dell’anno che verrà

Pan e AretusaLa pace è finita, recita il titolo di un pamphlet pubblicato sul finire del 2022. Ma chi ha spento le luci? I russi, i russi gli americani, sussurrava Lucio Dalla nel 1980 in una celebre canzone, piena di fiducia e di speranza, Futura, pensata e scritta di getto. In meno di mezz’ora, seduto su una panchina, una sigaretta accesa e un’agenda, nei pressi del Checkpoint Charlie, da dove allora si poteva passare dalla parte Ovest alla parte Est di Berlino. In Europa, nel cuore dell’Europa per tanti giovani di tante nazionalità che oggi numerosi lì lavorano, vivono, sognano, si innamorano.

 

Guerra in Europa, contro l’Europa

Che la guerra in Ucraina della quale “celebriamo” il primo “anniversario”, sia una guerra che si svolge nel territorio del Vecchio continente e che i suoi popoli siano quelli chiamati a pagarne il prezzo più pesante e duraturo è constatazione largamente condivisa.

Le immagini e le narrazioni dalle quali siamo stati ancora in questi mesi quotidianamente ‘bombardati’ si sono prevalentemente occupate degli ucraini, le popolazioni primariamente e indiscutibilmente vittime della guerra. E dei suoi esecutori materiali, in primo luogo l’esercito di Putin. Ma oltre le vittime e gli esecutori materiali ci sono dei ‘mandanti’ e dei ‘complici’.

 

A che punto è la notte?

Ad un anno dall’inizio dell’operazione militare speciale in pochi si sono occupati dei “mandanti” e dei loro “complici”. Avendo provato a farlo sin dalle prime settimane che ci separano dal quel 25 febbraio 2022, ho pensato fosse di una qualche utilità offrire al lettore l’insieme dei pensieri e degli scritti nei quali mi sono cimentato con le origini antiche e prossime della guerra ucraina.

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Intervista ad Alberto Asor Rosa

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Intervista ad Alberto Asor Rosa

a cura di Giuseppe Trotta e Fabio Milana

0e99dc 1f3d774c6d0e4a27b00016191f836124mv2In ricordo di Alberto Asor Rosa, scomparso il 21 dicembre 2022, pubblichiamo l’intervista a lui dedicata, contentuta nel libro L’operaismo degli anni Sessanta. Da «Quaderni rossi» a «classe operaia», a cura di Giuseppe Trotta e Fabio Milana (DeriveApprodi, 2008).

* * * *

Vorrei chiederti di cominciare dai tuoi anni universitari, tra il ‘52 e il ‘56 credo, quando inizia la tua militanza politica, con l’adesione alla sezione Partito comunista. Vorrei capire se questa scelta aveva radici remote, o se è riferibile a circostanze, persone, relazioni specificamente intervenute in quel periodo.

Le radici erano nella tradizione antifascista della famiglia: padre socialista, partecipazione alla Resistenza qui a Roma con la ricostruzione del Sindacato Ferrovieri e del Partito socialista tra il personale ferroviario. Il passaggio forse è rappresentato dalla crescita di un interesse per il comunismo e il Partito comunista rispetto a una matrice che in realtà non lo era. In questo senso fondamentali sono stati i rapporti con questo gruppo della sezione universitaria Partito comunista, giovani che invece erano già comunisti da tempo, sia per tradizioni familiari che per scelte individuali. Mi riferisco a quella componente con cui io ho avuto rapporti, sia studenteschi sia politici, rappresentata dagli studenti di Lettere e Filosofia di quegli anni, in modo particolare Mario Tronti, Umberto Coldagelli e Gaspare De Caro. Quando io mi sono iscritto alla cellula di Lettere di questa sezione, il segretario era… Enzo Siciliano (!); dopo un po’ di tempo segretario della sezione è diventato Mario Tronti, che era un segretario straordinario, di gran lunga superiore intellettualmente e culturalmente a qualsiasi altro di noi.

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Giuseppe Masala: Il romanzo criminale dell’occidente

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Il romanzo criminale dell’occidente

di Giuseppe Masala

Basato su una poderosa bibliografia, “Le guerre illegali della Nato” (Fazi Editore) di Daniel Ganser è un ampio saggio che illustra gli ultimi settanta anni di storia dell’Occidente dalla prospettiva delle guerre di coalizione scatenate dall’Occidente per saccheggiare risorse dai Paesi aggrediti e ridurli a meri protettorati occidentali, preferibilmente anglo-americani. Da tale prospettiva, il diritto internazionale, spesso ipocritamente invocato come giustificazione per tali guerre, appare piuttosto come il diritto imposto dall’Occidente al resto del mondo: una sorte di “pax occidentale”, elevata, nemmeno troppo di nascosto, a principio regolatore globale.

«L’unica organizzazione internazionale che ha sempre funzionato è la NATO, perché è un’alleanza militare e perché noi ne siamo al comando». Richard Nixon, The Independent on Sunday, 21 giugno 1998. Tratto da Le guerre illegali della Nato di Daniele Ganser, pag. 42

Nel panorama editoriale relativo alla saggistica inerente alle discipline internazionali di quest’anno merita certamente una menzione particolare Le guerre illegali della Nato (Fazi Editore) di Daniele Ganser.

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Michele Castaldo: Un modello di sviluppo o un movimento storico?

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Un modello di sviluppo o un movimento storico?

di Michele Castaldo

Il compagno Moiso, in “Uno sguardo altro sulla Cina contemporanea e le sue contraddizioni di classe”, una recensione al libro Il sorgo e l’acciaio del collettivo Chuang, su Carmilla, a giusta ragione si chiede: «Mi perdonino gli autori, ma altro che “socialismo”, qui ci troviamo davanti agli stessi problemi sociali e organizzativi emersi durante l’industrializzazione forzata di staliniana memoria, con tutte le conseguenze politiche e di classe che ne derivarono».

In realtà dietro questa obiezione c’è una questione teorica e storica grande quanto una montagna e riguarda il modo di leggere il modo di produzione capitalistico, perché di dritta o di rovescia non lo si analizza in quanto movimento storico mondiale basato sullo scambio e la ricerca continua di una nuova produttività, ma ci si spremono le meningi alla ricerca di nuovi e diversi modelli comparativi del passato nel tentativo di volgerli al futuro, senza mai cercare di mettere in discussione il modo di produrre. Ora il modo di produzione capitalistico si basa su un concetto semplice: « estrazione di plusvalore » e suoi « derivati », che si condensano in « M-D-M’ » e « D-M-D’». Questa modalità produttiva ha consentito per circa 500 anni uno sviluppo e, insieme a tante tragedie, ha portato anche tanto progresso.

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Piccole Note: The Intercept: Big tech e i regime-change made in Usa

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The Intercept: Big tech e i regime-change made in Usa

di Piccole Note

Su The Intercept, Lee Fang spiega come Twitter venisse utilizzato a scopi militari. cioè nell’ambito delle operazioni di Psy-ops per innescare e alimentare rivoluzioni contro governi non graditi. Si tratta di cose più che note, ma ora documentate grazie al fatto che Fang ha avuto accesso agli archivi di Twitter, aperti ad alcuni giornalisti coraggiosi dopo l’acquisto del social media da parte di Elon Musk.

Un quadro parziale quello che fornisce Fang, dal momento che ha avuto modo di accedere solo a una parte, presumibilmente minimale, di documenti, ma comunque di interesse.

 

Bot e deep fake per le guerre infinite

Grazie a tali documenti, Fang ha scoperto che Twitter ha aperto e protetto “una serie di account su richiesta del governo” e il Pentagono ha “utilizzato questa rete, formata da siti di notizie e da meme generati dal governo degli Stati Uniti per tentare di plasmare l’opinione pubblica in Yemen, Siria, Iraq, Kuwait e altrove”. Tali account erano stati inseriti, come da richiesta, nella withelist, un servizio di Twitter nato per rendere virali i messaggi.

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Edoardo Laudisi: Intellettuali al servizio della censura

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Intellettuali al servizio della censura

di Edoardo Laudisi

Nelle ore più buie della vaccinazione di regime, quando migliaia di persone che si erano rifiutate di prendere il farmaco della Pfizer rimanevano senza stipendio, venivano discriminate negli ospedali, espulse dalla vita sociale e scansate come appestati, loro sono rimasti zitti. Per conformismo, codardia o adesione al regime sanitario. Gli intellettuali, gli scrittorii, i registi del cinema d’autore. Dalle stanze chiuse dei loro latifondi culturali dove si respira aria stantia e conformismo, non è giunta una sola parola di protesta. Tutti muti.

Da quando è iniziato il conflitto in Ucraina non c’è stato un solo rappresentante dell’intellighenzia progressista che abbia avuto l’ardire di azzardare una lettura critica diversa da quella dettata dai media. Hanno svolto il compitino seguendo scrupolosamente le linee guida del potere dominante che prescrive di alzare la voce contro i putiniani, categoria nella quale hanno infilato chiunque abbia un briciolo di onestà intellettuale in più di loro nell’affrontare la faccenda.

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Pietro Salemme: Il disagio psichico e l’isolamento da pandemia

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Il disagio psichico e l’isolamento da pandemia

di Pietro Salemme

Quando si pensa il disagio psichico subito un’immagine può farsi presente alla nostra attenzione o in forma di un qualche ricordo visivo o in forza di un immaginario collettivo che nel tempo della storia umana si è sedimentato intorno alla follia: la condizione di isolamento di una persona che intorno a sé ha un vuoto di rapporti o a cui è difficile per gli altri avvicinarsi. In associazione a tali immagini è possibile sempre notare il misterioso fenomeno di beneficio catartico nella comunità umana che liquida così il male in uno spazio remoto. In verità gli studi di Michel Foucault, che ha delineato nella sua Storia della follia un excursus di come nelle epoche siano cambiati i sistemi di internamento, o la ricerca sul campo di Erving Goffman, che nel suo Asylums descrive, dopo essersi introdotto nel manicomio sotto le mentite spoglie di degente, i movimenti di una micro-societas interna dotata di vantaggi e servizi non forniti ufficialmente ma derivanti da reciproche identità e ruoli che l’istituzione cuce addosso al malato e dopo, infine, gli studi antropologici di Thomas Szasz sulla costituzione di un mito sociale della malattia mentale, è emersa chiaramente l’azione del meccanismo di capro espiatorio, in cui il paziente psichiatrico è posto e con il quale è espulso dal consesso sociale.

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John Bellamy Foster: Il ritorno della “Dialettica della Natura”: la lotta per la libertà come necessità

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Il ritorno della “Dialettica della Natura”: la lotta per la libertà come necessità

di John Bellamy Foster

MR dic22aÈ una premessa fondamentale del marxismo quella per cui, quando cambiano le condizioni materiali, cambiano pure le nostre idee sul mondo in cui viviamo.

Ai nostri giorni assistiamo a una vasta trasformazione nel rapporto tra la società umana e il mondo fisico-naturale cui essa appartiene; il che è evidente nella comparsa di quella che nella storia geologica è oggi indicata come epoca antropocenica, durante la quale l’umanità è divenuta la principale forza nella trasformazione del Sistema-Terra. Una «frattura antropogenica» nei cicli biogeochimici terrestri – frattura che deriva dal sistema capitalistico – minaccia ora di distruggere la Terra in quanto casa sicura per l’umanità e per le innumerevoli specie che ci vivono, in un arco di tempo non di secoli, ma di decenni.[1] Tutto questo richiede per forza di cose una concezione più dialettica del rapporto tra l’umanità e quello che Karl Marx chiamava «metabolismo universale della natura».[2] Oggi il punto non è soltanto capire il mondo, ma cambiarlo prima che sia troppo tardi.

Dal momento che, fin dalla sua concezione alla metà del diciannovesimo secolo, il marxismo è stato la base primaria della critica alla società capitalistica, ci si aspetterebbe che fosse all’avanguardia nella critica ecologica al capitalismo. Ma se si può dire che i materialisti storici e i socialisti più in generale abbiano svolto un ruolo preminente e formativo nello sviluppo della critica ecologica – specialmente in seno alle scienze –, i contributi fondamentali dell’ecologia socialista, soprattutto in Gran Bretagna, hanno preso piede al di fuori delle principali tendenze che avrebbero definito il marxismo del ventesimo secolo nel suo insieme.

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Nestor Halak: I misteri del Cremlino

comedonchisciotte.org

I misteri del Cremlino

di Nestor Halak

russia 1383421 960 720Durante la guerra fredda nei servizi segreti occidentali, tra i commentatori politici e persino tra i giornalisti c’erano esperti che venivano definiti “cremlinologi” per la loro supposta abilità nel decifrare i segnali provenienti dalle sempre più o meno misteriose stanze del Cremlino. Tempo prima, Churchill aveva addirittura definito la Russia come un rebus avvolto in un mistero che sta dentro un enigma: frase non proprio elegante, ma che rende il suo pensiero. Certo la mania russa per il segreto ha molto contribuito al sorgere di questa fama ed anche oggi, a più di trent’anni dalla caduta dell’Unione Sovietica, le intenzioni, le mosse e i ragionamenti della dirigenza russa continuano ad essere di difficile interpretazione.

Eppure, paradossalmente, il presidente Putin e gli altri personaggi ai vertici dello stato russo si esprimono con una franchezza sconosciuta ai potentati occidentali, tuttavia il disegno complessivo della loro politica continua ad essere sfuggente. Forse dipende dal fatto che i media ci hanno abituato alla prevedibile ipocrisia dei nostri dirigenti, forse per una leggera discrepanza tra il mondo russo e quello europeo che non ce lo fa sentire estraneo, come per esempio quello arabo o cinese, ma la cui stessa vicinanza diventa un ostacolo per cogliere le differenze.

Di fatto, se si prendono in considerazione le azioni russe a partire, diciamo, dal colpo di stato americano a Kiev, viene da chiedersi se abbiano un senso complessivo coerente.

Proviamo a riassumere la situazione per sommi capi. L’ucraina è sempre stata di vitale importanza per la Russia, l’errore di fondo è stato quello di permettere che lo stato sovietico si frantumasse lungo le linee amministrative delle repubbliche che spesso avevano un senso solo all’interno di uno stato unitario.

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Vincenzo Comito: La Germania tra Europa, Stati Uniti, Cina

fuoricollana

La Germania tra Europa, Stati Uniti, Cina

di Vincenzo Comito

La Germania, guidata dal Cancelliere Olaf Scholz, non condivide la politica statunitense, seguita anche da Bruxelles contro l’interesse del Vecchio continente, del decoupling dalla Cina e persegue, al contrario, una sempre crescente autonomia strategica. Mentre l’Italia e la Francia appaiono inerti

Athena e Tiresia“Siamo nella giungla e ci sono due grossi elefanti sempre più nervosi se si fanno la guerra sarà un grosso problema per il resto della giungla” (Emmanuel Macron)

“il mondo sta affrontando una svolta epocale…nuove potenze sono emerse, inclusa una Cina economicamente forte e politicamente determinata” (Olaf Scholz).

Da parecchio tempo appare chiaro che l’Europa, che continua ad essere disunita, ha grandi difficoltà a restare dietro agli Stati Uniti e alla Cina sul piano tecnologico e che i tentativi di rimediare a tale gap appaiono deboli, in particolare sul piano finanziario, nonché tardivi. Il problema è tale da mettere in difficoltà le prospettive di crescita economica del continente. Con la guerra in Ucraina, si è aggiunta una questione altrettanto grave, quella del forte aumento dei prezzi dell’energia (oltre che della sua difficile reperibilità) che, in particolare in alcuni settori industriali, appare insostenibile, mentre Cina e Stati Uniti per il momento non ne risentono. Si aggiunge la forte crescita dell’inflazione, questione che questa volta l’Europa ha in comune con gli Stati Uniti, mentre in Cina le ultime rilevazioni registrano un aumento dei prezzi al consumo del 2,1%. Molti mal di testa pone anche al nostro continente la crescente rivalità tra Stati Uniti e Cina, con Biden in particolare che vuole impedire che il paese asiatico li raggiunga e li superi sul piano tecnologico, economico, militare, compito peraltro immane per gli Usa, rispetto al quale egli cerca in ogni caso di coinvolgere gli alleati con pressioni di ogni genere. Così i paesi europei sono divisi tra fedeltà politica e interessi economici.

 

L’inflation Reduction Plan: un colpo di grazia per l’Europa?

Più recentemente si è aggiunto ai problemi menzionati quello che potrebbe essere il colpo di grazia per l’industria del nostro continente.

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Andrea Zhok: La bolla

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La bolla

di Andrea Zhok

L’argomento principale di Immanuel Kant a proposito della necessità morale di non mentire era che la menzogna non era una pratica sostenibile, mentire non era una massima universalizzabile, in quanto un mondo in cui tutti mentissero era un mondo in cui la parola, il pensiero e la legge avrebbero perduto ogni valore.

Oggi siamo piombati nel mondo prefigurato da quella riflessione kantiana.

Oggi sui grandi media, sui veicoli della visione del mondo che tutti siamo tenuti ad avere in comune, imperversano i fabifazi e le michelemurgie, le concite e i parenzi, un’intera ubertosa selva di ripetitori con variazioni-dillo-con-parole-tue di ciò che è gradito ai detentori del potere. Non bisogna pensar male e ritenere che questa sterminata accolita di ripetitori con variazioni siano volgarmente stipendiati a cottimo per ciascuna menzogna. Niente affatto. Si tratta di soggetti il cui solo talento umano consiste nell’innamorarsi perdutamente delle idee di chi può pagarle. Ma così, per caso, spontaneamente, una seconda natura.

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comidad: Adesso la superiorità morale è della destra

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Adesso la superiorità morale è della destra

di comidad

Nessuno può ragionevolmente dubitare che l’Unione Europea sia un letamaio; anzi, l’intera architettura dell’UE è stata progettata da menti criminali. La frode è un reato che presuppone la finzione e la dissimulazione, infatti l’UE è una macchina di lobbying per gli interessi delle multinazionali, ma camuffata sotto una veste politico-tecnocratica; in altri termini si tratta di una cleptocrazia, oggi guidata, non a caso, da un personaggio come Ursula Von Der Leyen, pervenuta all’alta carica in ragione di un personale curriculum di corruzione in patria. Ma ciò non implica affatto che una regola generale, desunta dagli episodi passati, possa essere pedissequamente e pregiudizialmente applicata a tutti gli episodi presenti e futuri, anzi bisogna comunque valutare caso per caso. Non si può infatti fare a meno di notare che la narrazione sullo scandalo delle “mazzette dal Qatar” fa acqua da tutte le parti.

L’imbecille professionista non nota la differenza e quindi mette tutto nel calderone complottista, ma qui non si tratta di domandarsi cosa ci sia dietro, bensì di notare cosa c’è davanti; anzi, è proprio l’evidenza a fornirci i dettagli più interessanti.

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ilsimplicissimus: Calibano non vuole la pace in Ucraina

ilsimplicissimus

Calibano non vuole la pace in Ucraina

di ilsimplicissimus

Nei giorni scorsi ha avuto grande rilievo la notizia che Washington aveva intenzione di mandare in Ucraina alcune batterie di missili Patriot come se fossero l’arma fine di mondo. Questa fede nelle wunderwaffen americane è così radicata e ingenua che nessuna esperienza riesce a scalfirla. Vediamo… i patriot, sono quei missili antimissili che hanno fallito in modo clamoroso e imbarazzante in ‘Arabia Saudita quando non sono riuscite ad abbattere i missili SCUD di antiquariato sovietico lanciati dagli yemeniti? Tanto deludenti da spingere Riad a pianificare l’acquisto degli S 400 russi? E non sono quelli che in Polonia non sono nemmeno partiti per intercettare i missili che Zelensky o chi per lui ha voluto lanciare in territorio polacco per ampliare il conflitto o renderlo nucleare, tanto che gli operatori delle batterie patriot hanno saputo dalla televisione cosa era accaduto? Si sono proprio quelli: gioiellini il cui lanciatore costa un miliardo di dollari, mentre per ogni missile ci vogliono appena 3,5 milioni per cui più se ne devono lanciare per beccare un singolo obiettivo, più guadagna Raytheon. Si cui si può dire ciò che si diceva della Fiat riguardo all’Italia qualche decennio fa: ciò che è buono per Raytheon, è buono per l’America.

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Maria Micaela Bartolucci: Il falò delle vanità

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Il falò delle vanità

di Maria Micaela Bartolucci

È il periodo dell’anno in cui si fa ordine, si eliminano, definitivamente, la maggior parte degli ingombranti cascami della rifinitura e ci si rimbocca le maniche per proseguire il lavoro, è tempo di bilanci e prospettive, è il momento di bruciare, come nei grandi falò del solstizio invernale, tutto ciò che di inutile o sgradevole ci siamo trascinati dietro.

“Siamo alla fine della storia”, “non c’è alternativa”, “era sbagliato quanto accaduto negli anni ’60”, “era sbagliato quanto accaduto negli anni ’70”, “era sbagliato quanto accaduto negli anni ’80”, “era sbagliato quanto accaduto negli anni ’90”, “era sbagliato quanto accaduto a Genova nel 2001”, “era sbagliato quanto accaduto negli ultimi due anni”. “È sbagliato tutto quanto si cerchi di fare ora”, “sono sbagliati i modi”, “sono sbagliate le persone”. Queste affermazioni costituiscono la litania ripetuta non solo dai servi di regime, detrattori naturali di tutto ciò che si muove in contrasto, reale o presunto che sia, con il sistema, ma anche da coloro che si professano antisistemici, a meno che, ben inteso, questi ultimi non siano stati loro stessi al centro della scena e, magari, anche sotto la lucina dei riflettori totalitari di questa dittatura nichilista. In questo caso, ci si tura il naso e tutto è giustificato e perdonato, compresa la vanità solipsistica del nulla elevato a “pensiero”.

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Dante Barontini: Come “l’Europa” ha perso la “superiorità morale”…

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Come “l’Europa” ha perso la “superiorità morale”…

di Dante Barontini

Come in un film di Bunuel, la tavola imbandita per commensali ben vestiti e cerimoniosi nasconde la fogna da cui tutti loro traggono la propria fortuna.

E’ difficile sottovalutare la portata politica e strategica del cosiddetto Qatargate che sta scuotendo il Parlamento e dunque tutta l’Unione Europea.

Com’è noto, alcuni europarlamentari sono stati trovati “cor sorcio in bocca”, tra sacchi di banconote tenute in casa come non facevano neanche i rapinatori di una volta. Anche gli sviluppi successivi – tra “pentimenti”, chiamate di correità, giustificazioni da barzelletta (“non sapevo che c’erano…”) – non si discostano in nulla da analoghe vicende che in Italia viviamo praticamente da sempre.

Sarebbe facile farsi prendere dalla voglia di vendetta e perdersi nella presa in giro di questo giro di infami da quattro soldi.

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