[SinistraInRete] Gianandrea Gaiani: Provaci ancora, Emmanuel

Rassegna 08/05/2024

Gianandrea Gaiani: Provaci ancora, Emmanuel

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Provaci ancora, Emmanuel

di Gianandrea Gaiani

Macron ci riprova e torna a parlare di inviare truppe francesi e di altre nazioni aderenti NATO in Ucraina ma più lo ripete meno risulta credibile.

La prima volta le affermazioni del presidente francese scatenarono un vivace dibattito in Europa ed ebbero il merito di evidenziare come gli alleati dell’Ucraina fossero disposti al massimo a un “armiamoci e partite” o, se preferite, a combattere i russi fino all’ultimo ucraino.

Tutte le nazioni dell’alleanza precisarono che non avrebbero inviato proprie truppe a combattere nelle trincee del Donbass con l’esclusione di Polonia e repubbliche baltiche che non esclusero un futuro coinvolgimento diretto nel conflitto. Circolarono voci di un reggimento dell’Armèe de Terre pronto a partire e qualche indiscrezione riferì di truppe francesi nell’area di Odessa: nulla di confermato se non la presenza al fronte di qualche migliaio di combattenti stranieri, per lo più provenienti da Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna e Georgia, ma inquadrati nella Legione Internazionale che combatte al fianco di Kiev e che alcune fonti russe stimano avere oggi la consistenza di circa 3.100 uomini.

La russa Foundation to Battle Injustice (non proprio una fonte neutrale) stima che vi sia un numero elevato di soldati e ufficiali delle nazioni aderenti alla NATO in Ucraina: ben 6.800, di cui 2.500 americani, 1.900 canadesi, 1.100 britannici e circa 700 francesi che avrebbero compiti di consulenza, addestramento, incarichi nei comandi ucraini e forse anche operativi.

La stessa fonte inoltre ritiene siano circa 13.000 i “mercenari” stranieri che eseguono anche ordini diretti provenienti da strutture di comando NATO.

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Thomas Fazi: La rivoluzione fallita di Karl Polanyi

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La rivoluzione fallita di Karl Polanyi

L’ordine mondiale liberale sta crollando ancora una volta

di Thomas Fazi

ploytos copia 2048x1087.jpgPochi pensatori del XX secolo hanno avuto un’influenza così duratura e profonda come Karl Polanyi. “Alcuni libri si rifiutano di andare via: vengono sparati fuori dall’acqua ma emergono di nuovo e rimangono a galla”, ha osservato Charles Kindleberger, lo storico dell’economia, a proposito del suo capolavoro La Grande Trasformazione. Ciò rimane più vero che mai, a 60 anni dalla morte di Polanyi e a 80 dalla pubblicazione del libro. Mentre le società continuano a lottare per i limiti del capitalismo, il libro rimane senza dubbio la critica più tagliente mai scritta al liberalismo del mercato.

Nato in Austria nel 1886, Polanyi crebbe a Budapest in una prospera famiglia borghese di lingua tedesca. Anche se quest’ultimo era nominalmente ebreo, Polanyi si convertì presto al cristianesimo – o, più precisamente, al socialismo cristiano. Dopo la fine della prima guerra mondiale, si trasferì nella Vienna “rossa”, dove divenne redattore della prestigiosa rivista economica Der Österreichische Volkswirt (economista austriaco), e uno dei primi critici della scuola neoliberista, o “austriaca”, di economia, rappresentata tra gli altri da Ludwig von Mises e Friedrich Hayek. Dopo la conquista nazista della Germania nel 1933, le opinioni di Polanyi furono ostracizzate socialmente e si trasferì in Inghilterra, e poi negli Stati Uniti nel 1940. Scrisse The Great Transformation mentre insegnava al Bennington College nel Vermont.

Polanyi si proponeva di spiegare le massicce trasformazioni economiche e sociali a cui aveva assistito durante la sua vita: la fine del secolo di “pace relativa” in Europa, dal 1815 al 1914, e la successiva caduta nel tumulto economico, nel fascismo e nella guerra, che era ancora in corso al momento della pubblicazione del libro.

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Geert Lovink: Extinction Internet

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Extinction Internet

di Geert Lovink

Internet sta accelerando i problemi del mondo ed è ormai destinata a una morte prematura. Ma un’altra fine è possibile, se ammettiamo che c’è bellezza nel collasso

image 7olbePuò la cultura di Internet allo stato attuale resistere all’entropia e sfuggire alla registrazione infinita mentre fa fronte alla propria fine senza fine? Questa è la domanda che ci ha lasciato in eredità il filosofo francese Bernard Stiegler, scomparso nell’agosto 2020. Un’antologia su questo tema, intitolata Bifurcate: “There Is No Alternative”, è stata scritta durante i primi mesi del COVID-19: portata a termine poco prima della sua morte, è basata sul suo lavoro e redatta in consultazione con la generazione di Greta Thunberg. Bifurcate è anche un progetto per la giustizia climatica e l’analisi filosofica, firmato collettivamente sotto lo pseudonimo Internation. “Biforcare” significa dividere o bipartire in due rami. È un appello a ramificarsi, creare alternative e smettere di ignorare il problema dell’entropia, un quesito classico della cibernetica. Conosciamo il disordine nel contesto della critica di Internet come un problema dovuto al sovraccarico cognitivo, associato a sintomi psichici quali la distrazione, l’esaurimento e l’ansia, aggravati a loro volta dalle architetture subliminali dei social media estrattivisti. Stiegler chiamò la nostra condizione l’Entropocene in analogia con l’Antropocene: un’epoca caratterizzata dal “massiccio aumento dell’entropia in tutte le sue forme (fisiche, biologiche e informative)”. Come Deleuze e Guattari avevano già rilevato, “Non ci manca certo la comunicazione, anzi ne abbiamo troppa; ci manca la creazione”. Il nostro compito, perciò, è creare un nuovo linguaggio per comprendere il presente con l’aspirazione di fermare e superare l’avvento di molteplici catastrofi, esemplificate dal concetto plurimo di Extinction Internet.

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Piero Pagliani; La corsa della Regina Rossa

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La corsa della Regina Rossa

di Piero Pagliani

L’Occidente non ha una strategia. I suoi esperti con le foglie di lauro al posto dei neuroni hanno solo una visione statica della realtà, una visione di corto periodo, come i suoi politici.

Guardano il singolo fotogramma e non il film e prendono decisioni in base alle ultime immagini istantanee che hanno visto, cioè in base a una percezione frammentaria della realtà, dalla quale di conseguenza rimangono sconnessi.

Perché la realtà è una dinamica non catturabile da nessuna loro equazione, né politica né economica.

Sono intellettualmente dei complottisti, proprio come quelli che essi censurano. Ne sono l’immagine speculare rovesciata.

La sconnessione cognitiva è ormai una costante fra i nostri decisori (e fra i complottisti, cosa però molto meno gravida di nefaste conseguenze, data la loro irrilevanza).

La sconnessione cognitiva si autoalimenta perché si auto-giustifica. È il corto circuito analisi viziata-menzogna. Sconnessione cognitiva che si esprime come dissonanza cognitiva.

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Piccole Note: Ocheretino: crolla il fronte ucraino

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Ocheretino: crolla il fronte ucraino

di Piccole Note

Le difficoltà ucraine e l’avanzata russa secondo Strana. Il fattore follia e le conseguenze del tetto al “prezzo del petrolio russo”

“La crisi della difesa ucraina nella zona di Ocheretino dura ormai da più di una settimana. Questo insediamento, situato a un’altezza imponente a nord di Avdeevka, è stato completamente catturato dall’esercito russo […]. La svolta è stata così rapida e profonda che le forze armate ucraine non riescono ancora a stabilizzare la situazione, mentre i russi continuano ad avanzare”. Così Strana commenta l’ultima svolta del conflitto ucraino.

 

Dopo Ocheretino, i russi hanno campo aperto

“Il problema principale per le forze armate ucraine dopo questa svolta – prosegue il sito – è che porta le truppe russe dietro le linee delle fortificazioni che le truppe ucraine hanno iniziato a costruire dopo la perdita di Avdiivka. Nelle retrovie, dove non ci sono linee di fronte continue di trincee o campi minati”.

“Così i russi, con riserve sufficienti e adeguato supporto di fuoco, possono avanzare abbastanza rapidamente (secondo gli standard dell’attuale guerra di trincea), distruggendo la logistica delle forze armate ucraine e minacciando di accerchiare le unità ucraine in una zona ingente del fronte che si allunga nella regione di Donetsk”.

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Gianfranco Cordì: Il bastone di Edipo

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Il bastone di Edipo

di Gianfranco Cordì

Recensione di Tecnologia e umanesimo per una scienza nuova, di Maurizio Ferraris e Guido Saracco

 

A. I sonnambuli

Maurizio Ferraris (un filosofo) e Guido Saracco (un tecnologo) dialogano – nello stesso momento – intorno a temi di pressante attualità in questo Tecnosofia. Tecnologia e umanesimo per una scienza nuova (Laterza, Roma-Bari, 2023). Che cosa ne “emerge” (usiamo un termine che è molto caro a Ferraris) alla fine? Partiamo, un po’ a casaccio, da questa citazione contenuta a pagina 33 di questo “mirabile” volume. “Non dimentichiamo la risposta di Edipo, all’enigma della sfinge: l’animale umano ha, come carattere definitorio, l’uso della protesi tecnica, perché diversamente dalle grandi scimmie, ha compiuto una scelta definitoria per la stazione eretta, e non può tornare a camminare a quattro zampe”. Perché questo libro è “mirabile”? Perché dal “bastone di Edipo” – attraverso numerose definizioni, (dis)torsioni, deduzioni e amplificazioni – i due autori ci conducono all’interno di uno “scenario” che siamo noi, quello che stiamo vivendo in questo momento; uso un altro termine caro a Maurizio Ferraris: la nostra “realtà”. La tecnologia, dunque, ci porta direttamente all’“umanità dell’umano” (all’“umano” tout court, oltre che alle materie “umanistiche” e all’“umanesimo” in quanto tale). Questa “tecnologia”, presente fin dai primordi della civiltà, oggi sembra essere la “cifra” che caratterizza il cuore non solo di questo nostro XXI secolo ma anche della famosa “seconda modernità” che tanti hanno visto all’interno delle caratteristiche dei nostri giorni. Dunque, da questo punto di vista, la tesi del libro sembra essere già dimostrata: “Quella che si fa avanti è una scienza nuova che ha superato la distinzione tra scienza della natura, scienze umane e tecnologiche” ovvero: “Tra scienza, tecnica e umanesimo non vi è contrapposizione, bensì una connessione essenziale”. Per cui il libro in questione dovrebbe essere “finito” già a pagina 33. Se non che: noi siamo “sonnambuli”…

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Il Chimico Scettico: Il “pensiero unico” (ridefinito) e la critica

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Il “pensiero unico” (ridefinito) e la critica

di Il Chimico Scettico

Sono arrivato a pensare che la continua polemica del “sapere scientifico” contro le discipline umanistiche (Gentileeee! Croceeeeee!) sia dovuta al semplice fatto che quello che oggi è definito “scienza” non ha al suo interno strumenti critici stabili (cfr Kuhn , la “scienza normale”), mentre la filosofia contiene sia strumenti autocritici che strumenti di critica verso la conoscenza scientifica. In tempi in cui l’interpretazione “scientifica” si sovrappone alle linee di azione politica, fondandole (più o meno realmente), è abbastanza evidente che la critica a tale azione sia vista con malanimo e osteggiata, spesso avversata come “antiscientifica” o “falsa”, essendo la “verità” propria della “scienza”.

Girando per la rete e i media italiani l’espressione “pensiero unico” è frequente, usata sia da chi ne denuncia l’esistenza e l’azione sia da chi ironizza sui primi, obiettando che la presenza sui media di opinioni non allineate dimostra che il pensiero unico non esiste. E qui c’è l’evidenza di come il linguaggio possa distorcere le basi della dialettica. Probabilmente parlare di linguaggi prevalenti sarebbe più appropriato. E parlare di pensiero a una dimensione sarebbe stato più efficace.

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Giacomo Marchetti: Dal Vietnam alla Palestina: la guerra è tornata come un boomerang nel “giardino” statunitense

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Dal Vietnam alla Palestina: la guerra è tornata come un boomerang nel “giardino” statunitense

di Giacomo Marchetti

Universita Usa.jpgLa Casa Bianca si sta spazientendo sulla necessità di raggiungere un cessate il fuoco a Gaza. Il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Kirby, ha insistito martedì sui negoziati al Cairo per un patto tra Israele e Hamas che consentirebbe una tregua nella Striscia di Gaza in cambio del rilascio di ostaggi. “Se avremo un cessate il fuoco, potremo ottenere qualcosa di più duraturo e forse porre fine al conflitto (a Gaza)… ma tutto ciò inizia con un accordo per la restituzione degli ostaggi alle loro famiglie”, ha dichiarato in una conferenza stampa.

Al di là della scena internazionale, questo messaggio ha anche una motivazione politica interna.

Nel momento in cui i sondaggi del Presidente Joe Biden non sono in crescita, per la Casa Bianca il raggiungimento di un accordo è vitale, soprattutto nel bel mezzo di una campagna elettorale e mentre le proteste universitarie pro-palestinesi, sempre più diffuse, si scatenano contro il sostegno di Washington a Israele.

L’ “oltranzismo” dell’attuale governo israeliano potrebbe costare caro all’attuale amministrazione statunitense che, come un qualsiasi apprendista stregone, ha attivato delle forze che ora non riesce a governare facendo da ostetrica alla nascita del fascismo ebraico dentro e fuori i confini di Israele.

In questo caso le élite statunitensi sono recidive, basti pensare al supporto dell’insorgenza islamica contro l’Afghanistan democratico in funzione anti-sovietica.

Ma non sembrano appunto, avere imparato molto dai propri errori.

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Aurelien: Ucraina: Un’ulteriore guida per i perplessi

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Ucraina: Un’ulteriore guida per i perplessi

Non lo sapevano. Ma ora lo sanno

di Aurelien

ukrainewar copia2 700x469.jpgLa scorsa settimana abbiamo analizzato cosa potrebbe accadere in Ucraina. Un armistizio, ovvero un accordo su come e quando terminare i combattimenti, dovrà essere negoziato a breve, anche se non sarà semplice da realizzare e potrebbe facilmente fallire. Tuttavia, supponendo che entro la metà del 2025 (o qualsiasi altra data vogliate proporre se ritenete che sia troppo presto) ci sia un armistizio e che i combattimenti siano finiti, cosa succederà? Questo è l’argomento del saggio di oggi.

Le questioni principali sono due. La prima riguarda le circostanze dell’armistizio stesso e il rapporto tra la situazione militare e le decisioni politiche che dovranno essere prese. Comincia a delinearsi la situazione che avevo previsto da tempo: gli ucraini si stanno ritirando da un certo numero di posizioni chiaramente indifendibili e alcune unità sembrano aver ceduto e si sono ritirate senza ordini. Con la crescente carenza di manodopera, equipaggiamento e munizioni, e dato che non si può combattere solo con i soldi, è probabile che entrambi questi processi continuino. Tuttavia, non c’è nulla di deterministico o matematico nella decisione di arrendersi, ed è per questo che è effettivamente impossibile prevedere anche solo una data approssimativa. La storia, che per quanto imperfetta è l’unica guida che abbiamo, suggerisce che ciò che determinerà la data sarà la perdita di speranza e di unità tra l’élite al potere, e questo potrebbe avvenire tra un mese o tra un anno.

Supponiamo quindi, per amor di discussione, che a un certo punto i russi abbiano il pieno controllo della regione del Donbas e che l’UAF si sia ritirata da Kharkov e Odessa. I russi hanno interrotto le operazioni offensive di terra, a eccezione di un’occupazione simbolica di Odessa per prendere il controllo del porto, ma continuano ad attaccare le aree posteriori dell’Ucraina e le infrastrutture del Paese. Ok, e allora? E chi decide?

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AL COMPAGNO CARLO FORMENTI

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AL COMPAGNO CARLO FORMENTI

Lettera aperta di Fosco Giannini

Carissimo Carlo, carissimo compagno Formenti,

ho avuto l’onore di conoscerti personalmente solo da pochi anni e il conoscerti come persona ha confermato in me la grande stima che già nutrivo per il tuo lavoro politico-teorico, che invece avevo già “frequentato”. Conoscendoti, dunque, ho potuto apprezzare, moltissimo, sia l’uomo, il compagno, che l’intellettuale.

Nonostante la tua scelta di dichiarare pubblicamente la tua non adesione (che personalmente mi fa molto male, proprio per la stima che ho nei tuoi confronti) al Movimento per la Rinascita Comunista, non nutro certo sentimenti avversi verso di te. Rimane, intera, la stima e, anche se non ci siamo frequentati tanto, anche l’affetto, cresciuto verso di te per un tuo particolare modo d’essere: quello di rimanere, senza “posa” alcuna, un “giovane rivoluzionario”.

E’ mia colpa non aver interloquito con te negli scorsi giorni, quando, con molta correttezza, hai posto il problema di pubblicare sul tuo blog la dichiarazione di non adesione al MpRC. Mi scuso sinceramente e, a mia parziale scusante, ti dico solo che, in questa fase del nostro lavoro politico, con tante iniziative su buona parte del territorio nazionale, con l’obiettivo della riuscita della nostra Assemblea dell’11 maggio a Roma e con la costruzione in atto di nuove e importanti relazioni con altri gruppi/movimenti comunisti, non ho il tempo nemmeno per la mia vita, per la mia compagna, per le mie figlie.

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comidad: Prove tecniche di autosputtanamento

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Prove tecniche di autosputtanamento

di comidad

Da più parti arrivano inviti al padre di Ilaria Salis a “non politicizzare” il caso. In realtà il povero padre non ci può fare nulla, dato che ormai gli altarini sono scoperti e la questione non riguarda più soltanto la persona della Salis. Sino a poco più di un anno fa il fatto che ogni anno la “Legio Hungaria” organizzasse a Budapest un raduno dell’estrema destra europea e mondiale per celebrare la “giornata dell’onore”, faceva parte di quelle cosiddette “informazioni di nicchia”. In base alla famosa eterogenesi dei fini, l’accanimento giudiziario delle autorità ungheresi nei confronti di Ilaria Salis ha sortito un effetto autosputtanante, perciò quest’anno non si è potuto fare finta di nulla come al solito. Pare che il divieto ufficiale di sfilare imposto stavolta ai neonazisti, li abbia costretti a riunirsi nei boschi come passeggiatrici qualsiasi, per cui si sono trovati ad aver indossato le loro sgargianti uniformi senza potersi esibire in pubblico. La loro delusione e frustrazione sono state sfogate con un murales in cui Ilaria Salis veniva rappresentata impiccata; è la tipica reazione di chi è assuefatto a essere assecondato, vezzeggiato, coccolato, viziato, iperprotetto e d’improvviso si vede negata la soddisfazione dell’ennesimo capriccio.

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Carlo Rovelli: Fermiamo la nostra corsa alle armi

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Fermiamo la nostra corsa alle armi

di Carlo Rovelli

Di fronte all’estendersi dei conflitti, all’aumento delle spese militari, ai rischi di catastrofe, è necessario ricostruire la nostra avversione alla guerra. L’e-book di Sbilanciamoci! e Greenpeace offre dati, ragioni e argomenti. Qui la prefazione di Carlo Rovelli all’e-book, pubblicata dal Corriere della Sera del 1° maggio

Penso che ci troviamo su una china drammaticamente pericolosa. L’“Orologio dell’Apocalisse”, la valutazione periodica del rischio di catastrofe planetaria iniziata nel 1947 dagli scienziati del Bulletin of the Atomic Scientists, non ha mai indicato un livello di rischio alto come ora. Le tensioni internazionali sono cresciute bruscamente. Molti governi moltiplicano forsennatamente le spese militari. Si parla apertamente di una possibile guerra atomica. La demonizzazione reciproca si è impennata: nelle narrazioni di molti paesi, “gli altri” vengono dipinti come criminali pazzi e pericolosi, in perfetta simmetria. C’era un tempo in cui i leader mondiali, da Clinton a Gorbaciov, da Mandela ai politici che hanno fermato la guerra civile in Irlanda, pensavano in termini di “risolvere i problemi senza spargere sangue”. Oggi i politici parlano in termini di “vincere e abbattere il nemico, non importa se costa spargere sangue”.

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Giulio Di Donato: L’intrinseca ambivalenza della tecnica

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L’intrinseca ambivalenza della tecnica

di Giulio Di Donato

Sentiamo spesso ripetere: l’intelligenza artificiale non può rimpiazzare l’intelligenza umana perché tra le due c’è una differenza incancellabile. L’intelligenza umana è difatti anche emotiva, legata cioè a un corpo e alla profondità di determinate esperienze di vita. Tutto questo è certamente vero. Accade però e può accadere sempre più che lo sviluppo impetuoso della tecnica, nel nome di un’idea di vita più “sostenibile” e protetta perché messa al riparo dagli “urti della vita”, tenda proprio a privarci della possibilità di esperire quella profondità di esperienze che è anche profondità di pensiero e di emozioni: tale intensità ha a che fare con il rapporto dialettico con la realtà e gli altri esseri umani, con il senso del limite, della misura e della responsabilità, infine con la dimensione del caos, del sacro e del tragico, con il “travaglio del negativo”, in generale.

Ci troviamo allora di fronte a un’intrinseca ambivalenza: da una parte abbiamo la promessa di un infinito potenziamento della “nuda” vita e della “nuda” intelligenza (“nuda” perché declinata in termini assai riduzionistici e unilaterali) e della capacita auto-realizzativa dell’individuo delimitata solipsisticamente, dall’altra una situazione di crescente impoverimento esistenziale e spirituale.

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Paolo Ferrero: I dieci anni dimenticati dell’incendio di Odessa: quel rogo è all’origine della guerra in Ucraina

fattoquotidiano

I dieci anni dimenticati dell’incendio di Odessa: quel rogo è all’origine della guerra in Ucraina

di Paolo Ferrero

Il 2 maggio è stato il decimo anniversario del rogo di Odessa. Questa notizia è quasi scomparsa nei giornali mainstream o al massimo derubricato a incidente. Si tratta invece di una notizia importante, che dovrebbe avere il suo posto nella comunicazione pubblica per due ragioni. Innanzitutto perché morirono decine e decine di persone, la maggioranza arse vive, impossibilitate a uscire dalla casa dei sindacati presidiata dai mazzieri nazisti che avevano appiccato il fuoco. In secondo luogo perché, con ogni evidenza, quel rogo è all’origine dell’attuale conflitto in Ucraina.

Nei primi mesi del 2014 in Ucraina vi fu infatti l’insurrezione di Piazza Maidan che dette luogo alla cacciata del presidente legittimo dell’Ucraina – filo russo – e al cambio di maggioranza e di indirizzo politico nel paese. Il cambio di regime, attuato grazie alla massiccia presenza di squadre paramilitari naziste che cominciarono a spadroneggiare per il paese, non riscontrò il favore delle popolazioni dell’est dell’Ucraina. A Odessa vi furono numerose manifestazioni di protesta e nacque un presidio permanente nei pressi della casa dei sindacati.

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