[ReteAmbientalista] Speciale. Il caso Solvay e i pfas. Ultimo atto davanti al GUP

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Notiziario di Rete Ambientalista

1) Ad Alessandria, di nuovo un delitto perfetto contro l’ambiente e la salute?

Un delitto viene definito perfetto quando il crimine è consapevolmente ideato per essere commesso senza lasciare alcuna prova, oppure per essere risolto dai tribunali con un nulla di fatto: o archiviato senza colpevoli o coperto con pene cosmetiche.
Quest’ultimo è proprio il caso del delitto perfetto contro l’ambiente (e la salute, di conseguenza): compiuto tramite un’azione inquinante e distruttiva pianificata per eludere completamente la legislazione vigente. Possiamo riferirci ad Alessandria, all’area denominata Fraschetta, al sito produttivo chimico di Spinetta Marengo, alla compromissione significativa e misurata -dalle indagini- di acque, aria, suolo, flora, fauna e, sopra tutto, della salute di una popolazione di lavoratori e residenti. ***
Nello specifico della Solvay (Syensqo) di Spinetta Marengo, nel PRIMO PROCESSO (2015) la procura della repubblica aveva incriminato -i massimi vertici aziendali- per disastro ambientale: avvelenamento doloso delle acque (art. 439 c.p.), con reclusione non inferiore ai 15 anni, ravvisando l’alterazione irreversibile dell’ecosistema, la sua attenuazione particolarmente onerosa, e l’offesa alla pubblica incolumità per numero di persone ed esposizione. I faldoni dell’accusa riempivano una stanza di documenti sequestrati e intercettazioni. Tuttavia, il tribunale aveva, delitto perfetto, derubricato il dolo con condanne per disastro ambientale colposo (1 anno e 8 mesi con i benefici di legge per tre marginali direttori di stabilimento).
La Cassazione (sentenza 2020), rendendo definitive le condanne, nelle motivazioni ha stabilito che il polo chimico avrebbe dovuto fermarsi per impedire che i veleni finissero in falda: “Il danno ambientale dev’essere risarcito mediante l’adozione di misure di ripristino delle risorse naturali danneggiate, attraverso la strada della riparazione ‘primaria’, ‘secondaria’ e ‘compensativa’”. Ciò non è avvenuto, anzi, Solvay ha potenziato le produzioni di Pfas e l’inquinamento aria-acqua-suolo, ha approfittato dell’inerzia del ministero dell’ambiente e non ha provveduto alla bonifica.
La multinazionale si è sempre limitata a compitare alcuni “piani di caratterizzazione” che non hanno mai portato alla bonifica, né del sito interno, né soprattutto dei terreni esterni inquinati dalla fuoriuscita dei composti chimici in aria e acque. Nessuno di questi piani ha riguardato la famiglia dei Pfas, prodotti e utilizzati dagli anni Ottanta, ma minimamente le altre sostanze “storiche” (prodotte dagli anni Sessanta) come cromo esavalente, cloroformio ecc. Anzi, il monitoraggio Arpa continua a confermare la presenza in aria di cC6O4 e Adv (soprattutto alla centralina della via principale di Spinetta).
Su queste basi, si è avviato e continuamente rinviato il SECONDO PROCESSO. Di nuovo un delitto perfetto? Di nuovo lo strapotere dei soldi?  Il prossimo 25 giugno, alle ore 10, nell’aula (dalle pareti che sembrano bombardate) del tribunale di Alessandria (definito dal presidente Paolo Rampini “il peggior tribunale del Piemonte”), si terrà l’udienza che potrà mettere una pietra miliare o tombale al processo.
*** Al caso nazionale del disastro sanitario e ambientale di Spinetta Marengo sono dedicati approfonditi capitoli in 3 volumi (work in progress) di “Ambiente Delitto Perfetto” di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia (disponibile a chi ne fa richiesta).

2) Solvay tenta il delitto perfetto con i giudici dell’udienza preliminare.

Lo sconcertante Gup Andrea Perelli, che già aveva clamorosamente escluso Lino Balza quale parte civile, era riuscito a trascinare per quasi due anni l’Udienza Preliminare. E’ stata finalmente ripresa dalla subentrante Arianna Ciavattini.
Nell’udienza del 4 giugno 2026 gli avvocati di Solvay Syensqo, Guido Carlo Alleva e Riccardo Lucev, a sorpresa hanno chiesto la derubricazione dell’ipotesi di reato: declassandola dal già blando disastro ambientale colposo (1 anno e 8 mesi fino a 5 anni di reclusione) a inquinamento ambientale colposo (da 8 mesi a 4 anni, ovvero multa). Lo critichiamo (eufemisticamente) “blando” in quanto avevamo depositato alla sconcertante Procura, allora presieduta da Enrico Cieri, ben 11 esposti (clicca qui) a riprova del disastro ambientale doloso (dolo: volontà di inquinare di Solvay, fino a 15 anni di reclusione).
Il 4 giugno, il nuovo pubblico ministero Enrico Arnaldi di Balme ha immediatamente respinto la richiesta di derubricazione, che a noi è apparsa addirittura scandalosa, diciamo: indecente.
L’ inquinamento ambientale colposo è un reato lievissimo: non ci sarebbe stata -dice Solvay- da parte sua volontà di inquinare ma “semplicemente negligenza, imprudenza o imperizia: il danno – “1° elemento chiave” – “non è grave ma circoscritto e reversibile nel tempo” “grazie a interventi di bonifica” (che essa ritiene già abbondantemente avviati).
Dunque, secondo quel che dice Solvay, NON saremmo in presenza di disastro ambientale colposo in quanto Solvay “NON altererebbe l’ecosistema in modo durevole, rilevante e sostanziale, NON rendendo il ripristino particolarmente complesso o impossibile. Soprattutto, – “2° elemento chiave – Solvay “NON starebbe esponendo a pericolo la pubblica incolumità e la salute della popolazione”.
I due paradossali “elementi chiave” escluderebbero la fattispecie del disastro, secondo Solvay.

3) Solvay ci tenta con il governo.

Nell’udienza Gup del 4 giugno, Solvay ha chiesto la “derubricazione” (attenuazione) del reato, subito negata dal PM, sostenendo candidamente non c’è stata volontà di inquinare bensì semplice negligenza, non c’è un disastro e nessun danno alla salute pubblica.  Per “avvalorare” i paradossali “elementi chiave”, Solvay contava di patteggiare l’uscita dal processo delle “due parti civili chiave: la regione Piemonte e soprattutto il Ministero dell’ambiente. Con i quali, però, non è -ancora- riuscita a concludere le transazioni politicamente importanti che le favorirebbero comunque di sgusciare quasi indenne dal processo per disastro colposo. Assai scarso peso, infatti, hanno i trenta denari mercanteggiati con un sindaco che si è giocato la rielezione, con le associazioni non rappresentative tipo Medicina democratica, e con il gruppo di persone fisiche con cognomi stranieri e senza Vittime tra i famigliari).
Di fronte al disastro sanitario e ambientale di Alessandria, un patteggiamento serio con un ministero serio sarebbe “mission impossible”, se non che al dicastero c’è un Tom Cruise che risponde al nome di Gilberto Pichetto Fratin. Con lui, è assolutamente impensabile che si ripeta l’accordo per lo stabilimento di West Deptford (New Jersey) col quale nel 2021 Solvay ha dovuto eliminare l’uso dei PFAS (i cosiddetti “forever chemicals” che non si degradano mai nell’ambiente e nel corpo umano) ed è stata costretta ad una transazione da 393 milioni di dollari. O ve lo immaginate voi il pacioso (coi ricchi inquinatori) ministro che impone a Solvay 1,2 miliardi di euro come in Australia (clicca qui)?

4) La popolazione si ribella.

Contro le transazioni di Solvay con governo e regione, contro questa scandalosa vendita della salute della popolazione, cioè contro l’ipotesi di patteggiamento fra Procura e Solvay, il 4 giugno davanti al tribunale  (nella foto) stavano gridando gli striscioni del presidio dei comitati e delle associazioni (e Alleanza Verdi Sinistra): “Ce l’ho nel sangue”, “Giustizia per Spinetta e tutta la Fraschetta”,  “Decenni di inquinamento non si monetizzano, si bonificano”, “Stop Solvay”,  “Chiudere le produzioni inquinanti”, “Le istituzioni non patteggino, ma vadano avanti con il processo”, “La Regione non accetti accordi economici con Syensqo”, “Non esiste assegno che possa compensare anni di contaminazione, Pfas nel sangue, preoccupazioni per la salute, sofferenze e perdita di fiducia nelle istituzioni“. Particolare bersaglio: la Regione Piemonte e il suo assessore “imbonitore” Federico Riboldi: per l’ambigua disponibilità al patteggiamento mascherata da presunta dismissione di produzione pfas (C6O4).
Non solo l’invalicabile “no patteggiamento”, in più gli avvocati d’accusa annunciano in piazza di voler derubricare il reato: ma non al ribasso come voleva la difesa Solvay: bensì da disastro ambientale colposo (1,8-5anni) a disastro ambientale doloso. (>15 anni di reclusione).

5) Ultimo atto all’Udienza Preliminare del 25 giugno.

Non è prevedibile che, nella prossima udienza del 25 giugno, il reato venga derubricato, come chiedono avvocati dell’accusa, addirittura in disastro ambientale doloso. (>15 anni di reclusione). Tutti, però, si attendono che Pubblico Ministero e Giudice dell’Udienza Preliminare negheranno il Patteggiamento. Il PM, infatti, ha decisamente riconfermato il reato di disastro ambientale colposo, caratterizzato da consapevolezza di delinquere a danno dell’incolumità pubblica. Dunque, sarebbe inconcepibile non avviare il procedimento penale stroncandolo con un patteggiamento.
Dunque, il PM Enrico Arnaldi di Balme dovrebbe rifiutare di concordare con Solvay il delitto perfetto dell’inammissibile patteggiamento: il quale evita il dibattimento (il processo in aula), fa lo sconto della pena fino a un terzo, estingue il reato, sentenza non appellabile, benefici accessori. Insomma, un colpo di spugna sui diritti delle Vittime.
Dunque, qualora la procura inspiegabilmente (per pretestuoso avallo del governo?) proponesse il patteggiamento, la gup Arianna Ciavattini dovrebbe rifiutarlo: dovrebbe non ratificare il delitto perfetto ma far proseguire il processo. Perché il patteggiamento è un rito speciale del processo penale italiano: previsto per reati minori. Si può definire, senza scandalizzare, il disastro sanitario e ambientale di Alessandria: un reato minore?
Analogamente per il rito abbreviato. Sarebbe un altro delitto perfetto. Al rifiuto di patteggiamento, infatti, Solvay, considerando una GUP morbida, potrebbe giocare (entro il 10 giugno?) questa carta che consente il “salto secco” del processo vero e proprio: di saltare il tribunale e, senza dibattimento di prove e testimoni, di lasciare decidere alla improvvisata GUP il caso “allo stato degli atti”, basandosi cioè solo sulle prove raccolte dal Pubblico Ministero durante le indagini. Altro iniquo privilegio è che il rito abbreviato garantisce un grosso sconto di pena: di un secco 1/3 e di un aggiuntivo 1/6 rinunciando Solvay all’appello. Un bel colpo di spugna.  Inoltre, impedirebbe –delitto perfetto– che le parti civili chiedano il pericolosissimo reato di disastro ambientale doloso come nuovo capo di imputazione.
Concludendo. Per il 25 giugno, grosse responsabilità gravano sulle spalle di PM e GUP. La Cassazione aveva stabilito che il polo chimico avrebbe dovuto fermarsi per impedire che i veleni finissero in falda.  Ciò non è avvenuto per i veleni storici (cromo esavalente, cloroformio ecc.) anzi, Solvay ha potenziato le produzioni di Pfas e l’inquinamento aria-acqua-suolo, e non ha provveduto alla bonifica, tant’è che le centraline Arpa continuano a confermare la presenza in aria di pfas cC6O4 e ADV, e in acqua perfino del dismesso PFOA. Neppure PM e GUP possono, per il ruolo svolto da Solvay: es. smaltimento gessi, ignorare il Geoportale Pfas della Regione Piemonte. Tanto meno le valutazioni IARC riguardanti le implicazioni cliniche dei Pfas (clicca qui). 

6) Le sostanze eterne e il loro ruolo cancerogeno.

Sono state fondamentali le valutazioni dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC/OMS) riguardanti i Pfas: le implicazioni cliniche, i meccanismi di cancerogenesi, il contesto italiano. Clicca qui.

7) Solvay, la nostra lotta continua.

L’avvocato Guido Carlo Alleva, il 26 settembre 2024 uscendo dall’aula della sconcertante udienza del Gup m’aveva strizzato con beffardo occhio: “Balza, non sospetti un complotto” (per essere stato l’unico escluso come parte civile). E, famoso anche come produttore enologo, aveva messo da parte il miglior chardonnay: il “Guido Alberto”. Lo spumante è pronto da stappare, per festeggiare, il prossimo 25 giugno, il delitto perfetto in sede penale, con un brindisi di lusso assieme al nuovo CEO belga Syensqo Mike Radossich e a Rosemary Thorne, presidente del consiglio di amministrazione del Gruppo Solvay. Troppe bollicine. Troppo ottimismo. Anche perché i Comitati e le Associazioni hanno preparato in sede civile le class actions: clicca qui.

LA CLASS ACTION INIBITORIA PER SPINETTA EQUIVALE ALLA MESSA AL BANDO DEI PFAS IN ITALIA (e non solo).

Un governo serio.

Il governo australiano ha intentato causa, la più grande mai promossa, contro la statunitense 3M, nota per la produzione di una infinita quantità di beni di uso quotidiano (cosmetici, farmaci, padelle antiaderenti, schiume antincendio eccetera) a base dei tossici e cancerogeni Pfas.  In particolare, ha chiesto un risarcimento di 2 miliardi di dollari australiani (1,2 miliardi di euro) per l’utilizzo degli inquinanti eterni nelle schiume antincendio che hanno contaminato 28 basi militari in tutto il paese. La 3M ha comprato dall’estero (dall’Italia?) e venduto prodotti con Pfas omettendo e fornendo informazioni false riguardo al loro impatto ambientale, assicurando che fossero sicuri, pur sapendo il contrario. Oltre ai danni ecosanitari, più di 1 miliardo di dollari è costato ai contribuenti finora per indagare, bonificare e mitigare la contaminazione.
La 3M ha già affrontato innumerevoli cause legali da parte di governi e municipalità in tutto il mondo.
La contaminazione da “forever chemicals” PFAS in Australia è un’emergenza nazionale per l’ampia diffusione dei PFAS (fino a 45 tipologie diverse) nei tessuti degli animali, inclusi i piccoli marsupiali che fungono da sentinelle per l’intero ecosistema.  )nella foto). Il nostro ministro all’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, si è detto tranquillo perché la nostra fauna selvatica non comprende canguri e koala. (A dirla tutta, almeno un Koala c’è: è la Lista della Rete Ambientalista il cui invio ogni anno rischia l’estinzione).

Inquinamento Pfas lungo la Pedemontana.

La Procura di Vicenza ha chiesto il rinvio a giudizio per 12 tra manager, amministratori e tecnici del Consorzio SIS e della concessionaria SPV accusati di inquinamento ambientale e omessa bonifica nei cantieri della Superstrada Pedemontana Veneta.  L’indagine ruota attorno all’utilizzo di additivi chimici contenenti PFBA, un composto della famiglia dei PFAS. Il PFBA è stato impiegato come accelerante nel calcestruzzo proiettato per la realizzazione delle gallerie di Malo e di Sant’Urbano (Vicenza). Le analisi di ARPAV hanno rilevato una significativa contaminazione delle acque superficiali e sotterranee nell’area.
È in corso un ulteriore filone d’inchiesta sulla gestione delle terre e rocce di scavo. Circa 3 milioni di metri cubi di materiali, contenenti quantità di PFBA superiori ai limiti di legge, sono stati smaltiti o movimentati in oltre 20 siti dislocati tra le province di Vicenza e Padova.
L’acido perfluorobutanoico (PFBA) è un composto per- e polifluoroalchilico (PFAS) a catena corta, impiegato in alcuni processi industriali e presente anche come prodotto di degradazione di altri PFAS. E’ uno dei contaminanti principali rilevati nelle acque di falda, associato ai processi di produzione e degradazione dei fluoropolimeri industriali, dello stabilimento Solvay di Spinetta Marengo.
Contrariamente a quanto asserito da Solvay, le evidenze disponibili, secondo l’Environmental Protection Agency statunitense e il Minnesota Department of Health, indicano le gravi patologie su tiroide, fegato e sviluppo, ma anche per neurosviluppo, quoziente intellettivo, immunotossicità, tumori e salute riproduttiva e materno-fetale.

Progetto università di Genova per i Pfas.

Il Dipartimento di chimica e chimica industriale – DCCI dell’Università di Genova presenta un progetto di ricerca, sviluppato in collaborazione con AmSpec Italia e CONOU, dedicato alla realizzazione di dispositivi analitici in carta per il rilevamento in-situ di PFAS, composti chimici artificiali usati in molti prodotti industriali e di uso quotidiano, altamente resistenti e quasi indistruttibili nell’ambiente (detti anche forever chemicals).
L’iniziativa rappresenta un momento di confronto tra università, imprese e istituzioni su temi di grande attualità, legati alla sostenibilità e alle tecnologie per l’analisi ambientale. Al centro dell’incontro, le attività di ricerca condotte dal DCCI e le prospettive applicative sviluppate insieme ai partner industriali.
La Liguria è una delle regioni con maggiore diffusione della contaminazione da Pfas nelle acque potabili. Conseguenza dell’inerzia delle Amministrazioni. Secondo il rapporto “Acque senza veleni” di Greenpeace, (nella foto), la regione registra la presenza di sostanze per- e poli-fluoroalchiliche in tutti gli 8 campioni analizzati, posizionandosi tra le aree più critiche d’Italia.
A Genova, i livelli di Tfa (acido trifluoroacetico) raggiungono il massimo di 126,4 ng/L, il dato più alto regionale, mentre il parametro “Somma di Pfas” tocca i 13,8 ng/L, collocando il capoluogo al quinto posto tra i comuni liguri monitorati.
Nella classifica regionale, Rapallo registra il valore più alto per il parametro “Somma di Pfas”, con 28,6 ng/L, seguito da Albenga (25,7 ng/L) e Sarzana (25,6 ng/L). Il dato relativo al Pfoa (acido perfluorottanoico) pone invece Rapallo al primo posto con 20,7 ng/L, mentre Genova si attesta a 12,3 ng/L. Anche il Pfos (acido perfluorottano sulfonico), classificato come possibile cancerogeno, è stato rilevato con valori significativi, inclusi 1,5 ng/L a Genova e Albenga, e un massimo regionale di 4 ng/L a Imperia.
La Liguria, insieme a Trentino-Alto Adige e Veneto, è tra le regioni italiane con la più alta percentuale di campioni contaminati, raggiungendo il 100% dei punti monitorati. Rispetto al parametro “Somma di Pfas”, Rapallo si colloca tra i comuni con le concentrazioni più elevate in Italia, accanto a città come Milano, Arezzo e Perugia, evidenziando una distribuzione critica delle sostanze chimiche lungo tutta la regione.
Questi dati devono essere letti alla luce dei limiti normativi che entrano in vigore in Italia a partire dal 2026: la direttiva europea prevede un tetto di 100 ng/L per la “Somma di Pfas”. Tuttavia, secondo Greenpeace e diverse agenzie scientifiche, tali limiti non sono adeguati a proteggere la salute umana, in quanto molte nazioni europee e gli Stati Uniti hanno adottato soglie molto più restrittive.

Attacco militare USA al Giappone: con i Pfas.

Okinawa  (nella foto) è una piccola isola che sarebbe bellissima, un’oasi ecologica, se non che concentra circa il 70% delle installazioni militari USA in Giappone e subisce da decenni l’inquinamento da PFAS, le “sostanze eterne” delle basi americane che impediscono addirittura di essere controllate. il governo americano ha formalmente negato l’accesso alle basi per condurre accertamenti ambientali, sostenendo che “non ci sono prove scientifiche sufficienti”. Le prove, invece, esistono eccome. La bianca schiuma tossica che esce dai tombini è stato il segnale evidente di un disastro nascosto per decenni: le analisi indipendenti, condotte dall’Università di Kyoto hanno rivelato 268 nanogrammi di PFAS per litro – oltre cinque volte il limite di sicurezza giapponese.
L’ultimo rapporto del governo di Okinawa, pubblicato a marzo 2026, ha campionato 44 siti vicino alle basi militari. I risultati sono drammatici: 31 siti su 44 hanno mostrato livelli di PFAS superiori allo standard nazionale giapponese (50 parti per trilione); il picco massimo è stato registrato a Yara Hijaga, vicino alla base aerea di Kadena: 2.800 ppt – 56 volte il limite; nuovi record di contaminazione sono emersi anche vicino a Kadena e Futenma.
L’acqua contaminata non rispetta i confini delle basi e scorre fino nei pozzi dei villaggi, si infiltra nei raccolti di riso e nelle verdure coltivate dai contadini locali. Le forze armate statunitensi inceneriscono le scorte di schiuma PFAS che penetrano nel suolo e nelle falde acquifere e non scompariranno mai più.
Il movimento pacifista e ambientalista di Okinawa, che si batte per il disarmo, non si arrende. Oltre alle azioni legali e alle richieste di accesso alle basi, sta promuovendo: campagne di analisi indipendenti del sangue dei residenti, per documentare la bioaccumulazione di PFAS; petizioni internazionali (19.000 firme); iniziative di finanziamento collettivo per sostenere le analisi e le cause legali; gemellaggi con comunità colpite da contaminazione militare in altri paesi (Corea del Sud, Guam, Germania).

L’eredità della Miteni in India.

Lo stabilimento Miteni di Trissino produceva Pfas per conto della committente Solvay, finchè è stato chiuso nel 2018 dopo essere stato al centro di uno dei più gravi scandali ambientali italiani, e gli impianti sono stati trasferiti come previsto in India, dalla società Laxmi Organic Industries a Lote Parshuram, a sud di Mumbai. Trasferimento opportuno in mancanza di una regolamentazione specifica sui PFAS in India: ancora oggi non esiste una norma ambientale specifica.
Le proteste davanti allo stabilimento (nella foto) hanno coinvolto residenti, attivisti ambientali e rappresentanti politici. A marzo, il caso è stato discusso anche in un confronto tra attivisti indiani, rappresentanti delle aree contaminate in Europa, scienziati e membri del Parlamento europeo, nel quadro del dibattito sul possibile divieto europeo dei Pfas.

Ci siamo! Potere e libertà per le nuove generazioni.

La Piattaforma “Ci siamo! Potere e libertà per le nuove generazioni” è  siglata da 22 organizzazioni: Acli, ActionAid, Adi, Arci, Cittadinanzattiva, Collettivo Tirtenlà, Comunet, ConnGi, Dedalus, Diciassette aps, Fantapolitica, Fondazione Comunità di Messina, Forum Disuguaglianze e Diversità, Legambiente, Porco Rosso Arci, Presidio Patto Simeto, Questa è la mia terra, Rena, Scomodo, Tortuga, Visionary,YOUng Caritas.
Il documento raccoglie 9 proposte concrete per restituire potere e autonomia ai giovani, contrastare le disuguaglianze e favorire l’impegno collettivo. Le misure principali includono:
  • Eredità universale: l’assegnazione di un capitale di 15.000 euro per tutti i giovani al compimento dei 18 anni, finanziato attraverso una riforma progressiva della tassazione sulle eredità e donazioni.
  • Riforma della cittadinanza: per riconoscere pienamente chi nasce e cresce in Italia.
  • Lavoro dignitoso:  introduzione del salario minimo, pensione garantita e maggiori tutele.
  • Istruzione e spazi: potenziamento del diritto allo studio universitario, patti educativi di comunità e creazione di “Case del Futuro”.
Puoi consultare l’elenco completo delle azioni previste sul sito ufficiale di Arci o leggere l’approfondimento pubblicato dal Forum Disuguaglianze Diversità.

E’ morto Gianni Mattioli, un grande dell’ambientalismo.

L’ultima volta che ci siamo rivisti è stata in Senato a Roma, il 10 maggio 2016, clicca qui, in occasione dei festeggiamenti per il novantesimo compleanno di Giorgio Nebbia, padre dell’ecologismo italiano. Tra i relatori: Gianni Mattioli, grande protagonista del movimento antinucleare (i Referendum!), e per noi Barbara Tartaglione (clicca qui) che presentava il primo volume di “Ambiente Delitto Perfetto”, di cui Nebbia ci aveva fatto dono della prefazione.
In questo libro troviamo Gianni a sostegno delle lotte del nostro “Coordinamento dei Comitati della Fraschetta” che, con marce di migliaia di persone e blocchi stradali con trattori, negli anni ’90 si oppongono a Bosco Marengo alla follia espansiva di “Fabbricazioni Nucleari” e ai finti piani di disattivazione.
Né l’intervento di Gianni può mancare nel 2011 a sostegno del “Forum dei Movimenti Antinucleari” che sto organizzando, forte della proposta di “Un comitato referendario nazionale unico per acqua e nucleare” che si autoconvoca infatti con cento comitati e associazioni. Gianni Mattioli è tra i primi che mi assicura la sua disponibilità al “Comitato scientifico e di garanzia” con altre dieci personalità del mondo scientifico italiano.
Il ricordo personale più vecchio che mi lega a Gianni risale al 1988 per le interpellanze parlamentari che portano la sua firma, nel merito della “La mia sporca cassa integrazione”: “La Montedison di Raul Gardini pensa di essersi liberata di Lino Balza, una delle rare e implacabili voci che ancora si levano dalle fabbriche. Considerata la notorietà di Balza nell’ambito del Gruppo Montedison, si può senz’altro confermare che l’espulsione di rappresaglia non è stata finalizzata solo a spaventare i lavoratori dello stabilimento ma ad una strategia più vasta di intimidazioni sulle fabbriche di Foro Bonaparte” (Il Manifesto). Anche questa è stata una battaglia, vinta, di Gianni Mattioli.

Gli americani non ascoltano Bob Dylan.

Altrimenti il loro presidente non oserebbe proporsi come Nobel per la pace. Infatti, non c’è persona impegnata per la pace e i diritti umani che non abbia, se non cantate, almeno ascoltato le canzoni del menestrello Premio Nobel per la letteratura.
Clicca qui alcune traduzioni: Blowin’ in the wind, Masters of war e A hard rain’s a-gonna fall sono nell’album “The freewheelin’ Bob Dylan” (1963); The times they are a-changin’ e With God on our side sono nell’album “The times they are a-changin’” (1964).

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