John Bellamy Foster mette in luce le quattro principali caratteristiche che contraddistinguono l’attuale crisi strutturale, originariamente delineate da István Mészáros nel suo Marx’s Theory of Alienation.

John Bellamy Foster: La crisi strutturale globale del capitale
La crisi strutturale globale del capitale
di John Bellamy Foster
John Bellamy Foster mette in luce le quattro principali caratteristiche che contraddistinguono l’attuale crisi strutturale, originariamente delineate da István Mészáros nel suo Marx’s Theory of Alienation. Il capitale, sostiene Foster, si trova in una posizione simile a quella dell’apprendista stregone narrata da Luciano di Samosata: nel vano tentativo di controllare un sistema fuori controllo che egli stesso ha creato, accumula non solo contraddizioni, ma vere e proprie catastrofi con conseguenze su scala globale.
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Credo che non ci sia dato parlare in termini di secoli futuri…non abbiamo tempo da perdere; la sfida è salvare le condizioni della vita su questo pianeta, salvare la specie umana, cambiare il corso della storia, cambiare il mondo.
Hugo Chávez [1]
Il concetto di “crisi strutturale globale del capitale” che caratterizza la nostra epoca fu introdotto per la prima volta da István Mészáros nella terza edizione del suo libro, Marx’s Theory of Alienation [La teoria dell’alienazione in Marx] del 1971, e nella sua Isaac Deutscher Memorial Lecture [conferenza in memoria di Isaac Deutscher], intitolata The Necessity of Social Control [La necessità del controllo sociale], tenutasi nello stesso anno.[2] Nel 1995 in Oltre il Capitale, Mészáros distinse l’emergente crisi strutturale epocale del capitale dalle crisi cicliche e congiunturali che costituiscono il «modo naturale di esistere del capitale». La crisi strutturale odierna, spiegò, si manifesta in quattro aspetti principali che la contraddistinguono storicamente, concentrandosi sopprattutto sulle sue dimensioni economiche:
- Il suo carattere universale e non limitato a un solo settore (per esempio, finanziario o commerciale, o relativo a un particolare settore della produzione, o che tocchi un tipo o l’altro di lavoro, con i gradi specifici di abilità e di livello di produttività).
Francesco Cappello: La strategia statunitense per il controllo dei flussi energetici mondiali
La strategia statunitense per il controllo dei flussi energetici mondiali
di Francesco Cappello
Dalla Dottrina Carter al boom del fracking. La strategia di Washington per il controllo dei chokepoint globali e il vincolo energetico sull’Europa
Le radici storiche. La sovranità energetica come interesse vitale e la militarizzazione dei flussi
La strategia degli Stati Uniti volta al controllo dell’architettura energetica globale trova le sue fondamenta in oltre sette decenni di dottrine militari e accordi geopolitici. Già nel febbraio del 1945, lo storico incontro sull’incrociatore Quincy tra la presidenza statunitense e la casa reale saudita pose le basi per un’alleanza strategica basata sullo scambio strutturale tra fornitura di petrolio e protezione militare. Questo assetto fu ridefinito e consolidato nel 1974 con l’accordo di Riad, che sancì la nascita formale del sistema del petrodollaro: l’impegno esclusivo da parte saudita di commercializzare il greggio in valuta statunitense e di riciclarne i proventi nell’acquisto di titoli di Stato americani e complessi sistemi d’arma, in cambio di garanzie di sicurezza e stabilità monetaria. Il salto di qualità politico-militare avvenne il 23 gennaio 1980 con la formulazione della Dottrina Carter durante il discorso sullo Stato dell’Unione, con cui Washington definì un principio cardinale: qualsiasi tentativo da parte di forze esterne di ottenere il controllo del Golfo Persico sarebbe stato considerato un assalto diretto agli interessi vitali della nazione, da respingere con ogni mezzo necessario, inclusa la forza militare (https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1977-80v01/d138). Tale direttiva fu operativizzata con la Presidential Directive 18 (PD-18) (https://nsarchive.gwu.edu/briefing-book/nuclear-vault/2024-04-17/new-state-department-history-details-nuclear-targeting-and), che portò alla creazione della Rapid Deployment Force e alla successiva istituzione del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), trasformando la tutela dei corridoi energetici e dei punti di strozzatura marittimi (chokepoints come Hormuz, Suez, Malacca, ecc.) in una missione permanente delle forze armate americane. Tali principi trovarono poi consacrazione concettuale nei documenti strategici del Pentagono, tra cui Joint Vision 2020, incentrato sulla dottrina della Full-Spectrum Dominance, il dominio militare e strategico su terra, mare, aria, spazio, cyberspazio e risorse connesse, e le analisi previsionali del Joint Operating Environment, che identificarono apertamente nel picco del petrolio e nella sicurezza delle infrastrutture estrattive i nodi centrali per la mobilità della macchina bellica atlantica.
Moreno Pasquinelli: Cina: gli avvocati del diavolo
Cina: gli avvocati del diavolo
di Moreno Pasquinelli
Non ci saremmo aspettati che il breve saggio LENIN A PECHINO avrebbe suscitato l’ira immediata e funesta dei filo-cinesi. Lancia in resta sono partiti al contrattacco Carlo Formenti (Sulla fatwa di Moreno Pasquinelli) e Alessandro Visalli (Modernità o utopia?), quindi Piero Pagliani (in polemica con Moreno Pasquinelli).
Poi sono scesi in campo: Pietro Terzan (Fatti testardi e prevalenti della Cina socialista) quindi il quartetto al completo: Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli (La Cina concreta contro il dogma: risposta a Moreno Pasquinelli), Giulio Bonali (Sulla Cina e la transizione al socialismo), quindi tale tal al.ba. (Prossima fermata: Pechino?).
Troppa grazia, sant’Antonio!, verrebbe da dire. Si vede che abbiamo colpito nel segno.
Torniamo sulla questione cinese poiché, e su questo siamo completamente d’accordo coi nostri critici, il problema di quale sia la natura sociale della Cina assume, oggi più che mai, rilevanza storico-mondiale e, come ogni questione di rango storico-mondiale, solleva una molteplicità di problemi teorici e politici, scientifici ed etici, che meritano di essere affrontati in modo scrupoloso, senza quindi temere la durezza che la controversia, dato il suo carattere dirimente, è destinata ad assumere.
Per il rigore in campo teorico
Una prima precisazione. Cinque erano le tesi principali che abbiamo tentato di sostenere nel nostro breve saggio Lenin a Pechino: 1. Che sono ancora validi il metodo e gli schemi utilizzati da Marx per esaminare e giudicare la struttura sociale capitalistica; 2. Che quella cinese è una forma avanzatissima di capitalismo, che non va banalizzata come capitalismo di stato; 3. Che nel Grande Reset o passaggio storico dal morente capitalismo di marca liberista all’incombente CyberCapitalismo, il modello cinese potrebbe diventare quello vincente e dominante; 4. Che è inaccettabile il tentativo di attribuire a Lenin l’idea (buchariniana) che la N.E.P. fosse non una ritirata obbligata e temporanea, ma una via strategica per passare al socialismo; 5) Che tra il pensiero di Mao e quello di Xi Jinping la distanza è abissale.
Emiliano Brancaccio: Squilibrio Usa-Cina nella grande guerra capitalista
Squilibrio Usa-Cina nella grande guerra capitalista
di Emiliano Brancaccio
Dalle terre rare alle vie del petrolio, dai chip all’intelligenza artificiale, i due leader sono costretti a cercare negli affari una soluzione alla crisi dell’ordine mondiale a guida americana
Le condizioni economiche per la pace, o almeno per la tregua. E’ stato questo, nell’essenza, l’unico punto in agenda al vertice washingtoniano fra Xi e Trump, in una fase di crescenti tensioni diplomatiche tra Cina e Stati Uniti. Dalle terre rare alle vie del petrolio, dai chip all’intelligenza artificiale, i due leader sono costretti a cercare negli affari una soluzione alla crisi dell’ordine mondiale a guida americana. Con un obiettivo: fissare un nuovo equilibrio capitalistico internazionale. Senza altri massacri. Soprattutto, senza altri sprechi di denaro.
L’ostacolo principale verte su una parola: squilibrio. La Cina è primatista mondiale del Pil calcolato a parità dei poteri d’acquisto, del tasso di crescita della produttività del lavoro, del credito accumulato verso l’estero. Gli Stati uniti, di contro, annaspano tra produttività rallentata, crescita fragile e un debito estero senza precedenti, che alimenta un’immane bolla speculativa. Forti del loro sviluppo, i cinesi vorrebbero risolvere tutto col libero commercio: al di là della prammatica, un paradossale “comunismo liberoscambista” resta nelle loro corde. Ma così rischiano di accentuare l’arroccamento di un’America decadente, tentata di risolvere la crisi debitoria con nuove ondate di protezionismo aggressivo e piraterie belliche. Con l’effetto finale, a sua volta, di irritare il gigante cinese. Che per vie più o meno indirette finanzia gli sforzi militari di Iran e Russia. E che ormai, senza mezzi termini, si dichiara pronto a «difendere gli interessi» dei suoi alleati in guerra.
Geraldina Colotti: Fanshen
Fanshen
di Geraldina Colotti
«Essere una vite che non arrugginisce. Una vite non attrae l’attenzione, ma una macchina senza viti non funziona.»
Quaderno di Lei Feng
Nel circo ininterrotto e troppo spesso opprimente degli anniversari, non si sono sprecate molte parole per il cinquantesimo della morte di Mao Zedong. La cosa si capisce. Mao è il grande rivoluzionario a cui si deve la liberazione della Cina dall’oppressione feudale e coloniale, la vittoria sui giapponesi, la fondazione di un nuovo stato socialista in una porzione sterminata di mondo, abitata da centinaia e centinaia di milioni di uomini e di donne. Mao è però anche l’artefice del «grande balzo in avanti» clamorosamente fallito, nonché l’ispiratore della Rivoluzione culturale, a cui da molto tempo, in Cina, si imputano «dieci anni perduti».
Come per una tacita convenzione, si discute appassionatamente della natura più o meno socialista della grande nazione governata dal Partito Comunista Cinese. Ma si lascia da parte l’esame delle utopie: i famigerati altiforni da cortile, l’ingenua ambizione di superare la divisione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, la collettivizzazione spinta all’estremo nelle comuni contadine, con i refettori comuni, la scomparsa dell’educazione familiare, l’eliminazione della proprietà anche nelle cose più minime.
Sonia Savioli: Paradiso
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Paradiso
recensione di Sonia Savioli
Dana Ghetilieri, Paradiso, I Quaderni del Bardo, 2025
Credo che il poema politico sia la forma più difficile di poesia. Con “Paradiso” Dana Ghetilieri è riuscita a scrivere un poema politico, e questo sarebbe già un merito, ma c’è molto di più: c’è il fatto che “Paradiso” è un bel poema, si legge bene, è scorrevole, coinvolge. Come per certi romanzi, si vuole vedere cosa succede, come andrà a finire.
L’ultimo merito, forse il più importante, è che si tratta di un’appassionata e veemente denuncia della disumanità dei nostri tempi: un poema “istruttivo”, direi didascalico come qualsiasi indimenticabile poema politico del passato.
Quel Paradiso che la società industriale, con la sua spasmodica ricerca di profitto, ha creato, è in realtà un inferno le cui tappe si snodano nel cammino della nostra eroina scampata alla guerra, da un girone infernale a un altro. Ma non è l’inferno del demonio, è l’inferno dell’attuale società che si ostina a considerarlo “il migliore possibile dei mondi”.
Sgomenta, la protagonista, nella sua ricerca di una comunità umana vera e opposta a quella che ha provocato la guerra, nella sua ricerca di una natura intatta e ricca di vita, si avvia attraverso una terra desolata e inospitale.
Cammina, cammina… Come nelle favole antiche, ogni tappa è una rivelazione. Dana incontra le vittime del Paradiso ad ogni girone.
Giannetto Edoardo Marcenaro: Più eterno del bronzo
Più eterno del bronzo
di Giannetto Edoardo Marcenaro
Una ricerca sulle connessioni profonde tra storia e memoria, conflitto e culture, comprensione e pace
Più eterno del bronzo: educazione alla cultura e semantica del monumento si propone di fornire un quadro esaustivo sulle potenzialità dei fenomeni culturali e delle discipline artistiche nella comprensione delle memorie condivise dei popoli, e nella risoluzione delle controversie e dei conflitti che la storia ha portato con sé.
Davvero molto coinvolgente è il trattamento compiuto delle numerose questioni che, nel campo di conoscenza e prassi dell’educazione alla cultura, nella prospettiva della costruzione della pace, si sovrappongono influenzandosi a vicenda, come dinamica dell’interazione per cui si aprono gli spazi della creatività in cui diventa possibile immaginare una situazione che superi le conflittualità presenti.
Il testo, nella sua costruzione sapiente, riesce a dare, per mezzo del suo approccio rigorosamente dialettico alla materia, una visione integrale e sfaccettata di tematiche di primaria importanza nella loro interazione, produttiva di manufatti ma anche di cultura.
Sia la accurata presentazione degli orientamenti internazionali più rilevanti, che una rassegna dettagliata e corredata di illustrazioni di numerose opere, forniscono al lettore preziosi strumenti perfetti allo scopo di comprendere le coordinate più caratteristiche che guidano le attività educative e formative, nell’ottica del trascendimento del conflitto e della trasformazione del presente, nella proiezione di un futuro possibile, attraverso la considerazione del passato e della memoria.
Enrico Grazzini: Il debito italiano nella trappola dell’euro
Il debito italiano nella trappola dell’euro
di Enrico Grazzini
Il grande nodo che manca nel programma dei 5 Stelle
Il programma in 20 punti dei 5 Stelle sembra, sulla carta, pieno di buoni e condivisibili propositi, ma, ad un’analisi più approfondita, è carente sul piano politico e strategico. Nei 20 punti ci sono tante cose molto importanti e giuste, come la proposta di negoziare per finire la guerra in Ucraina, la rottura dei rapporti con il governo fascista di Israele, il salario minimo garantito, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, un fondo di investimento per le industrie strategiche e per rilanciare l’occupazione, una banca pubblica di sviluppo per le piccole e medie aziende, un piano energetico verde, e così via. Un lungo elenco di cose buone.
Tuttavia il programma elettorale dei 20 punti lascia insoddisfatti perché manca la parte politica, la parte critica su come trattare con l’Unione Europea e con la Nato, istituzioni assolutamente fondamentali per la politica italiana. È noto che la politica italiana è in larga parte eterodiretta: la politica economica viene dettata dalla UE, e la politica estera dagli Stati Uniti e dalla Nato. Però la Nato nei 20 punti è nominata solo una volta per dire (giustamente) che non bisogna accettare l’aumento delle spese militari al 5%; e anche l’Unione Europea viene menzionata nel documento solo una volta, e solo per affermare (giustamente) che la UE deve ripudiare il trattato che concede lo status di partner privilegiato a Israele.
Nel programma manca completamente un’analisi sul problema maggiore dell’Italia, il debito pubblico, il secondo più grande debito pubblico al mondo dopo quello del Giappone in percentuale sul PIL, un debito enorme, che costituisce un macigno che blocca l’economia nazionale. Se i 5 Stelle non chiariranno le politiche che il governo di centrosinistra dovrà condurre nei confronti dell’Unione Europea e della Nato, e se non spiegheranno come affrontare la questione del debito pubblico – che cresce inesorabilmente per l’effetto cosiddetto “palla di neve” – il loro programma politico rischierà di diventare poco credibile. Il debito pubblico assorbe ingenti risorse e rende molto difficile, se non impossibile, rivitalizzare l’anemica economia italiana e, quindi, mantenere gli impegni sociali e politici del programma elettorale.
Geraldina Colotti: Il Venezuela all’Onu. Rodríguez abbraccia Trump
Il Venezuela all’Onu. Rodríguez abbraccia Trump
di Geraldina Colotti
Caracas rivendica il nuovo asse con Washington come una scelta obbligata dalla crisi e dalle sanzioni. Ma all’Onu Rodríguez resta ad ascoltare Trump mentre attacca Cuba e la delegazione dell’Avana lascia l’aula: un’immagine che alimenta le accuse di cedimento
La fotografia di Delcy Rodríguez insieme a Donald Trump a New York, scattata a margine dell’ottantunesima Assemblea generale delle Nazioni Unite, impone di osservare una scena che apre a profonde riflessioni sulle trasformazioni della geopolitica contemporanea. Dopo otto anni di isolamento diplomatico, il ritorno del Venezuela al Palazzo di Vetro si è inserito in una cornice complessa, in cui la comunicazione visiva e la simbologia politica agiscono come un linguaggio denso di significati contrapposti.
Il contrasto visivo è emerso con evidenza sin dall’arrivo. Da un lato la continuità con la memoria storica del processo bolivariano, richiamata dalla fiammante sciarpa rossa indossata da Rodríguez – analoga a quella sfoggiata da Hugo Chávez nel 2006 dallo stesso podio – e dalla giacca recante sul didietro la celebre Mafalda di Quino: un cortocircuito visivo in cui l’ironia tagliente e l’intelligenza critica latinoamericana vengono esibite sfacciatamente di spalle contro chi pretende di dettare le regole dei rapporti di forza. Dall’altro, l’incontro con il leader della principale potenza occidentale ha esposto l’esecutivo a una lettura profondamente polarizzata.
Mentre il governo rivendica la mossa come un esercizio di inventiva tattica nel solco del classico “o inventamos o erramos”, volto a rompere il blocco e a gestire la sopravvivenza economica, gran parte dell’estrema sinistra internazionale legge questa svolta non come pragmatismo, bensì come un netto cedimento e un abbandono dei princìpi antiimperialisti, che finisce per favorire la linea di Trump e i suoi attacchi ai popoli del pianeta, a partire dalla complicità con il genocidio in Palestina.
Un disagio visivamente amplificato da due altre immagini contrapposte di questi giorni: da una parte quella della delegazione cubana che abbandona l’aula quando Trump inizia i suoi attacchi all’isola, dall’altra quella che ritrae la presidenta incaricata del Venezuela mentre ascolta, con un’espressione tra l’attonito e il gelido, lo stesso Trump rivendicare pubblicamente il rapimento di Nicolás Maduro e la rapina delle risorse del Paese, sostenendo che chi vince si prende il bottino.
Gianfranco Gavianu: Noterelle sul presente
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Noterelle sul presente
di Gianfranco Gavianu
Caro Tonino, questa volta ti propongo come oggetto di pubblicazione una lettera che ho ricevuto dall’amico e collega Gianfranco Gavianu riguardo agli articoli recentemente pubblicati sul Corriere della Sera da tre ‘intellettuali’ liberalfascisti e guerrafondai. Nella presente congiuntura ritengo che questa lettera costituisca una testimonianza di notevole valore politico, intellettuale e civile, e pertanto mi permetto di caldeggiarne la pubblicazione nel sito di Sinistra in Rete. Accludo sull’autore della lettera la seguente nota biografica con la quale può essere opportuno integrarne la pubblicazione [E. Barone].
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Carissimo Eros,
riprendo dopo la cesura estiva il nostro fecondo, e aggiungerei facondo, dialogo. Muovo dall’assunzione, forse ovvia per chi come noi si riconosce nel dettato e nella migliore tradizione marxiana, del concetto di ‘presente come storia’. L’asserzione nella sua schematicità appare ovvia e non porre problemi. Non mi sfugge tuttavia la complessità dell’attuale stato delle cose pullulante e irto di contraddizioni, ma non riesco a concepire altro compito per chi voglia coltivare la propria integrità e dignità etico-razionale e al tempo stesso svolgere una funzione critica nell’oggi, seppur da una posizione marginale e periferica come può essere apparentemente la nostra. L’attenzione a ciò che è presente deve costituire dunque uno sforzo costante in quanto è il fondamento dell’esperienza e della conoscenza. Ma il cosiddetto ‘presente’ – e chi come noi ha il culto della mediazione lo sa bene – non può essere né definito, né spiegato, né compreso nella sua cieca immediatezza, praticando stoltamente una miope ottusa empiria avvolti nelle nebbie mistificanti di una sistematica manipolazione mediatica: a questa condizione mi sembra ridotta la maggior parte degli intellettuali oggi ‘cerretani alla ribalta giornalistico-televisiva’, fonografi di menzogne ideologiche funzionali ai centri del potere economico finanziario, dove per citare attualizzandolo Dante «Cristo (ossia la verità storica) tutto dì si merca» (perdonami il climax enfatico!).
Paolo Rabissi: Qualche riga ai miei figli sull’operaismo
Qualche riga ai miei figli sull’operaismo
di Paolo Rabissi
All’inizio degli anni Sessanta in Italia e altrove inizia la crisi del fordismo, quella forma di organizzazione del lavoro in fabbrica legata alla catena di montaggio. La crisi però è lentissima, le imprese stanno cercando soluzioni ma intanto sfruttano al massimo la produzione di tipo fordista (vi ricordate la catena di montaggio cui è impegnato Charlot?).
Alcuni gruppi operai particolarmente combattivi, per primi alla Fiat di Torino, sempre più insofferenti per le condizioni di lavoro, per l’orario, per il salario, scontenti della scarsa iniziativa sindacale in fabbrica e dei partiti nel sociale, si inventano delle forme di lotta che sorprendono impreparata la direzione della fabbrica. Quelle forme di lotta, si chiamavano scioperi ‘a gatto selvaggio’, erano capaci con poca perdita salariale di inceppare il meccanismo della produttività danneggiando i profitti dell’azienda.
L’invenzione di queste forme di lotta e la loro diffusione, boicottate appunto dai sindacati e anche da quasi tutti i partiti, segna la storia delle lotte operaie in Italia per tutti i sessanta fino alla fine dei settanta. L’operaismo ha studiato e studia quelle forme di lotta.
Ma come funzionava la lotta?
Provate a pensare alla catena di montaggio di Chaplin in cui insegue il pezzo da bullonare obbedendo al ritmo con cui scorre la catena. L’operaio ‘selvaggio’ comincia a non tollerare più che il ritmo della catena continui ad aumentare senza che lui ne abbia concreti benefici e anzi richieda uno sforzo fisico e mentale sempre superiore.
Michele Blanco: Meno sanità e più armi: dove stanno finendo i soldi delle nostre tasse
Meno sanità e più armi: dove stanno finendo i soldi delle nostre tasse
di Michele Blanco
La progressiva militarizzazione del discorso pubblico in Europa e la parallela ristrutturazione della spesa pubblica sollevano profondi interrogativi di carattere sociologico, economico e democratico. Si tratta di un’operazione di ingegneria del consenso volta a giustificare il riarmo a scapito dello stato sociale.
Dietro la costante retorica mediatica — che riduce i complessi equilibri geopolitici a un riduttivo “falso binario” e priva il dibattito di ogni profondità storica (dimenticando i fatti del 2014 in Ucraina o il mancato rispetto dei trattati di Minsk) — si nasconde il più grande trasferimento di ricchezza pubblica verso il settore privato della difesa dai tempi della Guerra Fredda. I dati dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) evidenziano una spesa militare globale senza precedenti, pari a 2.887 miliardi di dollari, con l’Europa che fa da traino mondiale attraverso un incremento della spesa bellica del 14% in termini reali.
Questa massiccia allocazione di risorse statali viaggia in parallelo con i bilanci record delle principali multinazionali degli armamenti: la tedesca Rheinmetall ha raggiunto un profitto operativo record di 1,84 miliardi di euro, con margini sulle munizioni vicini al 29%; la britannica BAE Systems ha toccato i 30,7 miliardi di sterline di ricavi, mentre l’italiana Leonardo SpA ha accumulato un portafoglio ordini di 45 miliardi di euro, registrando una crescita dei profitti ordinari superiore al 44%. Questo drenaggio di casse pubbliche produce un costo sociale asimmetrico e devastante, determinando il definanziamento e lo smantellamento di pilastri civili fondamentali quali la sanità, l’istruzione e le tutele del welfare.
I rischi dell’intelligenza artificiale nella serrata competizione fra USA e CinaRoberto Iannuzzi:
I rischi dell’intelligenza artificiale nella serrata competizione fra USA e Cina
di Roberto Iannuzzi
Sebbene i rischi dell’IA non vadano sottovalutati, gli appelli a rallentarne lo sviluppo sono motivati da ragioni di sostenibilità economica. La competizione con la Cina complica il quadro
Quando il presidente americano Donald Trump e il suo omologo cinese Xi Jinping si sono incontrati a Washington il 24 settembre, le aspettative erano basse.
Una delle poche aree in cui alcuni speravano fosse possibile raggiungere un accordo – perlomeno una sorta di non belligeranza – è la sicurezza in materia di intelligenza artificiale (IA). Il tema è stato sollevato anche all’Assemblea generale dell’ONU, in particolare dagli europei.
Alcuni giorni prima, il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva concluso i colloqui con il vicepremier cinese He Lifeng proponendo la creazione di un meccanismo di sicurezza congiunto sull’IA – in realtà una misura minima di cooperazione, non un accordo rilevante.
Poco dopo il People’s Daily, giornale ufficiale del Partito comunista cinese, aveva pubblicato un articolo in cui si affermava che Washington e Pechino avrebbero dovuto “rendere l’IA una nuova frontiera di cooperazione fra Cina e USA”.
In realtà non c’è accordo tra le due superpotenze sulla natura della minaccia rappresentata dallo sviluppo dell’IA. La diffidenza reciproca è accresciuta dal fatto che questa nuova tecnologia costituisce una delle aree più calde della competizione strategica fra i due paesi.
Mario Lombardo: Intelligenza Artificiale, guerra reale
Intelligenza Artificiale, guerra reale
di Mario Lombardo
L’intelligenza artificiale ha sfiorato l’inizio di una guerra tra Stati Uniti e Cina. Non è il soggetto di un film di fantascienza, ma quanto emerge da un’esclusiva pubblicata nei giorni scorsi dalla CNN, secondo cui il Pentagono ha preparato un’operazione militare contro una nave cinese sulla base di un rapporto d’intelligence completamente falso, generato con l’aiuto di un “chatbot”. Solo una verifica dell’ultimo minuto ha impedito che militari americani abbordassero con la forza un’imbarcazione di Pechino nel pieno della guerra contro l’Iran. Un’eventualità che, se portata a termine, avrebbe avuto conseguenze potenzialmente incalcolabili.
L’episodio è molto più di un incidente tecnico, perché rivela il livello di irresponsabilità con cui Washington sta integrando sistemi di AI nelle decisioni militari e nell’elaborazione delle informazioni di intelligence, in una fase storica in cui il confronto strategico con la Cina viene presentato come la priorità assoluta della politica estera americana. La corsa del Pentagono verso una guerra “AI-first” non promette maggiore sicurezza, ma aumenta esponenzialmente il rischio di errori catastrofici.
Secondo la ricostruzione della CNN, tutto è iniziato la scorsa primavera, mentre gli Stati Uniti erano impegnati nell’aggressione militare contro l’Iran. Un rapporto d’intelligence diffuso all’interno delle forze armate sosteneva che una nave cinese in navigazione in Medio Oriente stesse trasportando componenti destinati a un programma nucleare militare.




