Salviamo la vita di Shawkan, condannato a morte in Egitto

Il 3 marzo, dopo 5 anni di detenzione preventiva, il procuratore ha chiesto per Mahmoud Abu Zeid, noto anche come “Shawkan“, la condanna a morte. La stessa pena è stata chiesta per gli altri 738 imputati nel processo “Dispersione dei disordini a Rabaa“. ra gli accusati anche alcuni dirigenti anziani della Fratellanza Musulmana. Firma l’appello al presidente egiziano per evitare l’esecuzione.

 

Richiesta la pena di morte per aver fatto il suo lavoro

 

Il 3 marzo, dopo 5 anni di detenzione preventiva, il procuratore ha chiesto per Mahmoud Abu Zeid, noto anche come “Shawkan“, la condanna a morte.

La stessa pena è stata chiesta per gli altri 738 imputati nel processo “Dispersione dei disordini a Rabaa“. Tra gli accusati anche alcuni dirigenti anziani della Fratellanza Musulmana.

Shawkan era stato arrestato mentre stava seguendo per conto dell’agenzia londinese Demotix, il violento sgombero di un sit-in convocato dalla Fratellanza musulmana a Rabaa al-Adawiya, un quartiere del Cairo. Durante il violento sgombero, le forze di sicurezza egiziane uccisero oltre 600 manifestanti.

Sono 24 i reati contestati al fotoreporter, compreso l’omicidio, ma l’accusa non ha fornito prove sufficienti.

La detenzione di Shawkan è di fatto illegale per la legge egiziana: l’articolo 143 del Codice di procedura penale egiziano prevede un limite di due per gli individui detenuti per accuse che prevedono l’ergastolo o la condanna a morte. Shawkan ha già passato in carcere 5 anni.

Le autorità egiziane hanno ripetutamente negato ai suoi avvocati l’accesso ai documenti chiave relativi al caso.

Le udienze sono state rinviate dal tribunale per oltre 50 volte, principalmente a causa del numero di persone sotto processo. I processi di massa di questo tipo sono incompatibili con il diritto a un giusto processo.

Shawkan è un prigioniero di coscienza. Chiedi al presidente egiziano Al Sisi di annullare tutte le accuse contro di lui e di liberarlo immediatamente e incondizionatamente.

 

Mahmoud Abu Zeid si trova nel complesso penitenziario di Tora, a sud del Cairo. Il suo arresto è avvenuto il 14 agosto 2013: in questi anni le udienze del suo processo sono state rinviate per oltre 50 volte.

L’articolo 143 del codice di procedura penale fissa a due anni il periodo massimo di detenzione preventiva per i reati più gravi.

Nella prima udienza del processo a suo carico, svoltasi il 26 marzo 2016 e immediatamente aggiornata al 23 aprile, sono state elencate le imputazioni a carico di Mahmoud Abu Zeid, fino ad allora negate all’avvocato difensore, che dunque non ha potuto per oltre due anni e mezzo preparare una linea difensiva.

Le accuse contro di lui sono pretestuose e prive di fondamento: “adesione a un’organizzazione criminale“, “omicidio“, “partecipazione a un raduno a scopo di intimidazione, per creare terrore e mettere a rischio vite umane“, “resistenza a pubblico ufficiale“.

Shawkan ha denunciato di essere stato torturato più volte da quando è stato arrestato.

Durante il trasferimento alla prigione di Abu Zaabal, è rimasto chiuso in un furgone parcheggiato sotto il sole, con una temperatura esterna di oltre 30°C, senza acqua, cibo e ventilazione.

 

Mahmoud Abu Zeid ha denunciato di essere stato torturato più volte da quando è stato arrestato.

Secondo le testimonianze ottenute da Amnesty International da ex detenuti, dalle famiglie dei detenuti, dagli avvocati, dagli attivisti e dai difensori dei diritti umani, i metodi di tortura più comunemente utilizzati dall’Nsa (Agenzia per la sicurezza nazionale) sono pestaggisospensioni per gli arti al soffitto o ad una porta, mentre sono ammanettati e bendati per lunghi periodi, scosse elettriche al viso, al corpo, ai denti, alle labbra, ai genitali e ad altre aree sensibili per lo più con taser e in pochissimi casi con cavi.

Un altro metodo usato in alcuni casi è noto come la “griglia” – in cui le mani e le gambe della vittima sono fissate un’asta di legno in equilibrio tra due sedie e vengono sospesi nel vuoto e fatti ruotare.

I detenuti hanno anche riferito che quando detenuti in locali dell’Nsa sono stati ammanettati da un polso ad un altro detenuto e con un alto muro tra l’uno e l’altro, impedendo ai detenuti sia di dormire sia causando lesioni ai loro polsi, braccia e spalle.

Ex detenuti, famiglie e avvocati hanno detto ad Amnesty International che di solito sono stati torturati durante gli interrogatori, in genere durante le prime due settimane della loro detenzione in isolamento. Gli interrogatori duravano tra un’ora e fino a sette o sei ore.

In base a quanto emerso dalle testimonianze raccolte, i detenuti sono sempre ammanettati e bendati per tutto il periodo della loro detenzione in incommunicado e, se sorpresi nel tentativo di rimuovere le loro manette, bende o parlare con altri detenuti, sono picchiati e torturati con la sospensione dagli arti per lunghi periodi di tempo.

A seguito di interrogatori e torture, i detenuti sostengono di essere rimasti in isolamento per settimane o addirittura mesi fino a quando tutti i segni visibili delle torture fossero sbiaditi, ma che gli agenti dell’Nsa li hanno minacciati di ulteriori torture o dell’arresto di appartenenti alla famiglia se avessero ritrattato le loro “confessioni” durante gli interrogatori del pubblico ministero; di conseguenza, ex detenuti, avvocati e famiglie sostengono che molti detenuti ripetono le loro “confessioni” , quando interrogati dai magistrati, per paura delle conseguenze in caso contrario.

 

Prima del suo arresto a Shawkan è stata diagnosticata l’epatite C e, in carcere, la sua salute è peggiorata rapidamente.

Tuttavia, il 20 maggio 2017, il pubblico ministero ha presentato il rapporto dell’Autorità medica forense sulle condizioni di salute di Shawkan al tribunale penale del Cairo.

Il rapporto affermava che Mahmoud Abu Zeid non soffre di alcuna malattia e che ha una salute “molto buona”.

Nella stessa sessione, il giudice ha ordinato un’indagine sulle accuse mosse da diversi detenuti, tra cui Mahmoud Abu Zeid, secondo cui l’amministrazione carceraria li avrebbe maltrattati trattenendo medicine e articoli da toeletta oltre ad aggredirli fisicamente.

 

Dal carcere, Shawkan ha scritto una lettera ad Amnesty International quando erano passati 1000 giorni dal suo arresto.

“Alle 7.45 si palesa un informatore di bassa statura, decisamente insensibile e ottuso, dal volto privo di espressione e dall’accento che tradisce il suo paese di origine. Il compito che è stato assegnato a lui e agli detenuti della squadra di informatori, è di mettersi accanto a te e urlare: ‘In piedi, bello! Arriva l’ispezione!’ Vorrei che chiunque sano di mente rispondesse a questa domanda: che sta accadendo? Perché sono ingiustamente tenuto in questa prigione?

Questi informatori si assomigliano per l’aspetto, le caratteristiche e l’espressione, forse li differenzia solo l’altezza. Hanno facce piccole, baffi trascurati, fronte ampia, occhiaie profonde, mani grasse, braccia tozze. Questo mese è la terza volta che vengono per l’ispezione, in totale la 26esima da parte della direzione del carcere e la 95esima da parte dei servizi di sicurezza.

Il protagonista di queste situazioni è il signor Selim, capo dell’intelligence, che conduce personalmente questa ispezione. Apro pigramente e lentamente gli occhi, ancora pieni di sonno. Lascio le mie cose dentro la cella, esco insieme agli altri e mi metto in fila davanti al supervisione del capo degli informatori. Passa un’ora di sguardi denigratori e insulti che non è possibile immaginare.

Quando rientro in cella, è tutto sottosopra. I nostri oggetti personali buttati a terra alla rinfusa, i nostri vestiti umiliati come i loro proprietari. Stavolta hanno fatto sul serio, 10 persone a ispezionare una cella di due metri per un metro e ottanta! Continuo a chiedermi: perché? Per caso sono la Guida suprema della Fratellanza musulmana? Per caso sono Ayman al-Zawahiri, il capo di al-Qaeda? No, Zawahiri l’hanno scarcerato anni fa. E allora perché? Perché? Per caso sono Abu Bakr al-Baghdadi, il califfo dello Stato islamico?

Ogni volta che c’è un’ispezione, gli informatori rubano le nostre cose. O le danneggiano. A Iskander, il mio compagno di cella che ha quasi perso la vista, hanno frantumato gli occhiali. Quello che ne è rimasto, sotto i piedi dell’informatore, è simile al grano quando finisce nella macina. Possono dire quello che gli pare, ma niente giustifica che un essere umano sia trattato con questa crudeltà, sia insultato in questo modo. Le mie domande restano senza risposta. Quello che è evidente è il desiderio di persecuzione da parte del capo degli informatori. Lui e io non abbiamo mai avuto niente a che fare sul piano personale, dentro e fuori il carcere, per giustificare gli insulti e la terza ispezione consecutiva questo mese.

Ha risparmiato tutti i criminali che si trovano in questa prigione, quelli della Fratellanza musulmana, quelli dell’Isis, per opprimere un giornalista che è stato tradito mentre svolgeva il suo dovere e lasciato a marcire in una prigione per 1000 giorni senza poter vedere un giudice.

Ma il suo modo di fare appartiene a lui o sta seguendo le istruzioni dei suoi superiori? Se è così lo stato egiziano, rappresentato dal governo, ha deciso di lasciare in pace i nemici della Fratellanza e dell’Isis per impartire una dura lezione a un giornalista che non ha affiliazione politica se non quella alla sua professione, un giornalista che ha risposto alle richieste del governo di seguire lo sgombero del sit-in di Rabaa al-Adaweya.

Mi chiedo: non è abbastanza aver trascorso 1000 giorni in una detenzione ingiusta sulla base di false accuse? Mille e una notte? Perché impediscono ai miei anziani genitori di vedermi dopo aver fatto un viaggio di quasi un giorno e mezzo per portarmi cose di cui avevo bisogno? Perché 10 persone devono ispezionare per due ore una cella grande come una scatola di cerini? Sebbene dall’ispezione non sia emersa alcuna infrazione al regolamento, il gruppo degli informatori mi minaccia avvertendo che torneranno ancora. Ma che vogliono da me il capo degli informatori e i suoi uomini? Perché tutta questa oppressione e persecuzione? Non è ancora abbastanza?”.

 

 

Il testo dell’appello
 

President
Abdel Fattah al-Sisi
Office of the President
Al Ittihadia Palace
Cairo, Arab Republic of Egypt
Fax: +202 2391 1441
Email: p.spokesman@op.gov.eg
Twitter: @AlsisiOfficial

Egregio Procuratore,

Sono un sostenitore di Amnesty International, l’organizzazione non governativa che dal 1961 lavora indifesa dei diritti umani, ovunque siano violati.

Le esorto a far cadere tutte le accuse nei confronti di Mahmoud Abu Zeid e che venga rilasciato immediatamente ed incondizionatamente perché è un prigioniero di coscienza detenuto esclusivamente per aver esercitato pacificamente il suo diritto alla libertà di espressione.

La invito a proteggere Mahmoud Abu Zeid dalla tortura e altri maltrattamenti, in attesa del suo rilascio, e di fornirgli qualsiasi tipo di assistenza sanitaria di cui possa aver bisogno.

La sollecito ad avviare una indagine indipendente ed efficace sulle accuse di torture o altri maltrattati durante la detenzione e di consegnare i responsabili alla giustizia in processi equi senza ricorrere alla pena di morte.

La ringrazio per l’attenzione.

 

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