“Se Silvia Romano fosse africana e si trovasse ora in Libia”

Non si può che essere felici per il rilascio di Silvia Romano, la ragazza italiana di 25 anni rapita in Kenia nel novembre 2018 e liberata il 10 maggio scorso in Somalia.

Qualche giorno fa ci hanno inviato questa foto di un ragazzo sudanese. Dall’estate 2018 sono in contatto con centinaia di cosiddetti migranti che mi scrivono dal suolo libico. E’ bastato mettere a punto un piccolo accorgimento e attraverso la geolocalizzazione riesco a parlare con chiunque si colleghi a internet dalla Libia. Ho stretto rapporto con molti Libici, ma sono centinaia i giovani africani con cui ho parlato.

A molti di loro ho chiesto di inviarmi dei messaggi vocali per raccontarmi le loro storie, le loro aspirazioni, le loro ragioni. E’ così che è nato “Exodus – fuga dalla Libia”, un lavoro che ridà parola ai migranti, li riconosce soggetto politico e, come per incanto, la prospettiva e la narrazione si è ribaltata.

A Exodus non chiedono navi in mare o porti aperti. A Exodus hanno sempre e solo chiesto una cosa: evacuazione urgente!

Il ragazzo nella foto non solo si trova di fatto in stato di sequestro, ma come si vede chiaramente da questa foto, è sottoposto a tortura a scopo di estorsione.

Significa che questa foto, scattata dai carcerieri libici legati o quantomeno protetti dalle milizie di Sarraj sostenute da Europa e Turchia, è stata spedita ai parenti in Sudan, perché li spingesse ad affrettare i tempi per la spedizione dei soldi chiesti per il riscatto: 4.000 dollari (beh, si sa, la vita di un Africano vale molto meno di quella di un Europeo)

Lui, come altre decine, forse centinaia di migliaia di ragazzi africani presenti sul suolo libico negli ultimi anni sono passati attraverso il sequestro di persona a cui ha fatto seguito la tortura a scopo di estorsione.

In loro soccorso nessuno governo è intervenuto, tantomeno quello dei loro Paesi. Se si sono salvati è solo perché le loro famiglie sono riuscite a racimolare la somma necessaria per il loro rilascio, stipulando debiti con le banche, vendendo proprietà o chiedendo soldi in prestito.

Quand’anche questo ragazzo avrà la fortuna di essere presto “liberato” (insieme alla famiglia abbiamo promosso una raccolta fondi per pagare il riscatto), verrà semplicemente lasciato in mezzo a una strada dove, chissà quando, forse domani, forse tra una settimana, forse tra un mese, verrà probabilmente sequestrato di nuovo e ricomincerà tutta la trafila daccapo.

Si chiama, come detto, sequestro e tortura a scopo di estorsione, ed è uno dei modi attraverso cui le milizie, ma anche molti cittadini privati libici, usano fare soldi sulla pelle delle persone.

Nel fare questo godono della più totale impunità, perché il potere è loro, delle milizie. E questa impunità gliela garantiamo noi Europei, con il sostegno al governo Sarraj.

Ma com’è possibile? Fino a tanto l’esternalizzazione della frontiera produce dolore e morte?

No, non è esattamente così. Ci hanno spiegato che l’Europa paga i Libici per fermare i migranti. Ma la storia, raccontata da chi vive, o meglio sopravvive, sul suolo libico, è un po’ diversa.

Da quando il governo Sarraj si è insediato, nel dicembre 2015, in seguito all’accordo di Skhirat, non riconosciuto da tutte alle forze libiche ma il cui risultato è stato imposto dalle Nazioni Unite, al fondo della questione la funzione principale di questo governo non è stata l’unità della Libia. Tanto meno fermare migranti.

Mustapha Sanalla, direttore del NOC (National Oil Corporation), l’ente di Stato libico che controlla la produzione e la vendita di gas e petrolio, da alcuni anni ci informa che le milizie riescono a sottrarre fino al 40% delle risorse libiche (qualcuno dice molto di più) e immetterle nel mercato clandestino attraverso una sofisticata triangolazione che coinvolge Malta e infine Europa e Turchia (non a caso i più convinti sostenitori del governo Sarraj).

Le milizie di fatto hanno il controllo militare del territorio in Tripolitania. Sono loro a decidere sulla vita e la morte di chiunque. Anche del premier Sarraj. Lo riconoscono come il volto internazionale di Tripoli, a cui garantiscono sostegno politico in cambio dell’impunità.

Impunità necessaria innanzi tutto per trafugare questa ingente somma di gas e petrolio libico e svenderla sotto banco e sotto costo a Europa e Turchia.

Di conseguenza la massima preoccupazione non è stata mai quella di fermare i migranti. Tant’è vero che, parlando francamente, l’Europa e l’Italia negli ultimi anni non hanno investito in Libia alcun fondo. Sono solo parte dei soldi che hanno risparmiato nell’acquisto del petrolio libico che sono stati reinvestiti in Libia nominalmente per l’aiuto ai migranti, ma di fatto sono finiti dritti dritti nelle tasche delle milizie.

In altre parole la potremmo definire una enorme tangente per oleare ancor meglio il meccanismo. Sì, perché i proventi di questa vendita non finiscono al popolo libico, al quale appartiene il petrolio che dai tempi di Gheddafi in Libia è di Stato, ma solamente nelle tasche delle milizie.

Con questi soldi le milizie comprano armi per imporre ancora di più il proprio potere. E con questi soldi pagano anche le mafie africane, quelle che negli ultimi anni hanno adescato centinaia di migliaia di giovani africani verso la Libia.

Una volta in Libia sono stati venduti ai Libici, sono diventati schiavi e oggi rappresentano solo la seconda fonte di reddito per le milizie, dopo il petrolio ovviamente. Le milizie fanno soldi sulla pelle dei migranti attraverso lavoro forzato non retribuito (altrimenti chiamato schiavitù) e attraverso la tortura a scopo di estorsione (come nel caso di questo ragazzo nella foto).

Negli ultimi anni l’OIM (Organizzazione Mondiale per le Migrazioni) ha rimpatriato più di 50.000 migranti dalla Libia al Paese d’origine. Si è trattato di rimpatri volontari. Ma molti di più sono le ragazze e i ragazzi africani ancora in Libia che implorano di essere riportati a casa. Sì, perché non sono tutti scappati dalle guerre. Non hanno tutti lasciato il loro Paese come unica alternativa.

Come decine di loro hanno raccontato a Exodus, avevano semplicemente fatto la scelta che era sembrata loro più vantaggiosa. Sì, perché il loro contatto, l’africano della rete mafiosa, un loro connazionale, gli aveva prospettato un rapido passaggio in Europa mostrando loro le foto dei salvataggi in mare: “Arrivano gli Europei a salvarti”. E così si erano convinti a partire. Ma un volta in Libia si sono ritrovati schiavi. E ora non sanno come uscire.

L’UNHCR dice che sono 650.000 gli Africani subsahariani in Libia. Di questi “solo” 60.000 sono rifugiati, ovvero scappano da guerre. La maggioranza di tutti gli altri sta chiedendo di essere riportata a casa, perché in un modo o nell’altro prima o poi tutti si sono ritrovati come questo ragazzo nella foto, appesi come un cristo, o frustati, elettrificati, al contempo filmati e fotografati e mostrati alle famiglie perché pagassero.

Dalla conferenza di pace di Berlino dello scorso 19 gennaio a oggi, la Turchia ha aviotrasportato in Libia 11.000 mercenari di Al Nusra, in qualche modo ormai inutili in Siria. Con i droni e centinaia di ufficiali del proprio esercito, ormai dirige le operazioni militari per conto del governo Sarraj.

Possiamo pertanto ragionevolmente affermare che questo congresso di pace sia servito solo per prendere tempo e consentire di allestire la difesa di Tripoli, prima che l’Esercito nazionale libico guidato dal maresciallo Haftar la conquistasse e mettesse fine a questo sofisticato sistema di sfruttamento delle risorse libiche.

Dal giorno precedente la conferenza, dal 18 gennaio, la produzione di petrolio in Libia è sospesa. Sì, perché le infrastrutture create all’epoca di Gheddafi fanno confluire tutto il petrolio a Tripoli. Pertanto ciò che è prodotto nelle aree controllate da Haftar viene poi svenduto nelle aree controllate da Sarraj. Non solo, ultimamente con quel petrolio si pagano pure gli stipendi ai mercenari siriani che poi sparano contro altri libici. Per questo il resto della Libia ha bloccato tutto.

Molto a Tripoli invocano la liberazione della città da parte del maresciallo. Ci hanno scritto e ci hanno inviato messaggi vocali che abbiamo pubblicato nella puntata radiofonica 0.9

In Europa queste cose non si possono raccontare. Però sì, la maggioranza dei libici sta con Haftar. E, se vogliamo, non è così difficile immaginarlo. Le milizie non tengono in ostaggio soltanto i migranti, ma pure gli stessi libici. Sottrarre fino al 50% del petrolio libico ha prodotto effetti su tutta la popolazione libica. Ora allo strapotere militare sul campo, si è aggiunta un’occupazione militare straniera. Troppo anche per i cittadini libici di Tripoli.

Il ragazzo della foto e la sua famiglia forse ignorano tutte queste cose. A loro preme solo di trovare 4.000 dollari al più presto. Sì, questi dollari finiranno nelle tasche delle milizie. E noi cittadini italiani forse abbiamo già dato, ogni volta che facciamo benzina in qualche distributore discount (è lì dove la maggior parte del petrolio libico confluisce da anni).

Però forse questa volta vale la pena. Per questa volta non salviamo solo una vita. Questa volta denunciamo un sistema di potere, sfruttamento e morte. Questa volta denunciamo il mai morto Colonialismo.

di Michelangelo Severgnini

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-se_silvia_romano_fosse_africana_e_si_trovasse_ora_in_libia/82_34866/

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Per contribuire alla raccolta fondi per la liberazione di Abdul, si può inviare al conto intestato a Michelangelo Severgnini
IBAN: IT22P3608105138250926550940
Causale: libertà per Abdul.
L’estratto conto con i soldi inviati e il versamento alla famiglia di Abdul verranno in seguito pubblicati sulla pagina facebook di “Exodus – fuga dalla Libia”

EXODUS – FUGA DALLA LIBIA
Puntata 0 (settembre ’18): vimeo.com/291242947

Puntata 0.1 (ottobre ’18): vimeo.com/297273950

Puntata 0.2 (novembre ’18): vimeo.com/302947109

Puntata 0.3 (dicembre ’18): vimeo.com/309679933

Puntata 0.4 (gennaio ’19): vimeo.com/311007925

Puntata 0.5 (febbraio ’19): vimeo.com/318169225

Puntata 0.6 (aprile ’19): vimeo.com/328980491

Puntata 0.7 (maggio ’19): vimeo.com/338450710

Puntata 0.8 (agosto ’19): vimeo.com/354986030

Puntata 0.9 (gennaio ’20): https://vimeo.com/384182483

“Schiavi di riserva” (35 min), documentario, presentato nel maggio 2018.
https://youtu.be/V64286Qq-9M

Rapporto sulle gravi violazioni dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati in Libia

Il rapporto La fabbrica della tortura si basa su oltre tremila testimonianze dirette di migranti e rifugiati transitati dalla Libia, raccolte dagli operatori di Medici per i Diritti Umani (MEDU) nell’arco di sei anni dal 2014 al 2020. Read More “Rapporto sulle gravi violazioni dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati in Libia”

“Guerra fredda” sulla Libia

Grande preoccupazione in diversi Stati dell’Unione Europea per gli sviluppi della crisi in Libia in questo inizio anno. C’è da chiedersi quali siano le ragioni vere di questo stato d’animo. Li tormenta il dramma umanitario in cui vivono i libici – o gli immigrati africani ammassati nei centri di detenzione gestiti da trafficanti – in seguito alla guerra che ha annientato questo Paese, il quale fino a 9 anni fa era il più prospero dell’Africa? Niente affatto! Occorre ricordare con insistenza che l’UE, sotto l’ombrello della Nato, è stata complice della guerra che nel 2011 ha distrutto la Libia. Alcuni dei suoi Stati membri hanno partecipato direttamente a questo crimine di guerra: la Francia e la Gran Bretagna in primis, altri indirettamente come nel caso dell’Italia, che mise a disposizione della Nato le proprie basi militari e qualche cacciabombardiere per colpire illegalmente le città libiche. La Francia e l’Italia sono da qualche anno ai ferri corti riguardo alla questione libica per ragioni geostrategiche, contribuendo così all’incancrenirsi della crisi.

È da notare la totale assenza della diplomazia degli Stati africani circa il problema libico. L’Unione africana – un organismo addomesticato dalle grandi potenze occidentale – al vertice svoltosi il 9-10 febbraio ad Addis Abeba, ha lamentato la sua esclusione dai negoziati e si è limitato a denunciare l’ingerenza di Paesi terzi in Libia e la violazione dell’embargo sull’esportazione di armi verso questo Paese.

Il vero motivo della recente mobilitazione frenetica delle cancellerie europee circa la questione libica che si è palesemente manifestata con la conferenza internazionale di Berlino, il 21 gennaio scorso, è l’entrata in scena in maniera palese della Turchia e della Russia nella crisi libica. La scelta di Berlino non è stata casuale: la Germania fu contraria alla guerra della Nato contro la Libia e quindi era più adatta a dare qualche briciolo di credibilità a questo summit. Il vertice, al quale hanno partecipato, tra gli altri, Merkel, Macron, Johnson, Conte, Erdogan e Putin, non ha portato a nessun risultato concreto se non quello di sottolineare da Berlino che l’UE non può essere esclusa dalla questione libica. È da notare che i due rivali libici, al Sarraj e Haftar, erano a Berlino ma non sono stati invitati a partecipare ai lavori.

La Turchia e la Russia non ebbero nessun ruolo effettivo nella guerra che ha portato all’eliminazione di Gheddafi e alla disfatta dello Stato libico; tuttavia riconobbero la legittimità dell’illegittimo Consiglio Nazionale di Transizione istituito dalla Nato all’inizio della famigerata Rivoluzione del 17 febbraio. Fecero anche loro probabilmente dei calcoli in funzione dei propri interessi geopolitici. La Libia è un Paese parecchio appetibile.

La Turchia è entrata a gamba tesa in Libia sfruttando il suo legame con i Fratelli musulmani, i quali controllano il governo di Tripoli guidato da al Sarraj, che gode dell’appoggio dell’Onu (la credibilità di questa organizzazione oggi lascia il tempo che trova). Gli accordi siglati tra al Sarraj ed Erdogan il 27 novembre dell’anno scorso, che sanciscono una cooperazione militare e marittima, sono la prova che la Turchia sta facendo sul serio. Ciò ha messo in allerta i Paesi europei. Questi accordi hanno fatto infuriare anche la Grecia, l’Egitto e Israele, che si sono sentiti esclusi dallo sfruttamento delle potenziali ricchezze, in termini di risorse naturali, che il Mar Mediterraneo potrebbe rappresentare. Il Paese dispone al largo delle sue coste di ingenti riserve di gas naturale off-shore. Inoltre, il parlamento turco ha approvato all’inizio di gennaio di quest’anno un’interpellanza presentata dal governo di Ankara per sostenere militarmente quello di Tripoli. La Turchia ha di recente mandato armi e soldati in Libia. Secondo diverse fonti attendibili, Erdogan ha messo a disposizione di al Sarraj anche milizie provenienti dalla Siria. Si tratta di combattenti legati ai Fratelli musulmani, tra i quali ci sono esponenti del cosiddetto Esercito Siriano Libero, che Ankara manovra da diversi anni nel disperato tentativo di far cadere il governo di Damasco. Questi combattenti, sotto il comando dei militari turchi, occupano oggi diverse città nel nord-est della Siria e sono operativi anche nella provincia di Idlib assieme ai jihadisti di al Qaeda. Quando fu scatenata la guerra contro la Siria nel 2011, la Turchia partecipò alla trasferta nel territorio siriano dei jihadisti libici di al Qaeda. La faccenda fu ampiamente documentata da Seymour Hersh nell’inchiesta “The Red Line and The Rat Line” pubblicata dalla London Review of Books (aprile 2014). Oggi, mandare questi jihadisti in Libia è un modo per Ankara di liberarsene perché si teme che, una volta finita la guerra a favore di Damasco, potrebbe ritrovarseli a casa propria. Inoltre, se la Turchia diventasse un Paese determinate nel futuro panorama politico della Libia, Erdogan potrebbe giocare la carta dell’immigrazione dall’Africa per ricattare l’Europa (come sta facendo, sfruttando la crisi dei profughi siriani).

La Russia ha un approccio alla crisi molto diverso da quello della Turchia. A differenza di Erdogan, Putin non ha optato per una scelta netta di campo. Apparentemente egli sembra più propenso a sostenere il generale Haftar. Quest’ultimo controlla gran parte de territorio libico e soprattutto dei principali siti petroliferi del Paese. Ed è diventato un personaggio imprescindibile nel panorama politico libico. Mosca sa bene che, per promuovere i suoi interessi geostrategici, deve cercare di puntare sul cavallo vincente. La strategia della Russia è quella di entrare con determinazione nel mercato degli idrocarburi libici per controllare il mercato europeo di cui essa è il principale fornitore. Si vocifera che vi siano oggi mercenari russi del gruppo Wagner nell’est della Libia per sostenete Haftar e soprattutto per vigilare sui pozzi di petrolio della zona di Fezzan. Ma il Cremlino lo nega.

Mosca, in realtà, dialoga da tempo anche con il governo di Tripoli. Lo fa per motivi strategici. A differenza di Ankara non vuole mettere tutte le uova nello stesso paniere. Riguardo al petrolio, nel 2017, la multinazionale pubblica russa Rosneft ha firmato un accordo di collaborazione con la Compagnia nazionale libica controllata dal governo di Tripoli.

La Russia gioca quindi su due fronti. Sia al Sarraj che Haftar sono stati contemporaneamente a colloquio con Putin a metà gennaio scorso per tentare di giungere ad un compromesso politico, invano. La Russia punta con la sua lungimirante diplomazia ad accreditarsi come il Paese in grado di aiutare i libici a risolvere politicamente la loro grave crisi. Questo ruolo di mediatore non lo possono assumere l’UE e gli Usa, perché sono parte integrante del problema. Sembra che gli Usa abbiano affidato la questione ai loro alleati europei. Il segretario di Stato Mike Pompeo era presente al vertice di Berlino, il che significa che Washington non è disinteressata alla questione libica ma attende gli sviluppi per reagire, sapendo che Haftar è “il suo uomo e cittadino a Bengasi”. E nemmeno la Turchia ha le carte in regola per tale scopo, perché i libici sono al corrente del disastro che questo Paese ha combinato in Siria.

Se la Russia dovesse un giorno riuscire in questo arduo compito di mediazione politica, potrebbe collocare una sua base militare in Libia. Ciò sarebbe un altro successo per il Cremlino dopo quelli ottenuti in Siria – e anche in Ucraina, con l’annessione della Crimea – nella rinnovata “guerra fredda”. Ed è proprio quello che fa perdere il sonno ai leader della Nato.

di Mostafa el Ayoubi per l’AntiDiplomatico

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-guerra_fredda_sulla_libia/82_33022/

 

“L’Italia si tiri fuori dalle guerre altrui”

Se si preparano nuove guerre dobbiamo restarne assolutamente fuori come ha fatto la Germania in questi anni. Nel 2011 l’Italia ha bombardato Gheddafi, il suo maggiore alleato nel Mediterraneo e non dobbiamo ripetere lo stesso errore

E’ cominciata l’era della barbarie e ci dobbiamo preparare alla svelta. Come siamo arrivati sull’orlo di una guerra in Medio Oriente e di un’altra in Libia? E’ vero che come media-bassa potenza l’Italia può fare poco ma ha almeno il dovere di capire quanto succede intorno.

In Medio Oriente Trump, sotto impeachment e in campagna elettorale, ha preso alcune decisioni fuori dalla legalità internazionale, dal buon senso politico e ultimamente anche contro gli stessi principi morali dell’Occidente. La stessa amministrazione Usa appare umiliata perché non si sa più cosa contino dipartimento di Stato e Pentagono dove si sono succeduti ministri e funzionari a raffica, silurati appena eccepivano sulle opinioni dell’omone.

1) Spinto da Israele e dall’Arabia saudita, Trump ha stracciato l’accordo sul nucleare del 2015 con l’Iran imponendo sanzioni che hanno strangolato Teheran e impedito a tutti di avere rapporti economici con gli iraniani. E’ inutile lamentarsi se Teheran punta all’atomica: in Medio Oriente Israele ha 200 testate nucleari e al contrario dell’Iran non ha mai firmato nessun accordo di non proliferazione (come Pakistan e India) L’Italia con le sanzioni ha perso in Iran 30 miliardi di euro di commesse: Teheran non è un nostro nemico, tutt’altro. 2) Trump ha deciso di riconoscere l’annessione israeliana del Golan e di Gerusalemme contro ogni risoluzione dell’Onu e si è detto pronto anche a riconoscere l’annessione della Cisgiordania. I palestinesi forse non sono più di moda ma almeno noi evitiamo di fare i maramaldi 3) Trump ha ritirato le truppe dal Nord della Siria lasciando i curdi siriani, alleati contro l’Isis, al massacro di Erdogan senza neppure avvertire la Nato. Una mossa vergognosa cui l’Europa non ha vergognosamente risposto. 4) Trump ha colpito il generale iraniano Qassem Soleimani violando la sovranità dell’Iraq con un atto di terrorismo internazionale che è una vera e propria dichiarazione di guerra 5) Trump minaccia di colpire anche i siti culturali iraniani, una dichiarazione che non si è mai sentita da nessun leader occidentale 6) Però mantiene ottimi rapporti con il principe saudita Mohammed bin Salman che la stessa Cia ha indicato come mandante della tortura e dell’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi.

La sua idea è quella di farla finita con gli stati fuorilegge ma 1) Negozia con il leader nordcoreano Kim Jong un che l’arma nucleare l’ha già 2) Tratta con i talebani in Afghanistan ma non con l’Iran.

Qual è la sua idea di fondo, semmai ne avesse una? Disimpegnare gli Stati Uniti dalle guerre in Medio Oriente affidandosi a Israele e all’Arabia Saudita ma riservandosi di colpire chiunque non sia d’accordo con lui.

Quali sono gli effetti? 1) Con il ritiro dalla Siria del Nord ha concesso a Erdogan, che acquista armi dai russi pur essendo dentro la Nato, di fare quello che vuole e infatti il rais turco ha spedito truppe in Libia violando le risoluzioni Onu sull’embargo di armi. 2) In Iraq il palamento chiede il ritiro delle truppe internazionali e americane con il risultato di indebolire le posizioni strategiche americane  e occidentali. Se l’Iran ha esteso la sua influenza nella regione è anche per gli errori degli americani a partire dalla guerra del 2003 contro Saddam 3) In Libia ha lasciato che le vere decisioni sul Paese vengano prese da Putin ed Erdogan che si incontreranno domani ad Ankara.

Quali sono le idee di fondo di Trump? 1) Che gli europei sono alleati inaffidabili, che non pagano a sufficienza per la loro sicurezza ed quindi è venuto il momento di abbandonarli al loro destino minacciando dazi e sanzioni se si ribellano all’ordine economico americano e fanno affari con la Cina 2) Che nel mondo arabo e musulmano sono amici soltanto gli stati che comprano armi dagli Usa, quindi Arabia Saudita, Emirati ed Egitto, gli altri devono andare in malora.

Cosa deve fare l’Italia? 1) Ragionare su un ritiro ordinato dall’Iraq e dall’Afghanistan in linea con il rispetto degli accordi presi e la legalità internazionale 2) Dichiarare la propria neutralità o equidistanza sulla Libia, come fa la Germania del resto, perché c’è un governo riconosciuto dall’Onu a Tripoli ma che nessuno vuole. Sono contrari: Russia, Egitto, Emirati, Arabia Saudita ma anche Usa e Francia che fanno continuamente il doppio gioco appoggiando se occorre il general Khalifa Haftar. 3) Tenere sotto pressione gli Usa per la loro attività nella basi di Sigonella e Niscemi per evitare di diventare i bersagli della mosse avventate di Trump. Lui stesso ha dichiarato che gli “Stati Uniti sono a 10mila chilometri di distanza quindi non ne sono toccati”. Noi purtroppo dobbiamo tenere conto della vicinanza ai fronti di guerra.

Se si preparano nuove guerre dobbiamo restarne assolutamente fuori come ha fatto la Germania in questi anni. Nel 2011 l’Italia ha bombardato Gheddafi, il suo maggiore alleato nel Mediterraneo e non dobbiamo ripetere lo stesso errore. E ora non resta che sperare nella buona fortuna che talvolta, non sempre, aiuta la gente onesta.

di Alberto Negri – Quotidiano del Sud

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-alberto_negri__litalia_si_tiri_fuori_dalle_guerre_altrui/82_32474/

 

Alberto Negri: “Libia, un’Italia che galleggia sul nulla”

L’Italia, anche nei discorsi del presidente della repubblica, sembra galleggiare nel nulla: “il Bel Paese proteso nel Mediterraneo” come dice lui è circondato da guerre e conflitti e noi non siamo “il punto di incontro” di un bel niente. Siamo ai margini dalla realtà internazionale e non vogliamo capirlo. C’è a Libia, che ci riguarda da vicino, c’à la Siria, il Libano, ci sono venti di guerra in Iraq tra Usa e Iran e ci tocca sentire che siamo “protesi nel Mediterraneo”. E allora stiamo zitti davanti a qualunque banalità, chiudiamo gli occhi e accendiamo la tv. Il presidente precedente, Gorgio Napolitano, nel 2011 ci ha portati a bombardare Gheddafi con la Nato con il risultato che abbiamo perso ogni credibilità proprio nel Mediterraneo e adesso voltiamo la testa dall’altra parte. Come se agli italiani non bisognasse raccontare la verità.

Cominciamo con la Libia. Ormai siamo sbeffeggiati anche da Al Sarraj e oggi in Turchia l’assemblea nazionale vota per mandare le truppe a Tripoli. Sarraj dice che Di Maio e la compagnia europea il 7 gennaio può anche restarsene a casa visto che la loro presenza nella capitale libica è inutile: casomai aspetterà l’8 gennaio i risultati dell’incontro tra Erdogan e Putin, quelli che decidono anche i nostri destini nell’ex colonia dove non contiamo più nulla, neppure per questo Sarraj che noi stessi abbiamo fatto sbarcare a Tripoli nella primavera del 2016. Noi pensiamo di restare al balcone per vedere quello che accadrà. Ma forse dovremmo invece cercare di capire quello che vogliamo fare visto che abbiamo 300 soldati di guardia a un ospedale a Misurata, città alleata di Tripoli e nel mirino del generale Khalifa Haftar.

E’ spiacevole l’inizio d’anno dover dire certe cose ma ci vorrà pure qualcuno che le racconta. Per esempio il generale Comporini. In Libia, di fatto, stiamo lasciando il campo a chi è più spregiudicato di noi. A sostenerlo in un’intervista è Vincenzo Camporini, già capo di Stato Maggiore della Difesa, e prim’ancora dell’Aeronautica militare, tra i più autorevoli analisti militari europei. Quanto all’ipotesi di una no-fly zone in Libia, Camporini avverte: “Non è propriamente un’azione diplomatica. E’ un uso della forza militare che comporta rischi di ulteriori escalation. Inoltre, una no-fly zone normalmente si impone nei confronti di una delle parti in causa. Vorrebbe dire che ci schieriamo da qualche parte”.

Parole molto chiare per porre una domanda chiave: l’Italia con chi sta? Non sapremmo rispondere. Forse con Al Sarraj visto che manteniamo truppe a Misurata, ma forse anche con il generale Khalifa Haftar perché non si sa mai che possa anche vincere la guerra e noi dobbiamo difendere gli interessi energetici italiani, in gran parte basati nella Tripolitania sotto attacco. Forse siamo neutrali ma allora che sia detto chiaro e tondo. La Nato e i nostri cosiddetti alleati europei e americani non ci possono aiutare e se lasciamo fare a loro magari ci ritroviamo nella scomoda posizione del 2011 quando abbiamo fatto fuori il nostro maggiore alleato nel Mediterraneo che solo sei mesi prima ricevevamo a Roma in pompa magna.

Abbiamo la guerra in casa, con Erdogan che minaccia anche i nostri interessi nel gas a Cipro greca ma con cui saremmo teoricamente alleati in Libia e qui si continua a parlare di fesserie come i nostri “destini” medit
erranei quando non sappiamo neppure cosa fare domani, se non nasconderci dietro a un dito e ripetere formulette come “ in Libia la soluzione è solo politica” quando anche un orbo vede che si prepara una guerra. La verità è che siamo nelle mani di Erdogan e Putin, quindi smettiamola di raccontare fregnacce.

di Alberto Negri – Quotidiano del Sud

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-alberto_negri__libia_unitalia_che_galleggia_sul_nulla/82_32391/

 

Si consiglia di leggere (e ascoltare Alberto Negri) nel seguente articolo:

Libia, Alberto Negri alla Camera: “Non dimenticate mai dove inizia il crimine signori. E di quel crimine siamo complici”

 

Pagati 2000 dollari al mese, “ribelli” siriani appoggiati dalla Turchia saranno schierati in Libia

I miliziani siriani sostenuti dalla Turchia verranno riassegnati in Libia per assistere il governo di accordo nazionale (GNA) riconosciuto dalle Nazioni Unite, secondo quanto riferito da Bloomberg oggi.

BREAKING — Turkish-backed Syrian rebels will be deployed to Libya, according to a senior official from UN-backed Libyan govt – Bloomberg

— Rag?p Soylu (@ragipsoylu) December 27, 2019

Prima di questo rapporto, la giornalista investigativa Lindsey Snell ha scritto sil suo profilo Twitter che la Turchia offre ai combattenti dell’Esercito siriano libero (FSA) uno stipendio di $ 2.000 al mese per questi miliziani da schierare in Libia.

TFSA source told me Turkey will be offering fighters from all TFSA factions $2,000/month to go to Libya.

— Lindsey Snell (@LindseySnell) December 24, 2019

Mentre le autorità turche non hanno commentato queste affermazioni, ci sono state voci per anni su gruppi come ISIS e altre fazioni di jihadisti che viaggiano dalla Siria, attraverso la Turchia, la Libia o viceversa.

La Turchia è riuscita a garantire il proprio posto in Siria costruendo posti di osservazione in tutta la regione settentrionale del paese; tuttavia, i suoi miliziani alleati non sono stati in grado di ottenere alcun vero successo sul campo, al di fuori della loro breve Operazione Peace Spring.

L’esercito nazionale siriano (SNA), che comprende l’esercito siriano libero e altre fazioni ribelli, ha subito un addestramento rigoroso, motivo per cui la Turchia potrebbe usare le proprie forze in Libia.

Inoltre, le fazioni più potenti nel nord della Siria sono probabilmente Hay’at Tahrir Al-Sham (HTS) e il Partito islamico del Turkestan (TIP).

Questi jihadisti sono i principali gruppi che combattono l’Esercito arabo siriano nel Governatorato di Idlib.

Fonte: Foto AFP repertorio

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-pagati_2000_dollari_al_mese_ribelli_siriani_appoggiati_dalla_turchia_saranno_schierati_in_libia/82_32326/

 

Libia, Alberto Negri alla Camera: “Non dimenticate mai dove inizia il crimine signori. E di quel crimine siamo complici”

Straordinario intervento oggi di Alberto Negri durante un convegno sulla Libia organizzato dalla Commissione esteri del Movimento 5 Stelle “Libia, quali strategie per la risoluzione del conflitto?”.

“Con chi stanno gli Stati Uniti in Libia? Cosa vogliono? Vogliono tenere questa situazione e la ragione è semplice”. E ancora: “Per questo questa guerra continua senza soluzione. Queste sono state le guerre a catena che ci hanno portato dentro casa, di cui non solo non ci siamo opposti, ma siamo stati complici”.

“Non dimenticate mai dove inizia il crimine signori. Non dimenticate mai quando una nazione viene accoltellata. Non lo sapevano che con le bombe avrebbero smembrato la Libia? E con la Siria cosa hanno fatto?”

2 minuti straordinari da ascoltare e diffondere più possibile:

 

 

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-libia_alberto_negri_alla_camera_dei_deputati_non_dimenticate_mai_dove_inizia_il_crimine_signori_e_di_quel_crimine_siamo_complici/82_32199/

 


Alberto Negri – Libia, il nostro passo d’addio all’ex colonia

La pace e la guerra in Libia la decidono forse Erdogan e Putin non certo il caro leader del Movimento Cinquestelle e ministro degli Esteri Di Maio oggi a Tripoli (e forse poi a Bengasi) per quello che potrebbe diventare una sorta di nostro passo d’addio all’ex colonia, diventata poi «posto sicuro» dove respingere la disperazione dei profughi. Un addio. Ripasseremo quando le cose si saranno «sistemate». Visite di cortesia, visto che il generale Haftar, nemico del governo di Al Sarraj, invoca l’«ora zero» per la capitale in un clima bellico dove il rumore della retorica è pari almeno a quello delle armi.

Nel 2011 – allora Di Maio era un ventenne – la Nato obbligò l’Italia, con l’approvazione del presidente della repubblica a bombardare Gheddafi, il nostro maggiore alleato nel Mediterraneo. Oggi l’Alleanza appare impotente di fronte alla prova di forza tra il governo di Tripoli, riconosciuto dall’Onu e sostenuto da Turchia, Qatar e Italia, e le truppe del generale Khalifa Haftar, appoggiato da mercenari russi, Egitto, Emirati Arabi e Arabia Saudita.

L’Italia conta sempre meno ma anche il fronte occidentale appare in attesa degli eventi come se sperasse che a risolvere la questione, come in Siria, siano ancora Erdogan e Putin, anche qui uno di fronte all’altro.

A Tripoli le operazioni ormai fanno a capo a Erdogan pronto, in caso di disfatta imminente, a inviare truppe in Libia. In poche parole la Turchia comanda in quello che era un tempo il nostro cortile di casa.

Questo è i risultato dell’azione anti-Colonnello voluta nel 2011 dalla Francia, seguita da Gran Bretagna e Usa, per sostenere i ribelli di Bengasi. Un mese dopo era la stessa Nato a prendere il comando dei raid inglobando anche gli italiani che avrebbero fatto meglio ad astenersi, come fece la Germania. Non abbiamo difeso realmente i nostri interessi e bombardando Gheddafi abbiamo perso credibilità sulla Sponda Sud.

Passati otto anni Tripoli è in mano alla Turchia mentre Putin tenta di manovrare Haftar, alleato però assai meno disciplinato e accorto di Assad. È accaduto quanto già successo in Siria quando il ritiro americano ha lasciato via libera alla Turchia contro i curdi del Rojava mentre nel Nord della Siria la Russia è subentrata nella «fascia di sicurezza» insieme all’esercito di Damasco.

La decisione di Trump, presa senza consultare gli alleati, ha avuto ripercussioni tremende sui curdi ma anche sulla stessa Alleanza. Ha mandato un messaggio preciso a Erdogan e Putin: decidete voi su quanto accade nel Mediterraneo.

Non solo ha consegnato la Siria e la Libia a Mosca e Ankara ma la Turchia di Erdogan, membro storico dell’Alleanza, continua a ricattarla, come ha fatto acquistando dai russi le batterie anti-missile S-400. E ora, dopo la risoluzione del Senato americano di condanna del genocidio armeno, Ankara ha minacciato per ritorsione di chiudere alcune basi Nato in Turchia, compresa Incirlik, decisiva nei raid contro l’Isis ma che Erdogan ha concesso soltanto dopo avere ottenuto dagli Usa la garanzia di trattare come terroristi anche i curdi del Rojava che hanno perso 10mila combattenti nella lotta al Califfato. Un capolavoro di sanguinoso e inutile cinismo.

Gli Usa e la Nato restano ancora sotto l’estorsione di Ankara. La Turchia ha costretto Tripoli, ormai alle corde, a firmare un memorandum neo-ottomano – la Libia era sotto quell’Impero – per lo sfruttamento del gas offshore a Cipro greca nella «zona esclusiva», scontrandosi direttamente con gli interessi di Grecia, Israele, Italia, Francia e Usa. Senza dimenticare che Erdogan continua a ricattare l’Europa sui profughi – nonostante abbia ricevuto da Bruxelles 6 miliardi di euro – e sul ritorno dei foreign fighters, i jihadisti di provenienza europea.

Questo è il quadro della situazione provocato in buona parte dall’opportunismo e dagli errori della Francia e degli Stati Uniti che in Libia hanno oscillato tra il sostegno ad Haftar, nemico dell’Isis, e quello a Tripoli dove sono presenti Fratelli Musulmani e jihadisti, molto più amici di Erdogan che nostri, ma avversati da Egitto, Emirati e sauditi, clienti primari degli armamenti occidentali e russi. Ecco perché si oscilla.

In questa partita l’Italia, che con la caduta di Gheddafi ha subito la peggiore sconfitta dalla seconda guerra mondiale, si distingue per la sua magistrale insipienza. E per arroganza: per anni i nostri governi hanno ripetuto che «nessuno meglio di noi è informato su quanto accade in Libia». È così abbiamo visto succedersi premier e ministri che vagheggiavano di «cabine di regia» promesse da Washington ma che nessuno ci voleva dare davvero. In realtà non sapevano dove andare a parare. L’Italia è così finita in mano a strateghi da strapazzo di quella che una volta veniva definita una «media potenza». Certo, ma di cartone.

di Alberto Negri – Il Manifesto (Pubblichiamo su gentile concessione dell’Autore)

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Gentiloni, un ministro ‘senza vergogna’

“Il ministro Gentiloni prospetta l’invio di 5000 militari italiani per andare a fare una nuova guerra in Libia, dove il caos e la lotta tra le varie bande di tagliagole jihadisti  si è tradotta in una situazione tragica per i cittadini di quel paese, prospero e pacifico fino a 4 anni fa”.

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Ad Affile (RM) un monumento dedicato al boia fascista Graziani

La stampa internazionale ha rilanciato più volte negli ultimi giorni la notizia dell’inaugurazione l’11 agosto scorso ad Affile (a poca distanza da Roma) del monumento dedicato al maresciallo Rodolfo Graziani.

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