Coronavirus, cosa ha detto veramente Boris Johnson. Fact-checking completo

Tutti a sbertucciare Boris Johnson, come se la sua acclarata positività a Coronavirus fosse una sorta di vendetta divina per la sua criminale velleità di affrontare l’epidemia all’insegna dell’“Abituatevi all’idea di perdere vostri cari”.

Ma cosa ha detto veramente Boris Johnson (dopo la Brexit, diventato in Europa la bestia nera dei media di regime)? Davvero il governo inglese, all’insegna di uno sfrenato Darwinismo, persegue solo una immunità di gregge immolando ad essa milioni di anziani? Davvero ora in Gran Bretagna è in corso una retromarcia su quanto pianificato per affrontare il Coronavirus?

Riportiamo, a tal riguardo, ampi stralci di un articolo di Massimiliano Bolondi, esperto di marketing e comunicazione digitale (qui potete leggere l’articolo integrale in lingua italiana)

(Francesco Santoianni)

“Immunità di gregge e darwinismo: ecco i fatti. Il 12 marzo Boris Johnson si presenta in conferenza stampa insieme ai due consulenti tecnici del governo Chris Whitty e Sir Patrick Vallance per quello che è a tutti gli effetti un discorso alla nazione nell’ora più buia della nostra generazione (…). Qui Boris Johnson si trova, con tono funesto, a dover spiegare ai suoi cittadini che ci saranno molti morti (il famoso “molti perderanno i loro cari”) e che il governo inglese farà tutto ciò che è in suo potere per minimizzare le perdite e curare tutti i bisognosi di cure. Sembrerebbe un discorso ineccepibile, esposto con grande realismo e tatto in un’ora tra le più drammatiche. E invece succede che, per gran parte della stampa mondiale, il senso del discorso diventi: Boris Johnson se ne sbatte dei morti e, se dovranno morire tanti inglesi, tanto vale lasciar correre libero il virus (immunità di gregge) e lasciare che la selezione naturale faccia il suo corso (darwinismo).
In Italia il tenore degli interventi è del tutto allineato a quanto sopra, ma condito con incredibili speculazioni sulle ontologiche differenze tra il calvinismo anglosassone e la pietas cristiana. Nelle stesse ore, purtroppo, in Italia il personale medico ci informava di trovarsi a dover scegliere chi curare e poco dopo anche la Spagna dichiarava di dover scegliere chi curare.
Veniamo dunque all’analisi della narrazione.
Con quali tattiche si può stravolgere così profondamente un discorso? Un modo sempre efficace è estrapolare un virgolettato di tre-quattro parole da un discorso fatto di 866 (ottocentosessantasei) parole e, se questo non basta, aggiungerne altre inventate di sana pianta.
Contrariamene a quanto riportato (da molti media) Johnson non dice mai “abituatevi”, cosa che cambia di un bel po’ la sostanza della frase (se mai lo spirito del suo discorso è ‘lotteremo fino alla fine’, altro che abituarsi!). Già trovo pessimo l’esercizio di estrapolare quattro parole (4) da un discorso di mezz’ora e quindi dal suo contesto (per di più su un tema così delicato). Se poi ce ne devi aggiungere una quinta inventata di sana pianta perché se no il tuo discorso finto-sofista non regge, allora siamo a cavallo. (…)
Nello stesso discorso alla nazione (che trovate qui) Vallance dice sul Coronavirus che l’obiettivo principale è evitare il collasso del sistema sanitario contenendo il picco per tenerlo a un livello gestibile e poi aggiunge: “it’s not possible to stop everybody getting it” (non è possibile impedire a tutti di prenderlo) e poi: “it’s also not desirable, because you want some immunity in the population to protect ourselves in the future” (non è nemmeno desiderabile, perché serve un po’ di immunità nella popolazione, per proteggerla nel futuro). E infine (dopo aver parlato del primo obiettivo che consiste nell’appiattimento della curva del contagio per non portare al collasso il sistema sanitario) “the second big aim is to protect the elderly and the vulnerable” (il secondo grande obiettivo è proteggere le persone deboli e gli anziani).
Nel video qui sotto trovate il discorso di Boris e, dal minuto 11:22, le dichiarazioni di Vallance.

Notate che Vallance non parla mai di immunità di gregge né, tantomeno, la propone come strategia del governo, d’altronde sarebbe follia programmare una strategia che si basi sul contagio di più di metà della popolazione e ha più a che fare con le teorie eugenetiche che con la realtà.
Il giorno dopo però, su Sky, un giornalista fa finta che Vallance nel suo discorso abbia parlato di immunità di gregge e gli chiede come funziona (e qui c’è il grande errore di Vallance che, non essendo esperto di comunicazione, si limita a rispondere alla domanda, non puntualizzando la sua posizione).
La risposta è tecnica ed espone ciò che ci dice la scienza (d’altronde Vallance di questo si occupa): “per ottenere l’immunità di gregge, si dovrebbero ammalare il 60% degli inglesi”. Il giornalista capirà che Vallance VUOLE ottenere l’immunità di gregge (e quindi il contagio di 36 milioni di persone!), mentre lui ha solo risposto a una domanda in cui gli si chiedeva come funziona. (…)
Per avere una conferma sul fatto che l’immunità di gregge non sia mai stata nei piani del governo (…) andate sul documento che il governo ha rilasciato il 3 marzo in cui si anticipava tutto il programma di contrasto al COVID-19.

La fantasiosa narrazione sulla presunta “inversione a U” e la “retromarcia” del governo UK

Ecco la dichiarazione del governo del 12 marzo:
“Stiamo prendendo in considerazione di vietare i principali eventi pubblici come quelli sportivi. Il parere del comitato scientifico, però, è che, attualmente, vietarli avrebbe un impatto limitato sulla diffusione del virus ma c’è anche il problema che tali eventi potrebbero avere delle criticità per i servizi. Quindi stiamo discutendo con tutti i membri del Regno Unito e seguiranno ulteriori aggiornamenti a riguardo.
Ogni fase sarà guidata dalla scienza e cercheremo di fare la cosa giusta al momento giusto.
Non stiamo -in questo momento- chiudendo le scuole perché il parere scientifico è che sarebbe controproducente e potrebbe avere effetti negativi in questa fase, ma ovviamente stiamo monitorando la situazione e potremmo dover cambiare le nostre posizioni man mano che la malattia si diffonde.
Le scuole dovrebbero chiudere solo se espressamente consigliato di farlo dal parere del comitato scientifico e questo rimane il nostro consiglio.”
Sì, avete letto bene: il lock-down è stato preso in considerazione fin dall’inizio. Semplicemente (e questo lo trovate nel video integrale) si aspetta il momento giusto per farlo. Come tutti sappiamo, infatti, mentre l’Italia ha dovuto fare il lock-down per via del sistema sanitario al collasso, qui adesso sembra non sia necessario perché il sistema non è al collasso, ma la chiusura potrebbe arrivare in qualunque momento (tra due giorni o tra due mesi) sulla base dei dati che arrivano di giorno in giorno al governo.
Può essere sia una decisione sbagliata a livello scientifico/epidemiologico (come detto non mi occupo di questo e aspetterei i dati prima di emettere sentenze), però è chiaro come le polemiche su Boris Johnson che cambia idea servano alla stampa per rimediare agli strafalcioni iniziali dove si era riferito di un leader strafottente e spietato, che non avrebbe fatto nulla per bloccare il virus.
E adesso, a completamento di tutto il discorso, eccovi finalmente il testo integrale in italiano del discorso di Boris Johnson, (VEDI ARTICOLO INTEGRALE) se ci trovate strafottenza, mancanza di tatto, proposte di immunità di gregge o darwinismo fatemi un fischio.”

Testo di Massimiliano Bolondi (già pubblicato sulla  piattaforma di pubblicazione online medium.com ) Cosa ha detto veramente Boris Johnson? Sorpresa: no immunità di gregge e no inversione a U.

“A Bergamo hanno sacrificato operai ed anziani”

Fino a due settimane fa tutti lo negavano e gli davano del pazzo. Dicevano che i morti a Bergamo erano qualche decina. Allora, sui necrologi dell’Eco di Bergamo, c’erano 25-30 necrologi al giorno. Oggi sono 400.  In città e nei piccoli e medi centri della bergamasca, gli anziani sono un terzo della popolazione e l’Eco di Bergamo non riceve più necrologi per telefono ma solo via mail, per cui molti desistono. Al giornale, ora, hanno la consegna di non pubblicare più di 20 pagine di necrologi al giorno.

I medici del posto dicono che il rapporto tra i morti ufficiali e le vittime effettive, in alcune aree, tocca le punte di 1 a 20.  La provincia di Bergamo conta 1 milione e 100.000 e, se fosse confermata dalla versione di quei medici, significherebbe che lì, ogni famiglia, avrebbe almeno un morto.

Il 25 marzo, il capo della protezione civile, Angelo Borrelli, aveva ammesso, su Repubblica, che il contagio poteva essere dieci volte la stima ufficiale. Quel giorno stesso Borrelli, accusava sintomi febbrili e, a scopo precauzionale, lasciava la sede del Dipartimento. La Protezione Civile, dapprima sospendeva e poi confermava la quotidiana conferenza stampa sull’emergenza Coronavirus.

Intanto l’Istituto Superiore di Sanità aveva chiesto di dichiarare una zona rossa nei comuni focolaio di Bergamo e Brescia: la richiesta dell’ISS risale al 2 marzo, ma non fu presa in considerazione. Da lì in poi il virus è dilagato nelle due province, con migliaia di contagiati e di morti.

Eppure, il governatore lombardo e leghista Attilio Fontana piagnucolava, puntando il dito contro la comunità scientifica, che, secondo lui, gli aveva suggerito di non chiudere i focolai.

Francesco Macario è il segretario provinciale del PRC di Bergamo, città di cui è stato assessore comunale. Oggi è consigliere comunale in un piccolo centro della provincia dove la settimana scorsa è deceduto un numero di persone pari alla metà di quelle che di solito muoiono in un anno, ma ufficialmente non di COVID-19.

Un mese fa è stato  anche l’unico politico ad accusare il sindaco di Bergamo di incoscienza, dopo il suo appello ai bergamaschi e uscire da casa e riempire locali e negozi. Erano i giorni in cui il sindaco di Milano, Beppe Sala, lanciava lo slogan ‘Milano non si ferma‘ ed il segretario del Partito Democratico Zingaretti accorreva nel capoluogo lombardo per un aperitivo a favore di telecamere.

E sempre Macario è stato tra i primi a denunciare la discrepanza tra le cifre ufficiali e le vittime effettive, che ora tutti ammettono e che sarebbero 5-10 volte quelle contabilizzati ufficialmente, cioè non 1.000 ma dalle 5.000 alle 10.000.

E ‘una tesi che ormai rilanciano anche i media e lo stesso sindaco di Bergamo.

In un’intervista pubblicata dal sito glistatigenerali.com il 25 marzo scorso, Macario ha chiamato in causa le condizioni della sanità lombarda, il ruolo delle imprese e della politica, le relazioni tra Bergamo e la Cina, la condizione dei lavoratori oggi nelle fabbriche, quella dei medici in prima linea ed ha fatto, infine, alcune importanti riflessioni sul “dopo”.

Dal suo racconto  emerge una verità molto diversa circa le cause dell’enorme diffusione del contagio e della lunghissima serie di decessi registrati nella provincia di Bergamo. Tra queste, una risalta, con estrema evidenza: un cedimento “sistemico” delle classi dirigenti bergamasche alle ragioni del profitto e della “produzione” accompagnati da uno scarso riguardo alla vita ed alla salute delle persona, in primis, quella di lavoratrici/ri ed anziane/i.

Eccone un ampio stralcio.

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“Quando ti riferisci ai morti che non vengono contabilizzati ufficialmente nelle statistiche, perché muoiono in casa cosa intendi, cioè perché non vanno in ospedale?

Le cose vanno così. Tu stai male, ti sale la febbre per 2-3 giorni e hai due possibilità: o ti riprendi e guarisci oppure peggiori. In questo caso dopo 5-6 giorni arriva una crisi respiratoria, che può essere terminale, cioè muori in meno di un’ora perché lo scambio tra ossigeno e anidride carbonica nei polmoni è insufficiente, non affluisce abbastanza ossigeno al cervello e muori nel tuo letto in preda alle convulsioni, un’esperienza terribile anche per i familiari.

Se invece il paziente sopravvive viene messo su  un’ambulanza e portato nel  triage, dove gli attaccano l’ossigeno e gli fanno il tampone. Se ha il COVID-19 va negli infettivi, sennò in un altro reparto. In altre parole se muore a casa non gli fanno il tampone e risulta perlopiù morto per infarto o polmonite.

Poi c’è l’altra ipotesi e cioè che portino l’ossigeno direttamente a casa del malato, perché non ci sono posti letto o il tuo caso viene giudicato relativamente meno grave. Anche in questo caso se poi il paziente muore il tampone non viene effettuato e quindi il decesso non viene attribuito al coronavirus. Sabato è morto mio zio. Lo avevano portato all’ospedale ed è mancato in attesa che gli facessero il tampone. Ufficialmente è deceduto per polmonite, è stato seppellito, non cremato come i morti di COVID, e i parenti a contatto con lui non hanno l’obbligo della quarantena, perché lui non risulta contagiato.

La sanità lombarda in che condizioni affronta questa prova?

Qui la popolazione ha un’età media molto elevata. L’assistenza sanitaria è di buon livello, se ti ammali ti curano bene, mentre la medicina preventiva è decisamente insufficiente. Ma nel complesso si vive a lungo, anche 110 anni, però a una certa età si è molto vulnerabili, perché spesso si sovrappongono più patologie croniche.

In questo contesto le giunte di Formigoni e poi quelle leghiste, a partire dagli anni ’90 e poi, più rapidamente, dopo il 2000, hanno intrapreso una sistematica azione di chiusura o privatizzazione delle strutture pubbliche. Sono stati chiusi o privatizzati 28 ospedali, i posti letto per acuti sono stati trasformati in posti letto per riabilitazione, i reparti di pronto soccorso chiusi e due terzi dei posti di terapia intensiva cancellati.

Di recente Giorgetti ha dichiarato persino che bisogna abolire i medici di base perché non ci va più nessuno. Si è parlato di seguire i malati cronici a domicilio tramite  call center privati. L’ultimo ospedale che hanno cercato di chiudere, l’anno scorso, era quello di San Giovanni Bianco, che serve alcune zone montane con una popolazione molto anziana e dove le strade sono impervie e più che l’ambulanza serve l’elicottero.

Se ci fossero riusciti l’alternativa sarebbe stata a 50 chilometri. Ma la gente ha reagito, ci sono state proteste a cui abbiamo partecipato e alla fine anche i sindaci si sono convinti e la chiusura è stata sventata. Ebbene oggi senza quell’ospedale saremmo al collasso.

L’ospedale Papa Giovanni a Bergamo invece è stato rifatto  ex novo. I lavori sono terminati 10 anni fa, ma coi lavori sono diminuiti sensibilmente i posti letto, che oggi mancano. E così dobbiamo costruire un ospedale da campo dentro la fiera perché nessuno aveva previsto un’emergenza.

Tu sostieni che questo tipo di gestione rientra in una lunga tradizione di malasanità attribuibile alla politica.

Nella sanità lombarda scandali e inchieste non si contano. C’è stato il caso delle camere iperbariche in alcune cliniche, che lavoravano a ciclo continuo trattando un numero di pazienti ingiustificabile a spese del SSN. Poi c’è stato il caso della clinica milanese Santa Rita, ribattezzata la ‘clinica degli orrori’, perché si eseguivano operazioni inutili su pazienti perlopiù terminali facendosi rimborsare dalla ASL.

Questa è la sanità di Formigoni e della Lega. Il bilancio della regione equivale al budget di un paese come la Danimarca e la sanità rappresenta la prima voce di spesa. Le ASL sono rigorosamente lottizzate: nel bergamasco Treviglio alla Lega, Bergamo a Forza Italia/Comunione e Liberazione, mentre Seriate era prima di AN ora di FdI.

E’ qui che Giovanna Ciribelli, revisore dei conti, che era stata anche nostra consigliera comunale, ha denunciato alcune anomalie contabili innescando un’inchiesta che ha visto rinviato a giudizio un ex eurodeputato di AN, per 15 anni dg dell’ospedale di Seriate, accusato di peculato.  Tra i suoi addebiti due viaggi andata e ritorno da Seriate alla Croazia effettuati d’estate con auto e autista di servizio. Poi si sono aggiunte altre accuse ed è stato costretto a dimettersi.

Insomma se all’ospedale di Alzano, nella ASL di Seriate, qualcuno è andato coi sintomi del virus e non se ne sono accorti possiamo dire che c’entra l’inefficienza strutturale di quell’ospedale, già al centro di polemiche.

Il secondo punto della tua denuncia riguarda l’arrivo del virus e la sua diffusione nel bergamasco. Che relazioni ci sono tra Bergamo e la Cina?

C’è un rapporto strutturale dettato dalla geografia. Bergamo è il terminale di una rotta commerciale che dalla Cina arriva nell’Adriatico, oggi tramite il Canale di Suez, e da lì nella nostra provincia e risale a Marco Polo e all’antica Via della Seta. La città era l’ultima fortezza veneziana che garantiva il transito di merci cinesi dirette in Francia e nel nord Europa. Per questo ci sono sempre state relazioni culturali e commerciali.

Quando ero assessore comunale avevo seguito un progetto sulle fortezze veneziane nel Mediterraneo finanziato dall’UNESCO. Tradizionalmente quando l’economia cinese tira questa via prospera e, viceversa, quando va in crisi si isterilisce.

Fatta questa premessa il vero nodo è che il bergamasco ospitava un importante distretto tessile concentrato soprattutto in Val Seriana. Col passare del tempo però le imprese tessili della zona hanno delocalizzato la produzione in Cina, creando  joint-venture coi cinesi e fornendo loro telai e macchinari, per cui ci sono tecnici e manager cinesi che vengono in Italia e italiani che vanno in Cina. I nostri tecnici vanno là per fare manutenzione, corsi di formazione ecc.

L’aeroporto di Orio al Serio ospitava voli  low cost diretti agli scali intermedi per la Cina e questo consentiva ai tecnici di fare avanti e indietro anche in settimana. Questo traffico probabilmente aveva già portato l’infezione in Italia a fine gennaio e probabilmente qualcuno coi sintomi del virus era stato all’ospedale di Alzano e la cosa era stata sottovalutata. Ma il fenomeno presumibilmente in quei giorni era circoscritto.

Il prestigioso sito finanziario Forbes220320 domenica ha scritto che l’Italia ‘a febbraio nel punto più alto dell’epidemia spediva gente a fare la spola con le fabbriche di prodotti tessili nella provincia dell’Hubei’.

A febbraio, quando l’Italia ha bloccato i voli diretti con la Cina, le aziende hanno continuato a far fare avanti e indietro ai propri dipendenti, facendo fare loro scalo a Mosca o a Bangkok. Perciò quando tornavano non risultavano in arrivo dalla Cina e non venivano sottoposti ai controlli né registrati. Tutti lo sapevano. Nelle fabbriche se ne parlava e la gente era preoccupata, ma nessuno è andato ad autodenunciarsi alle autorità sanitarie per timore delle conseguenze. E così l’infezione in Val Seriana ha galoppato per l’atteggiamento irresponsabile degli imprenditori.

Tra Bergamo a la Cina ci sono affari per 1,3 miliardi (BergamoNews220319), il che spiega la tesi del Fatto210320, cioè che gli imprenditori avrebbero messo sotto pressione i sindaci della zona: due della Lega, ad Alzano e Albino, e due del PD, a Villa di Serio e a Nembro. Il primo cittadino di Scanzorosciate, confinante con Alzano e Villa di Serio, è anche segretario provinciale del PD e amico del viceministro per l’economia Antonio Misiani (così ha scritto lui su Facebook dopo la nomina di Misiani), uomo forte del PD nel bergamasco. L’oggetto delle pressioni sarebbe stata l’ipotesi di istituire in quest’area una zona rossa come Codogno e Vo’.

A Nembro c’è la Persico Marine, che fa barche da regata come Luna Rossa. L’articolo del Fatto che hai citato riferisce che la Persico avrebbe avuto alcune consegne importanti tra febbraio e marzo, altri dicono che il 9 marzo doveva consegnare una barca in Sardegna. L’Azienda naturalmente ha smentito.

In zona poi ci sono molte altre imprese importanti come la Polini Motori e le cartiere Pigna. In ogni caso gli imprenditori della Val Seriana quando si è cominciato a parlare di zona rossa hanno cominciato a protestare dicendo che sarebbe stato un danno economico incalcolabile. Confindustria ha dato loro man forte.

Quindi se ho ben capito nella ipotetica zona rossa ci sono due sindaci del PD e due della Lega e anche il comune dove è sindaco il segretario provinciale del PD, vicino alla longa manus del Governo a Bergamo, rischia di essere incluso nella zona rossa. Fatto sta che il Governo decide di non istituirla…

Ma non lo fa neanche la Regione, che pure ne avrebbe l’autorità. I sindaci leghisti di Alzano e Albino, che a fine febbraio escludevano la zona rossa, oggi dicono che era necessaria ma non è stata fatta per colpa del Governo. Insomma Governo e regione si rimpallano la responsabilità per non aver preso una decisione che ciascuno dei due avrebbe potuto prendere in autonomia. Poi ci sono le aggravanti.

Quali sono?

L’ultima settimana di febbraio qui c’è una situazione da matti, le persone muoiono già a mazzi, qualcuno dice che serve una zona rossa, ma imprenditori e sindaci sono contrari e tutto va avanti come nulla fosse. Il sindaco di Albino continua ad autorizzare il mercato rionale con le bancarelle, che viene sospeso solo la settimana scorsa.

Il 26 febbraio il sindaco di Bergamo Giorgio Gori va con la moglie Cristina Parodi a mangiare la pizza nel ristorante di un consigliere comunale del PD e invita i bergamaschi a uscire e a fare  shopping e il  weekend dopo sui bus c’è il biglietto unico per l’intera giornata per incentivare la gente a mettere in pratica i consigli del sindaco.

In provincia risiedono un milione e 100.000 persone. Il capoluogo ha una popolazione relativamente ristretta, 120.000 persone, ma la grande Bergamo, che è la ‘città reale’, è una conurbazione con 400.000 residenti, di cui fanno parte anche i 4 comuni più colpiti dal virus.

La gente arriva da tutto il circondario, scende dalle valli, attirata dallo spot del sindaco pro commercianti, trasformando l’intera zona in un grande lazzaretto a cielo aperto. E quando io attacco Gori, dandogli dell’incosciente, vengo stato coperto di insulti, coi militanti del PD che mi telefonano dicendo che così si ammazza l’economia.

Da lì poi il contagio è dilagato verso Brescia e Cremona. Attraverso quali canali?

Siccome c’è il timore che il virus colpisca Milano, sulle strade tra Bergamo e Milano hanno fatto più controlli, c’erano i posti di blocco ai caselli autostradali e nei principali snodi. Verso Brescia invece i controlli erano decisamente più blandi. Tieni conto che tra le due province ci sono legami economici forti, mediati dalle aziende della siderurgia e dall’industria vinicola – qui c’è la zona del Franciacorta. Poi ci sono imprese che hanno cave sia nel bresciano sia nel bergamasco e c’è stata una fusione tra una banca di Bergamo e una di Brescia, per cui molti bancari da Bergamo vanno a lavorare a Brescia.

Cremona è un caso limite, sono pochi, circa 350.000 residenti, ma hanno la più alta percentuale di contagi, probabilmente perché sono stati aggrediti da due lati. A nord confinano con noi e ci sono diversi canali diretti. Tieni presente che la parte meridionale del bergamasco è provincia di Brescia ma diocesi di Cremona e anche la loro agricoltura gravita più sul cremonese. A ovest invece confinano col lodigiano, dove si è manifestato il primo focolaio.

La produzione nel frattempo continua ad andare avanti.

Le fabbriche di vernici e quelle del settore della gomma-plastica, che producono guarnizioni per auto, fanno parte della chimica e quindi sono aperte. Ma anche qui i paradossi non mancano.

Ad esempio la Regione ha stabilito che le aziende artigiane devono chiudere. Perciò ci sono aziende artigiane con 200 dipendenti che fanno guarnizioni per auto che chiudono e imprese industriali con lo stesso numero di dipendenti che producono le stesse guarnizioni che invece rimangono in attività.

Un’azienda che ha una produzione sia di vernici ad acqua per tinteggiare sia di vernici per carrozzerie ha deciso di fermare la prima mettendo i dipendenti in ferie forzate. L’altro reparto continuerà a lavorare chiedendo la deroga perché le sue vernici possono essere usate anche per le carrozzerie delle ambulanze. E finita l’emergenza avrà i magazzini pieni.

I lavoratori come reagiscono?

I lavoratori hanno fatto scioperi spontanei, in particolare nel settore metalmeccanico e chimico. Il sindacato finora ha fatto poco, in alcuni casi la FIOM, soprattutto, ha dato la copertura ad alcuni di quegli scioperi innescati dall’assenza di sicurezza.

Nel settore delle vernici, ad esempio, si lavora sempre con la mascherina perché ci sono emissioni dannose. Ora che le mascherine non si trovano più, i lavoratori devono usare la stessa mascherina monouso per una settimana, col rischio di intossicarsi con la polvere di talco che dopo un po’ ci rimane appiccicata sopra.

Perciò i lavoratori italiani col posto fisso o si mettono in malattia o trovano il modo per farsi mettere in quarantena –  il decreto Cura Italia parifica la quarantena alla malattia – e tante fabbriche in realtà sono costrette a chiudere per questo.

Il problema sono gli immigrati e i precari, che rischiano di perdere il posto di lavoro e se sono stranieri anche il permesso di soggiorno. Se hai 45 anni, un contratto a tempo con un mutuo da pagare e una famiglia da mantenere cosa fai? Vai a lavorare. Ho visto gente andare in fabbrica piangendo. Sanno che loro probabilmente non si ammaleranno, ma porteranno il virus a casa, dove magari hanno genitori o suoceri, col rischio di condannarli a morte.

Tra i lavoratori ci sono anche i medici, i farmacisti e gli infermieri. E’ vero che in corsia si è costretti a scegliere chi curare e chi no?

Come ti dicevo prima ci sono pazienti che vengono ricoverati e altri a cui viene mandato l’ossigeno a casa.  Se tu ti trovassi a scegliere tra ricoverare un padre di famiglia di 45 anni coi bambini piccoli e un ottantenne che magari ha già 2-3 malattie cronache e sai che al 70% non ce la farà, che cosa faresti?

Qui sono tutti sotto  shock, perché situazioni come queste ti cambiano il modo in cui vedi la vita. E si accumula una profonda rabbia sociale, perché c’è la coscienza che tutto questo si poteva evitare. Se poi ti fanno vedere la gente sui balconi che canta Fratelli d’Italia e tu hai genitori, zii e nonni che muoiono ti incazzi.

Torniamo ai medici.

Mia sorella è medico di base in Valcalepio e ha 1.500 mutuati, ma ora che il suo collega è a letto, probabilmente col coronavirus, ne ha ereditati altri 1.500. Gli è arrivato un documento di 10 pagine in cui le spiegano per filo e per segno come deve usare mascherina, occhiali e tuta protettiva, che però non le vengono forniti.

Lei è un medico di quelli di una volta, visita i pazienti a casa, ora ne ha tantissimi in quarantena a letto con la bombola dell’ossigeno. Deve andare a visitarli, ma non ha una mascherina. Il suo compagno è arrivato a pubblicare un appello in FB chiedendo se qualcuno gliene può dare una. Mia moglie invece è farmacista e di mascherine gliene hanno dato tre.

Per il resto non si trovano oppure si trovano a prezzi esorbitanti. I prezzi li fanno i grossisti e se tu le compri e le vendi a quelle cifre la gente se la prende con te. Dico io, vuoi fare la sanità privata? Falla, ma senza contributi pubblici.

Qui mancano letti e ci sono strutture private che tengono aperti solo i posti letto convenzionati e gli altri li chiudono per ragioni economiche. Abbiamo buttato i soldi pubblici nelle cliniche per rifare i nasi alle ragazzine e non abbiamo scorte strategiche per le emergenze.

Qui siamo alle riflessioni più politiche. Secondo te la rabbia di cui parlavi poco fa potrà essere incanalata per cambiare le cose e far sì che non succeda mai più?

La gente vuole cambiare. Chiede una commissione di inchiesta e voglio vedere se la politica acconsentirà. Diciamo che ci sono due possibili esiti. La rabbia può sfociare in una presa di coscienza, soprattutto nelle fabbriche, perché qui i lavoratori si sono resi conto di essere sacrificabili coi loro cari sull’altare della della produzione. Un operaio mi ha detto: ‘Ho scoperto che non lavoro per vivere ma vivo per lavorare e quindi sono sacrificabile’. Dicevano che la classe operaia era scomparsa, ma oggi riscopriamo che tra Bergamo e Brescia ci sono 500.000 operai, un quarto dei residenti. Perciò i lavoratori possono giocare un grande ruolo.

Qual è la seconda possibilità?

Che a cavalcare la rabbia sia la destra. In questi giorni abbiamo visto crescere un clima di intolleranza verso i moderni ‘untori’. Ho sentito simpatizzanti leghisti dire che bisogna sparare a chi è in strada senza motivo. Altri invocano i militari in strada coi mitra e più in generale circola l’idea che la democrazia sia troppo complicata e inadatta ad affrontare le emergenze. Si parla di app per tracciare gli spostamenti, droni e virus che possono mettere i nostri telefoni sotto controllo. La vera minaccia per la democrazia è questa.

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/29/a-bergamo-hanno-sacrificato-operai-ed-anziani-0125974?fbclid=IwAR0veQFpfv6ziXBFn4CuXES2kT6ku9DnNmvHw3D5Ki_Um16PCMuNFclQ0DM

 

Il Sole 24 ore (Confindustria) svela il prossimo obiettivo: eliminare il decreto dignità

Il governo resista. Non devono essere i lavoratori ancora una volta a pagare sulla loro pelle la crisi

Il Sole 24 Ore dà conto oggi di una situazione paradossale. Già giovedì scorso, commentando i dati delle esportazioni extra europee a febbraio, cresciute del 6,4%, 19 miliardi, un miliardo tondo in più rispetto allo scorso anno, il giornale commentava che tra febbraio e marzo l’industria italiana aveva avuto un boom di commesse da parte dei mercati mondiali, vuoi per il freno cinese, vuoi per fare scorte.

In particolare a trainare erano farmaceutica e agroalimentare.

Ebbene, oggi il giornale confindustriale scrive che tante aziende stanno avendo picchi di lavoro, dal tessile alla chimica, che si stanno riconvertendo per il coronavirus, alla farmaceutica, all’agricoltura, all’agroalimentare e ai servizi annessi, oltre che la metalmeccanica fornitrice.

Il problema è che per far fronte a questo carico di domanda si sta ricorrendo al lavoro determinato, proprio quello maggiormente penalizzato, e giustamente, dal decreto dignità. Ora gli industriali chiedono al governo di togliere causali penalizzanti il ricorso al lavoro temporaneo per far fronte al notevole aumento della produzione.

Si fa cenno al ricorso al lavoro sommerso per sviare il decreto dignità e questo è inaccettabile. Sappiamo da lavoratori sparsi in tutt’Italia che in questi settori in questi mesi si fa ampio ricorso allo straordinario. Dunque, la via maestra sarebbe non ricorrere allo straordinario e stabilizzare questi lavoratori, anche perchè, oltre al consumo mondiale di questi mesi di prodotti di questi settori, in seguito le catene globali dovranno far fronte alle scorte, dunque la domanda ci potrebbe essere anche dopo. In particolare, secondo il Presidente di Confagricoltura, mancano all’appello 200 mila lavoratori in agricoltura, proprio perché il coronavirus non permette l’arrivo di stagionali esteri. In tutti questi settori si sta assistendo a carichi di lavoro impressionanti, tant’è che sono notizie quotidiane di imprese che danno consistenti aumenti salariali ai lavoratori coinvolti.

Sarebbe il caso di assumere più gente, visti i tempi.

di Kartana

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_sole_24_ore_confindustria_svela_il_prossimo_obiettivo_eliminare_il_decreto_dignit/33683_33893/

 

È ufficiale: gli USA esternalizzano le loro operazioni per rovesciare Nicolás Maduro

Nel mezzo della lotta del Venezuela contro il Covid-19, l’amministrazione Trump ha fatto un drammatico ed inedito passo nelle manovre criminali che cercano di rovesciare il governo venezuelano. È ufficiale: gli USA scelgono la via della violenza armata terziarizzata, basandosi su un caso giudiziario senza prove.

Una falsa accusa da parte del principale narcostato del pianeta

Questo giovedì 26 marzo, il procuratore generale USA, William Barr, ha presentato accuse per narcotraffico contro il presidente venezuelano Nicolás Maduro, il presidente dell’Assemblea Nazionale Costituente, Diosdado Cabello, il ministro dell’Industria e della Produzione, Tareck El Aissami, il ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, ed il presidente del Tribunale Supremo di Giustizia, Maikel Moreno.

In assenza di solide prove, i pubblici ministeri del Dipartimento di Giustizia hanno fatto appello ad un prodotto propagandistico che, da vari anni, è punta di lancia degli attacchi comunicativi USA e dell”Europa contro il Venezuela: l’inesistente “Cartel de los Soles”.

Secondo il Dipartimento di Giustizia, “almeno dal 1999, Maduro Moros, Cabello Rondón, Carvajal Barrios e Alcalá Cordones hanno agito come leader e gestori del Cartel de los Soles (…) per facilitare l’importazione di tonnellate di cocaina negli USA. Il Cartel de los Soles non solo ha cercato di arricchire i suoi membri e migliorare il suo potere, ma anche inondare gli USA di cocaina ed infliggere gli effetti nocivi e di dipendenza dalla droga negli assuntori degli USA”.

Il presunto vincoloo con le FARC che continua ad essere il leit motiv della Colombia e degli USA per accusare il Venezuela come “santuario” di gruppi armati, è un’altra delle carte centrali dell’accusa, includendo Iván Márquez e Jesús Santrich: “A partire approssimativamente dal 1999 (…) i dirigenti delle FARC hanno concordato con i capi del Cartel de los Soles riubicare alcune delle operazioni delle FARC in Venezuela sotto la protezione del Cartello. Successivamente, le FARC ed il Cartel de los Soles hanno inviato cocaina processata dal Venezuela agli USA attraverso punti di trasbordo nei Caraibi ed America Centrale, come l’Honduras. Approssimativamente nel 2004, il Dipartimento di Stato USA ha stimato che 250 o più tonnellate di cocaina transitavano, all’anno, attraverso il Venezuela. Le spedizioni marittime venivano spedite a nord dalla costa venezuelana usando imbarcazioni veloci, pescherecci e navi porta container”.

Ciò afferma dal Dipartimento di Giustizia facendo supporre, paradossalmente, che il suo sistema di prevenzione contro il narcotraffico è così inefficace da non poter fermare i “pescherecci”.

E’ ampiamente dimostrata la relazione organica degli USA con il traffico di droga:

  1. Antonio Maria Costa, direttore dell’Ufficio dell’ONU per la Droga ed il Crimine ha dichiarato, nel 2009, che i capitali provenienti dal narcotraffico hanno salvato le banche fallite, occasionato dal collasso finanziario del 2008, che ha avuto il suo epicentro negli USA.
  2. Nel 2012, l’FBI ha trovato prove che i cartelli messicani “utilizzavano i conti della Bank of America per nascondere denaro ed investire i proventi illegali del narcotraffico in cavalli da corsa USA”.
  3. Nello stesso anno, è stato anche rivelato che il cartello messicano Los Zetas riciclava i suoi profitti del traffico di droga presso la banca JP Morgan, effettuando trasferimenti diretti dal Messico sotto un amalgama di fondi e società che ha anche posto l’attenzione delle autorità sulla banca Wells Fargo.

Tutte queste banche continuano a funzionare come se nulla fosse successo.

La comprovata permissività (e la logica del beneficio diretto) del sistema finanziario USA e della sua élite politica rispetto al narcotraffico internazionale, offusca le accuse contro il Venezuela ed il suo tono di presunta difesa della salute pubblica dei nordamericani.

Solo due anni fa, la Colombia ha battuto i record nella produzione ed esportazione di cocaina verso gli USA, cifre che hanno coinciso con un vertiginoso aumento del numero di consumatori negli USA. Su questo, un rapporto della DEA ha rivelato: “Livelli record di coltivazione illecita e produzione di coca in Colombia, che è stata la principale fonte della cocaina sequestrata ed analizzata negli USA, ha ampliato il mercato della cocaina, il che ha condotto ad un incremento dell’abuso domestico”.

Il Dipartimento di Giustizia cerca di responsabilizzare il Venezuela dell’inondazione di cocaina negli USA, anche quando è dimostrato dalla sua stessa agenzia antidroga che l’aumento nel consumo che colpisce milioni di cittadini USA risieda nella incontrollata produzione di cocaina colombiana.

Stanno anche cercando di posizionare il Venezuela come “paese di transito” della cocaina verso gli USA, sebbene dati forniti dallo stesso governo USA indichino il contrario.

Un rapporto del centro studi del Washington Office for Latin American Affairs (WOLA) conclude: “Circa il 90% di tutta la cocaina destinata agli USA viene trafficata attraverso le rotte dei Caraibi Occidentali e del Pacifico Orientale, non attraverso i mari dei Caraibi Orientali del Venezuela”.

Un’accusa fake (falsa)

Come recensito, all’epoca, in un articolo di questo sito, la narrazione del “Cartel de los Soles” è soprattutto eccentrica ed inspiegabile.

È stata promossa come un’organizzazione ampia e pericolosa, ma non ci sono le condizioni che lo dimostrino: non esiste una lotta omicida tra cartelli come in Messico o in Colombia, mai è stato sequestrato un deposito che porti il segno di questa presunta organizzazione, come neppure si conosce che la logistica dell’esercito venezuelano si stia sfruttando per trafficare stupefacenti.

Il fantomatico “Cartel de los Soles” è un prodotto per il consumo di massa che rafforzi la narrazione dei falchi e del settore più estremista della destra venezuelana.

In questa stessa catena di false premesse, il Dipartimento di Giustizia incorre in un fatale errore di calcolo: pone Maduro come il “capo” dell’ “organizzazione” anche quando non è un militare e quando, nel 1999, appena iniziava la sua carriera politica dopo la vittoria di Hugo Chávez nel 1998.

È assolutamente illogico l’impostazione che il Venezuela sia un narcostato guidato da Maduro e Diosdado Cabello. Nel 2010, secondo una filtrazione di Wikileaks, l’allora ambasciatore USA in Venezuela, Patrick Duddy, ha scritto al Dipartimento di Stato riconoscendo l’estradizione del narcotrafficante Salomon “Big Daddy” Camacho da parte delle autorità venezuelane.

Il Venezuela ha catturato 102 signori della droga di diverse nazionalità (la maggior parte proveniente dalla Colombia), ha rafforzato i sequestri sia al confine e distrutto piste illegali di atterraggio ed ha abbattuto aerei dei narcos nel territorio nazionale come sistematica politica antidroga.

La narrativa del Dipartimento di Giustizia cade davanti al peso di questi dati.

Finanziare l’assassinio: scegliendo le vie dell’intervento

A causa della fallace accusa del Dipartimento di Giustizia, il Segretario di Stato Mike Pompeo ha firmato una dichiarazione ufficiale che autorizza l’offerta di “una ricompensa fino a 15 milioni di $ per informazioni relative a Nicolás Maduro. Il Dipartimento offre anche ricompense fino a 10 milioni di $ ciascuno per informazioni relative a Diosdado Cabello, Hugo Carvajal Barrios, Alcalá Cordones e Tareck El Aissami”.

In questo modo, si può dedurre che gli USA finanziano indirettamente un’operazione militare segreta che possa portare all’assassinio o al sequestro di alte autorità venezuelane, in un chiaro atto di intervento armato contro uno Stato sovrano che contravviene i principi fondamentali del diritto internazionale.

Con i fatti, gli USA ufficializzano il piano di assassinio che ha avuto il suo antecedente più sonoro nel fallito attentato del 4 agosto 2018.

Includere il Dipartimento di Giustizia implica una copertura istituzionale addizionale all’Ordine Esecutivo del 2015 per giustificare un’aggressione diretta contro l’alto comando politico-militare del paese, sapendo che un intervento armato su larga scala è fuori dall’equazione a causa del posizionamento energetico ed economico di Cina e Russia in Venezuela, ed inoltre, per il costo politico che implicherebbe la dichiarazione di guerra ad un paese che lotta contro una pandemia in condizioni di blocco e sanzioni illegali.

L’idea è di distruggere lo Stato venezuelano assassinando o sequestrando i suoi principali dirigenti con la scusa di difendere la “sicurezza nazionale” degli USA. Eccezionalismo da steroidi.

Un altro piano armato dalla Colombia che è fallito: la chiave di Clíver Alcalá

Mercoledì 25 marzo, il Ministro della Comunicazione e dell’Informazione, Jorge Rodríguez, ha avvisato l’opinione pubblica, in una conferenza stampa, dell”’esistenza di tre campi di addestramento nella città di Riohacha, Colombia, dove ugual numero di gruppi paramilitari si stanno addestrando con armi ed esplosivi per realizzare attentati ed atti terroristici in Venezuela, con il sostegno di mercenari USA ed il sostegno del governo di quel paese”.

Il piano consisteva nel promuovere assassini selettivi di funzionari venezuelani di alto livello, compresa la collocazione e la detonazione di bombe in unità militari venezuelane e centri di potere politico, con l’obiettivo di generalizzare una situazione di caos e terrore sfruttando la congiuntura del Covid-19.

Ma l’obiettivo centrale dell’operazione era un nuovo tentativo di assassinare Maduro.

I tre gruppi mercenari sotto la responsabilità di Juvenal Sequera Torres (coinvolto nel fallito golpe del 30 aprile 2019), Félix Mata Sanguineti e Robert Colina Ibarra, alias “Pantera”, contavano su consiglieri USA e militari disertori del 23 febbraio che avrebbero assunto la prima linea di incursione.

Le armi e l’equipaggiamento sarebbero giunti a Riohacha per entrare in Venezuela, un movimento che è fallito poiché la Polizia Nazionale della Colombia ha sequestrato, il 23 marzo, “26 fucili di assalto AR-15 calibro 5.56 ed accessori per questo tipo di armi, come 8 silenziatori, 36 scocche, 45 unità di mirini e 30 mirini laser. Inoltre, sono stati trovati 3 giubbotti antiproiettile, 37 visori notturni, 4 binocoli, 2 radio di comunicazione con 43 batterie e 15 caschi, tra altri elementi”, secondo un rapporto di W Radio della Colombia.

L’intelligence ed i servizi di sicurezza del Venezuela hanno anticipato gli eventi ed hanno catturato Rubén Darío Fernández Figuera, alias “Búho”, che ha descritto nelle sue dichiarazioni lo schema dell’operazione: tre mercenari USA, insieme con alias “Pantera” e Clíver Alcalá, costituivano il livello direttivo delle azioni e si erigevano come gli organizzatori logistici ed operativi.

L’operazione è fallita prima che accadesse la prima delle incursioni pianificate.

Alcalá ha riconosciuto attraverso il suo account Twitter che le armi sequestrate dalla polizia colombiana facevano parte del piano ed ha sostenuto che con esse avrebbe iniziato la “liberazione del Venezuela”. In seguito ha confessato che le stesse “facevano parte di un accordo tra lui e Juan Guaidó con consiglieri USA che avrebbero avuto come fine essere utilizzate in un’operazione contro Nicolás Maduro”.

L’ex maggior generale venezuelano ha partecipato ad altri piani per dirigere incursioni armate dalla Colombia contro il Venezuela, assumendo una posizione dirigente nella creazione di un esercito mercenario alimentato dai disertori della FANB, lo scorso anno, consigliato da militari USA.

Trascinare la Colombia verso il precipizio: la guerra neoliberale e privata

Con l’offerta di “ricompense” per la testa di Maduro e di altri dirigenti, gli USA hanno terziarizzato la guerra contro il Venezuela, sfruttando l’ecosistema di contrattisti militari e gruppi irregolari che vivono in Colombia, a guardia degli affari delle multinazionali.

Molti dei contrattisti militari che sono attivi in ​​Colombia appartengono ad Israele e USA, che addestrano gruppi paramilitari nelle attività di controllo della popolazione delle aree rurali con risorse minerarie strategiche.

Pertanto, in tempi di crisi sanitaria e campagna elettorale, la Casa Bianca si lava le mani, privatizza la guerra contro il Venezuela, mettendo sul tavolo milioni di dollari e si risparmia il costo politico ed economico di un intervento diretto.

Accelerare il golpe: la norieguizzazione di Maduro

I devastanti effetti a livello globale del Covid-19 hanno anche frantumato le aspettative di cambio di regime mediante l’impiego della figura di Juan Guaidó. Mentre il governo venezuelano ha adottato le misure richieste dall’OMS, essendo riconosciuto dal sistema dell’ONU, Guaidó è rimasto nell’anonimato mediatico e senza presenza sulla scena politica nazionale ed internazionale.

Nei giorni scorsi, il governo venezuelano ha proposto un coordinamento con entità multilaterali per rafforzare la lotta nazionale contro la pandemia, facendo pressione, così, per la revoca del blocco economico imposto da Washington ed avallato dalle corporazioni multinazionali.

Con la richiesta di un prestito di 5 miliardi di $ al FMI, che è stato rapidamente negato da quell’organizzazione attraverso i portavoce, Nicolás Maduro ha ottenuto il primo sostegno da parte del blocco europeo nella sua domanda di finanziamento internazionale.

Queste azioni hanno esposto la politica d’ingerenza USA come un fattore che approfondisce gli effetti del Covid-19 e che danneggia i venezuelani.

Alla luce di questa realtà, gli USA sono stati costretti ad intensificare la loro pressione contro il Venezuela, facendo appello al mantra della “sicurezza nazionale”, aspetto che tenta di creare uno specchio storico pericolosamente vicino all’invasione di Panama, nel 1989, che ha portato alla cattura del presidente Manuel Noriega, anche lui accusato di narco traffico dagli USA.

Tuttavia, le condizioni di Panama, nel 1989, e quelle del Venezuela, nel 2020, sono molto diverse, in parte a causa del contesto di alleanze geopolitiche che il paese ha costruito insieme al blocco multipolare. Noriega non aveva alcun sostegno politico né internazionale per difendersi dal suo ex socio USA; tutto il contrario accade con il governo del presidente Maduro, che ha Cina e Russia tra i suoi principali alleati strategici.

L’offensiva internazionale di Maduro, insieme alla sua tempestiva ed opportuna reazione di fronte alla crisi del Covid-19, hanno esasperato la Casa Bianca, scatenando misure sempre più errate come lo stimolo dell’assassinio o il sequestro di un capo di stato e di funzionari chiave di un governo da cui dipendono milioni di persone al fine di superare la pandemia più pericolosa del XXI secolo.

Si sbagliano di nuovo.

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