Foibe, lettera di amarezza e sconcerto a Mattarella dello storico Angelo d’Orsi

«Monsieur le Président / Je vais vous fais une lettre / Que vous lirez peut-être / Si vous avez le temps»… Così cantava il “poeta maledetto” e chansonnier Boris Vian nel 1954, nel pieno della crisi franco-indocinese, che avrebbe portato alla disfatta francese di Dien Bien Phou. Signor Presidente, scrivo, ripetendo come Vian il dubbio che Ella leggerà mai queste righe.

Le scrivo per esprimerle amarezza e sconcerto dopo il suo discorso del 10 febbraio, in cui non si è limitato a rendere onore a quelli che, nella narrazione corrente, ormai sono i «martiri delle foibe», ma ha usato ancora una espressione storicamente errata, politicamente pericolosa, moralmente inaccettabile: «pulizia etnica». Ella, signor Presidente, è caduto nella trappola della equiparazione del grande, spaventoso crimine, il genocidio della Shoah, con gli avvenimenti al Confine Orientale, tra Italia e Jugoslavia, fra il 1941 e il 1948, grosso modo. Non pretendo che abbia letto il mio precedente intervento sulle pagine del Manifesto, del 9 febbraio, ma un’occhiata, se avesse un minuto di tempo, mi permetto di suggerirle di dare a quell’articolo. Nel Suo discorso Ella ha precisamente ribaltato il mio argomentare, che poneva in guardia dall’uso scorretto del termine «negazionismo», che si riferisce, propriamente, alle ideologie che negano Auschwitz, ossia sostengono che mai è esistita una volontà sterminazionista e genocidaria nel nazismo.

Da qualche tempo, ahimè, la destra estrema si è impadronita della parola e la va usando a proprio piacimento, e in particolare ne fa uno strabiliante abuso sulla «questione foibe», e applica l’etichetta, che ovviamente suona infamante, a chi semplicemente si impegna, scientificamente – tutti gli storici degni di questo nome – , nella ricerca della verità in merito alle «complesse vicende del Confine Orientale», come recita la legge del 2004, istitutiva del «Giorno del ricordo», non a caso voluto a ridosso di quello «della memoria» che dovrebbe invece rammemorarci, nel giorno dell’apertura dei cancelli di Auschwitz da parte dell’Armata rossa.

Ella, signor Presidente, non senza un palpabile disprezzo, ha parlato di «piccole sacche di deprecabile negazionismo militante», che si ostinerebbero a «negare»: che cosa? La «pulizia etnica» che viene identificata come la somma dei «crimini comunisti» in quelle terre. E lodevolmente, Lei, signor Presidente, invita allo studio della storia. Ma è precisamente ciò che i «negazionisti» nel distorto messaggio che Ella ha tenuto, cercano di fare, e vengono insultati, isolati, quasi cancellati. E mentre giornalisti senza etica e politici in caccia di voti snocciolano cifre fantastiche (1000, 2000, 10.000, 20.000, fino alle 30.000 annunciate da un tg nazionale ieri in apertura…), il paziente lavoro dei ricercatori propone un’altra versione, frutto dello scavo (compreso quello tremendo delle cavità del Carso chiamate “foibe”), dell’accumulo di documenti, delle prove testimoniali verificate.

La storiografia ci dice tutt’altro dalla chiacchiera politico-mediatica: le vittime accertate, ad oggi, furono poco più di 800 (compresi i militari), parecchie delle quali giustiziate, essendosi macchiate di crimini, autentici quanto taciuti, verso le popolazioni locali: nessun generale italiano accusato di crimini di guerra è mai stato punito.

E 400mila civili slavi rastrellati, deportati, torturati e fucilati semplicemente vengono cancellati. Spiace che anche le autorità istituzionali a Lei seconde e terze, abbiano ritenuto di usare espressioni gravi quanto infondate: «Genocidio programmato contro gli italiani», dice la presidente del Senato; «Le atrocità nazifasciste non sono una giustificazione», aggiunge il presidente della Camera.

Spiace soprattutto che le Sue parole abbiano, involontariamente, offerto un formidabile assist ai soliti Salvini – che equipara tout court Shoa e foibe pericolosamente banalizzando l’Olocausto – e Meloni, ai quali non è sembrato vero di poterne approfittare con altri inquietanti anatemi, mentre l’intero schieramento della destra usava con cinica disinvoltura il Suo discorso, Presidente, per berciare contro «i negazionisti» (etichettati senza mezzi termini «comunisti»).

Ieri la delegazione del Pd ha abbandonato le celebrazioni alla cosiddetta foiba di Basovizza, davanti alla plateale strumentalizzazione da parte della destra. Episodio che dovrebbe forse indurLa, Presidente, a una maggior prudenza.

Il Suo discorso, mi consenta, insomma, fa un grave torto alla conoscenza storica, che Ella, lodevolmente, incita a perseguire, e genera conflitti che Ella e la legge del 2004 vorrebbero chiudere.

di Angelo d’Orsi – Il Manifesto

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-foibe_lettera_di_amarezza_e_sconcerto_a_mattarella_dello_storico_angelo_dorsi/82_33026/

“Guerra fredda” sulla Libia

Grande preoccupazione in diversi Stati dell’Unione Europea per gli sviluppi della crisi in Libia in questo inizio anno. C’è da chiedersi quali siano le ragioni vere di questo stato d’animo. Li tormenta il dramma umanitario in cui vivono i libici – o gli immigrati africani ammassati nei centri di detenzione gestiti da trafficanti – in seguito alla guerra che ha annientato questo Paese, il quale fino a 9 anni fa era il più prospero dell’Africa? Niente affatto! Occorre ricordare con insistenza che l’UE, sotto l’ombrello della Nato, è stata complice della guerra che nel 2011 ha distrutto la Libia. Alcuni dei suoi Stati membri hanno partecipato direttamente a questo crimine di guerra: la Francia e la Gran Bretagna in primis, altri indirettamente come nel caso dell’Italia, che mise a disposizione della Nato le proprie basi militari e qualche cacciabombardiere per colpire illegalmente le città libiche. La Francia e l’Italia sono da qualche anno ai ferri corti riguardo alla questione libica per ragioni geostrategiche, contribuendo così all’incancrenirsi della crisi.

È da notare la totale assenza della diplomazia degli Stati africani circa il problema libico. L’Unione africana – un organismo addomesticato dalle grandi potenze occidentale – al vertice svoltosi il 9-10 febbraio ad Addis Abeba, ha lamentato la sua esclusione dai negoziati e si è limitato a denunciare l’ingerenza di Paesi terzi in Libia e la violazione dell’embargo sull’esportazione di armi verso questo Paese.

Il vero motivo della recente mobilitazione frenetica delle cancellerie europee circa la questione libica che si è palesemente manifestata con la conferenza internazionale di Berlino, il 21 gennaio scorso, è l’entrata in scena in maniera palese della Turchia e della Russia nella crisi libica. La scelta di Berlino non è stata casuale: la Germania fu contraria alla guerra della Nato contro la Libia e quindi era più adatta a dare qualche briciolo di credibilità a questo summit. Il vertice, al quale hanno partecipato, tra gli altri, Merkel, Macron, Johnson, Conte, Erdogan e Putin, non ha portato a nessun risultato concreto se non quello di sottolineare da Berlino che l’UE non può essere esclusa dalla questione libica. È da notare che i due rivali libici, al Sarraj e Haftar, erano a Berlino ma non sono stati invitati a partecipare ai lavori.

La Turchia e la Russia non ebbero nessun ruolo effettivo nella guerra che ha portato all’eliminazione di Gheddafi e alla disfatta dello Stato libico; tuttavia riconobbero la legittimità dell’illegittimo Consiglio Nazionale di Transizione istituito dalla Nato all’inizio della famigerata Rivoluzione del 17 febbraio. Fecero anche loro probabilmente dei calcoli in funzione dei propri interessi geopolitici. La Libia è un Paese parecchio appetibile.

La Turchia è entrata a gamba tesa in Libia sfruttando il suo legame con i Fratelli musulmani, i quali controllano il governo di Tripoli guidato da al Sarraj, che gode dell’appoggio dell’Onu (la credibilità di questa organizzazione oggi lascia il tempo che trova). Gli accordi siglati tra al Sarraj ed Erdogan il 27 novembre dell’anno scorso, che sanciscono una cooperazione militare e marittima, sono la prova che la Turchia sta facendo sul serio. Ciò ha messo in allerta i Paesi europei. Questi accordi hanno fatto infuriare anche la Grecia, l’Egitto e Israele, che si sono sentiti esclusi dallo sfruttamento delle potenziali ricchezze, in termini di risorse naturali, che il Mar Mediterraneo potrebbe rappresentare. Il Paese dispone al largo delle sue coste di ingenti riserve di gas naturale off-shore. Inoltre, il parlamento turco ha approvato all’inizio di gennaio di quest’anno un’interpellanza presentata dal governo di Ankara per sostenere militarmente quello di Tripoli. La Turchia ha di recente mandato armi e soldati in Libia. Secondo diverse fonti attendibili, Erdogan ha messo a disposizione di al Sarraj anche milizie provenienti dalla Siria. Si tratta di combattenti legati ai Fratelli musulmani, tra i quali ci sono esponenti del cosiddetto Esercito Siriano Libero, che Ankara manovra da diversi anni nel disperato tentativo di far cadere il governo di Damasco. Questi combattenti, sotto il comando dei militari turchi, occupano oggi diverse città nel nord-est della Siria e sono operativi anche nella provincia di Idlib assieme ai jihadisti di al Qaeda. Quando fu scatenata la guerra contro la Siria nel 2011, la Turchia partecipò alla trasferta nel territorio siriano dei jihadisti libici di al Qaeda. La faccenda fu ampiamente documentata da Seymour Hersh nell’inchiesta “The Red Line and The Rat Line” pubblicata dalla London Review of Books (aprile 2014). Oggi, mandare questi jihadisti in Libia è un modo per Ankara di liberarsene perché si teme che, una volta finita la guerra a favore di Damasco, potrebbe ritrovarseli a casa propria. Inoltre, se la Turchia diventasse un Paese determinate nel futuro panorama politico della Libia, Erdogan potrebbe giocare la carta dell’immigrazione dall’Africa per ricattare l’Europa (come sta facendo, sfruttando la crisi dei profughi siriani).

La Russia ha un approccio alla crisi molto diverso da quello della Turchia. A differenza di Erdogan, Putin non ha optato per una scelta netta di campo. Apparentemente egli sembra più propenso a sostenere il generale Haftar. Quest’ultimo controlla gran parte de territorio libico e soprattutto dei principali siti petroliferi del Paese. Ed è diventato un personaggio imprescindibile nel panorama politico libico. Mosca sa bene che, per promuovere i suoi interessi geostrategici, deve cercare di puntare sul cavallo vincente. La strategia della Russia è quella di entrare con determinazione nel mercato degli idrocarburi libici per controllare il mercato europeo di cui essa è il principale fornitore. Si vocifera che vi siano oggi mercenari russi del gruppo Wagner nell’est della Libia per sostenete Haftar e soprattutto per vigilare sui pozzi di petrolio della zona di Fezzan. Ma il Cremlino lo nega.

Mosca, in realtà, dialoga da tempo anche con il governo di Tripoli. Lo fa per motivi strategici. A differenza di Ankara non vuole mettere tutte le uova nello stesso paniere. Riguardo al petrolio, nel 2017, la multinazionale pubblica russa Rosneft ha firmato un accordo di collaborazione con la Compagnia nazionale libica controllata dal governo di Tripoli.

La Russia gioca quindi su due fronti. Sia al Sarraj che Haftar sono stati contemporaneamente a colloquio con Putin a metà gennaio scorso per tentare di giungere ad un compromesso politico, invano. La Russia punta con la sua lungimirante diplomazia ad accreditarsi come il Paese in grado di aiutare i libici a risolvere politicamente la loro grave crisi. Questo ruolo di mediatore non lo possono assumere l’UE e gli Usa, perché sono parte integrante del problema. Sembra che gli Usa abbiano affidato la questione ai loro alleati europei. Il segretario di Stato Mike Pompeo era presente al vertice di Berlino, il che significa che Washington non è disinteressata alla questione libica ma attende gli sviluppi per reagire, sapendo che Haftar è “il suo uomo e cittadino a Bengasi”. E nemmeno la Turchia ha le carte in regola per tale scopo, perché i libici sono al corrente del disastro che questo Paese ha combinato in Siria.

Se la Russia dovesse un giorno riuscire in questo arduo compito di mediazione politica, potrebbe collocare una sua base militare in Libia. Ciò sarebbe un altro successo per il Cremlino dopo quelli ottenuti in Siria – e anche in Ucraina, con l’annessione della Crimea – nella rinnovata “guerra fredda”. Ed è proprio quello che fa perdere il sonno ai leader della Nato.

di Mostafa el Ayoubi per l’AntiDiplomatico

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-guerra_fredda_sulla_libia/82_33022/

 

Stadio, Mercafir, Aeroporto: quella muraglia che Firenze non merita. Le alternative

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Egitto, Amnesty International denuncia l’arresto arbitrario e la tortura di Patrick Zaki

“L’arresto arbitrario e la tortura di Patrick Zaki rappresentano un altro esempio della sistematica repressione dello stato egiziano nei confronti di coloro che sono considerati oppositori e difensori dei diritti umani…” Read More “Egitto, Amnesty International denuncia l’arresto arbitrario e la tortura di Patrick Zaki”

HIT Show 2020: Inaccettabile passerella di politici per incentivare la diffusione delle armi

La fiera delle armi di Vicenza HIT Show 2020: Inaccettabile passerella di politici per incentivare la diffusione delle armi. Gravi responsabilità degli organizzatori del salone fieristico

Brescia, martedì 11 febbraio 2020

La fiera HIT Show di Vicenza si è trasformata anche quest’anno in una passerella per diversi rappresentanti politici del centro-destra per incentivare la diffusione delle armi. La presenza per il terzo anno consecutivo del leader della Lega, Matteo Salvini, al quale gli organizzatori del salone fieristico hanno steso il tappeto di benvenuto per un “bagno di folla” e per l’immancabile discorso infarcito di selfie, e di altri rappresentanti dei partiti del centro-destra evidenzia il vero obiettivo degli organizzatori dell’evento fieristico: fare di HIT Show l’appuntamento annuale per stabilire e rafforzare contatti politici al fine di favorire le politiche di detenzione civile di armi da fuoco.

Tutto questo non solo è inaccettabile per un salone fieristico che si presenta come “la fiera italiana dedicata a caccia, tiro sportivo e passioni outdoor”, ma è altamente irresponsabile. Come ha  messo in luce l’ultimo rapporto della Polizia di Stato dal titolo “Questo non è amore”, nel 2018 la maggior parte dei femminicidi in Italia è stata commessa con “armi da fuoco” (38%): tale percentuale supera ampiamente quella con “armi da taglio” (29%), per soffocamento (20%) e con “oggetto contundente” (13%). E, come ha specificato un ampio e dettagliato rapporto del Centro di Ricerche Economiche e Sociali EURES dal titolo “Omicidi in famiglia”, nel 2018 quattro vittime su dieci in famiglia sono state uccise con armi da fuoco e nel 64,6% degli omicidi familiari l’assassino risultava in possesso di un regolare porto d’armi. Il confronto con il numero di omicidi di tipo mafioso (19 nel 2018, dati ISTAT) e per “furti o rapine” (12 nel 2018, dati ISTAT) mette in luce un’evidenza ineludibile: oggi in Italia le armi nelle mani dei legali detentori di armi uccidono più della mafia e dei rapinatori. E uccidono soprattutto le donne.

Sostenere pertanto, come ha fatto Matteo Salvini oggi a HIT Show, che “le armi ad uso sportivo e per le persone perbene non devono far paura” non costituisce solo un’evidente sottovalutazione di un problema gravissimo come gli omicidi in famiglia ed in particolare i femminicidi, ma rappresenta una pericolosa legittimazione della detenzione di armi nelle case e nelle famiglie.

Tale legittimazione trova in HIT Show la sua massima espressione in Italia. Non a caso, le voci critiche e il confronto pluralistico sui temi della detenzione di armi, della loro diffusione e pericolosità in relazione al problema della sicurezza pubblica sono costantemente assenti all’interno del programma culturale, dei convegni e dei dibattiti promossi dalla manifestazione fieristica. Non solo: negli anni scorsi a HIT Show è stato possibile all’interno di alcuni stand anche raccogliere firme per iniziative di rilevanza politica (proposte di legge per la “legittima difesa”, petizioni e campagne contro le norme europee, ecc.), organizzare eventi “culturali” con i rappresentanti di un solo partito e finanche fare propaganda elettorale.

Tutto questo configura HIT Show come un’abile operazione ideologico-culturale per promuovere la diffusione delle armi. HIT Show è infatti l’unico salone fieristico in tutti i paesi dell’Unione Europea in cui sono esposte tutte le armi cosiddette “comuni” (cioè praticamente tutte tranne quelle “da guerra”) a cui è permesso l’accesso al pubblico generico compresi i minorenni “accompagnati da un adulto”. Un’operazione che riteniamo inammissibile per una fiera merceologica.

Sono pertanto gravi le responsabilità degli organizzatori di HIT Show ed in particolare di  Italian Exhibition Group (IEG) e di Anpam (Associazione nazionale dei produttori di armi e munizioni). In questo contesto va ricordato che Italian Exhibition Group (IEG) è una società per azioni i cui principali azionisti sono alcuni Enti pubblici tra cui il Comune e della Provincia di Rimini, il Comune e della Provincia di Vicenza e la Regione Emilia Romagna. Da diversi anni chiediamo agli amministratori di questi Enti locali, ed in particolare ai sindaci di Rimini e di Vicenza, di farsi promotori presso IEG di un regolamento rigoroso di HIT Show. La mancata implementazione di questo regolamento, nonostante le richieste espresse anche in mozioni approvate nei Consigli comunali delle due città, è un’ulteriore evidenza della volontà degli organizzatori di HIT Show di utilizzare il salone fieristico come piattaforma di lancio nazionale per le politiche che favoriscono la diffusione delle armi.

Rinnoviamo pertanto la nostra richiesta alle Amministrazioni di Rimini e di Vicenza, e soprattutto ai due sindaci, Andrea Gnassi e Francesco Rucco, ad assumere al più presto e con fermezza tutte le iniziative necessarie nei confronti degli organizzatori di HIT Show, ed in particolare la dirigenza di Italian Exhibition Group (IEG), affinché venga implementato un codice di responsabilità sociale d’impresa e relativo regolamento in grado di garantire che il salone fieristico “HIT Show Outdoor Passion” sia conforme alle finalità dichiarate e cioè una manifestazione “dedicata alla caccia, al tiro sportivo e all’outdoor”, escludendo pertanto l’esposizione di armi e strumenti non conformi a questi settori (armi da difesa personale, per corpi di polizia e di sicurezza pubblica e privata, armi da guerra ad uso collezionistico, ecc.), vietando ogni tipo di attività a iniziative di rilevanza politica, proibendo l’esposizione di materiali pubblicitari per formazioni di tipo paramilitare e mercenario e vietando l’accesso agli spazi espositivi di armi a persone che non abbiano compiuto la maggiore età anche se accompagnate.

Esprimiamo il forte rammarico per l’assenza dei sindaci di Rimini e Vicenza al dibattito pubblico sul salone fieristico HIT Show al quale li avevamo invitati in occasione del convegno che abbiamo organizzato sabato scorso a Vicenza. Riteniamo molto grave che i rappresentanti di amministrazioni comunali si sottraggano al confronto pubblico su questioni di chiaro interesse nazionale come il salone fieristico HIT Show ed ancor più in considerazione del loro ruolo di rappresentanti degli enti pubblici che sono tra i maggiori azionisti della società per azioni che organizza il salone fieristico.

Manifestiamo, infine, la nostra disponibilità a proseguire l’interlocuzione con le suddette Amministrazioni e con tutte le parti interessate affinché si arrivi al più presto a definire strumenti idonei per superare l’anomalia che HIT Show rappresenta nel panorama fieristico europeo e per pervenire ad un preciso e rigoroso regolamento per gli espositori e per i visitatori che espliciti l’assunzione di responsabilità etica e sociale del salone fieristico.

Comunicato Stampa 10 Febbraio 2020

http://opalbrescia.org/inaccettabile-passerella-di-politici-per-incentivare-la-diffusione-delle-armi-gravi-responsabilita-degli-organizzatori-del-salone-fieristico/

 

Il revisionismo sulla «questione foibe» e la storia riscritta ad uso politico

Sotto l’insegna del politicamente corretto stiamo compiendo grandi passi verso la eliminazione di ogni spazio di dissenso dal pensiero dominante, che è, come insegna Marx, il pensiero delle classi dominanti. Basterebbe questa considerazione per renderci più attenti e critici. La tendenza in atto su scena internazionale, nel mondo occidentale, a cominciare dall’Unione Europea e degli Stati Uniti, è quella di una trasformazione del potere politico in organo giudicante della legittimità delle interpretazioni storiografiche e dello stesso dibattito delle idee: e distrattamente, colpevolmente, troppi di noi hanno trascurato le implicazioni di questa tendenza.

La lotta contro l’antisemitismo ha portato, talora innocentemente, talaltra capziosamente, alla persecuzione giudiziaria, in sede penale, delle forme di negazione o persino di “banalizzazione” della Shoah. Una legislazione in tal senso si sta imponendo sulle due sponde dell’Atlantico, nel silenzio ignaro o ignavo di troppi. La risoluzione UE dello scorso settembre di equiparazione nazismo/comunismo, con allusione a sanzioni penali verso chi non rimuove simboli di quei “regimi”, è stata criticata, ma rimane come un macigno e può essere lo strumento politico prima che legale per perseguitare coloro che credono ancora nel socialismo e che non aborrono, anzi, la Falce e Martello. Un panpenalismo internazionale sta percorrendo l’Occidente da decenni, ormai, e in Italia si connette essenzialmente al tema del “negazionismo”, un termine su cui varrà la pena di riflettere, al più presto, dato il suo carattere ampio quanto evanescente. E in effetti viene adoperato a destra e a manca, in modo completamente privo di scientificità. Negazionismo, esecrando, è quello di chi nega le camere a gas, e i campi di sterminio nazisti; ma per una sciagurata estensione di un “non-concetto” viene bollato come “negazionismo” l’atteggiamento di chi, su qualsivoglia tema, provi a ragionare seriamente sui fatti della storia, rimanendo ostinatamente aggrappato ai documenti, come invitava a fare Marc Bloch, uno storico ebreo, è opportuno precisare, militante antifascista, ucciso dai nazisti. In sintesi, occorre non farsi coartare dal senso comune e men che meno dalle disposizioni di legge, nel campo tanto della ricerca scientifica quanto della discussione intellettuale.

E su questo passaggio siamo stati davvero poco attenti, ed è tempo di reagire con vigore. Intanto, va ribadito che nessuna idea deve essere impedita a furia di norme giuridiche. Il dibattito delle idee deve essere assolutamente libero, e questo ce lo ha insegnato la grande tradizione umanistica, e poi illuministica e liberale, da Lorenzo Valla a John Locke, da Voltaire a Tocqueville. E per quanto concerne i fatti storici, solo la storiografia, ossia la comunità estesa di chi studia professionalmente, scientificamente, e più in generale la comunità intellettuale, rappresenta il “tribunale” che può e deve accogliere o respingere le tesi storiche o pseudo-storiche. Le cattive idee vanno tenute a bada, contrastate con buone idee, le tesi infondate vanno contestate con ricostruzioni scientificamente fondate. Nessun organo politico, nessuna legislazione, possono essere tirati in campo per combattere idee: questo deve essere un punto irrinunciabile. Tanto più se si entra nel campo della storia: se si accetta che siano il potere legislativo o esecutivo, i parlamenti e i governi, a decidere della fondatezza di una tesi storiografica, si finisce per accogliere il principio che la storia sia un campo di opinioni, invece che, come è e come deve essere, un campo di ricerca scientifica. Gli elogi postumi a Giampaolo Pansa, anche da parte di chi in vita lo aveva criticato, sono stati solo l’ultimo esempio di come la moneta cattiva (l’opinionismo, la “doxa”, presentato come valida alternativa alla ricerca) abbia finito per scacciare dal mercato intellettuale la moneta buona (la storia vera e propria fondata sul principio dell’“episteme”, del sapere scientifico). E Pansa ha avuto responsabilità gravissime in tal senso, anche a prescindere dalle tesi farlocche da lui proposte al pubblico che se ne è abbeverato.

Va aggiunto che l’insipienza non sempre innocente della nostra classe politica ha realizzato un micidiale combinato disposto fra il 27 gennaio e il 10 febbraio, quasi fondendo le due date, in una melassa politicamente corretta rispetto alla quale chi prova a ragionare, documenti alla mano rischia di essere bollato come “negazionista”, in una inaccettabile estensione del “non concetto”, e una sua torsione dal campo antifascista a quello fascistoide o decisamente fascista, nella narrazione delle tormentate vicende del Confine orientale.

Ne è esempio la censura preventiva a cui viene sottoposta, da tempo, ma con una progressione inquietante, colei che è, con pochissimi altri, la più informata studiosa dellavexata quaestiofoibe/esodo, Claudia Cernigoi, la quale ormai trova difficoltà a parlare in pubblico, fatta oggetto di campagne denigratorie, e di intimidazioni al limite della vera e propria persecuzione. L’ultimo episodio è il ritiro della concessione di spazi per conferenze sul tema, prima a Cologno Monzese, poi a Pistoia, località naturalmente, entrambe, in mano alla destra; ma va aggiunto che se ciò è stato possibile è perché la sinistra ufficiale, o il cosiddetto centrosinistra, è stata finora silente o corriva, sul tema, nella paura di urtare una parte dell’elettorato. Il comunicato dell’Amministrazione comunale pistoiese rappresenta un inquietante e rozzo esempio paradigmatico degno dell’infausto Ventennio. Il titolo dice già tutto: “Dramma foibe – nessuno spazio pubblico per chi propaganda odiose tesi negazioniste”. Nel testo vi è poi un volgare attacco personale contro la Cernigoi:

tristemente nota alle cronache per aver definito il dramma delle foibe una “montatura gigantesca” e che ha pubblicato un “libro” dal titolo piuttosto eloquente: “Operazione “Foibe” tra storia e mito”

Ora proprio quel lavoro di Claudia Cernigoi, che il comunicato tenta di dileggiare con le virgolette che racchiudono il termine “libro”, è una pietra miliare degli studi sull’argomento. Ma nella campagna contro la verità della storia, il potere politico, la parola di un amministratore ignorante o di un conduttore televisivo contano infinitamente più del rigoroso, diligente, faticoso lavoro di ricerca negli archivi e nelle biblioteche. La “verità politica” (si pensi a certi discorsi recenti di autorità dall’ex presidente del Parlamento UE, Tajani, allo stesso presidente Mattarella, che ha finito per accogliere le posizioni del suo predecessore Napolitano che avevano rischiato di creare conflittualità con le confinanti repubbliche ex-jugoslave) diventa la verità tout court. Con tanti saluti alla storia, ai documenti, alle analisi, e alla stessa onestà intellettuale. Nel comunicato dell’Amministrazione comunale di Pistoia si insiste nell’accusare la Cernigoi di “negazionismo”, con parole che vorrebbero essere infamanti ma appaiono grottesche, parlando di “farneticazioni”. E si rivendica la giustezza della decisione assunta di negare i locali alla conferenza, asserendo che sindaco e direttrice della Biblioteca (dove avrebbe dovuto svolgersi la conferenza)

nello scongiurare che una tale manifestazione d’odio si svolgesse in un luogo pubblico, hanno tutelato con serietà e professionalità non solo la Legge dello Stato e la dignità delle Istituzioni Repubblicane, ma anche la sensibilità di quei discendenti degli esuli istriani, fiumani e dalmati che vivono sul nostro territorio.

La Cernigoi, doverosamente, ha inviato una lettera di precisazioni e contestazioni, dal tono assai misurato, in cui prova a esporre le sue ragioni, che sono quelle della ricerca, e del diritto all’accertamento della verità. Ammesso che venga letta, non credo possa sortire alcun effetto. Ormai siamo a un passo dal delirio e chi non accetta il mainstream politico-mediatico viene bollato con marchio d’infamia. Invece della “lettera scarlatta”, la famigerata A (per “adultera”), dell’immorale romanzo di Hawthorne, avremo una “N” per “negazionista” e magari pure un simbolino? Possibile che la storia non insegni?

Basti pensare che negli stessi giorni giunge la notizia, ancora più preoccupante, che un rappresentante triestino del partito neofascista di Giorgia Meloni, tale Walter Rizzetto, ha avanzato una proposta di legge, così intitolata: “Nuove misure per punire il negazionismo e attribuzione alle associazioni di esuli Fiumani, Istriani e Dalmati di un ruolo primario per difendere la storia del confine orientale”, proposta sottoscritta da tutti i suoi sodali del Gruppo parlamentare.Ad abundantiam, Rizzetto ha dichiarato:

Chiediamo che le associazioni di esuli siano interpellate dagli enti locali prima di autorizzare o concedere spazi per lo svolgimento di eventi sulle foibe, e che siano le sole ad essere coinvolte nell’elaborazione dei piani di formazione ed insegnamento nelle scuole, per garantire una testimonianza autentica di quegli accadimenti per troppo tempo occultati. Ciò anche allo scopo di estromettere enti e soggetti che in passato, nell’intraprendere tali iniziative sulle foibe, hanno rappresentato quei tragici fatti in modo distorto per meri fini politici. Chiediamo inoltre una modifica al codice penale affinché sia previsto specificamente come reato l’apologia e negazione degli eccidi delle foibe. 

La proposta di legge, a tal fine, chiede la variazione dell’Art. 604-bis, terzo comma, del Codice Penale, con l’inserimento accanto all’apologia della Shoah, quella “dei massacri delle foibe”. Ecco appunto si arriva al cuore della questione: punire il negazionismo o il riduzionismo o la banalizzazione della Shoah, apre la strada ad altri analoghi divieti, che presumibilmente cresceranno, e nondimeno potranno cambiare in base alle maggioranze politiche.

Ecco, quindi, la storia governativa, degna dei peggiori regimi dittatoriali.

Tutto questo non fa risonare un campanello d’allarme? La comunità intellettuale, a cominciare da quella degli storici, non ritiene di avere nulla da dire?

di Angelo d’Orsi – temi.repubblica.it

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_revisionismo_sulla_questione_foibe_e_la_storia_riscritta_ad_uso_politico/82_33009/

Foibe: “La giornata della falsa coscienza”

La giornata della memoria odierna non ha ragioni storiche, ma politiche. È stata artificialmente creata per istituzionalizzare l’anticomunismo. Si tratta di una creazione tutta interna alla cultura liberale, sebbene non manchi in suo sostegno il solito codazzo di fascisti, nostalgici e patetici imbecilli di varia natura. L’obiettivo è semplice: equiparare il comunismo e qualsiasi sua declinazione al fascismo e al nazismo, indipendentemente dalla fondatezza storica degli argomenti adoperati. La giornata di oggi si iscrive dunque nel grande progetto, sostenuto anche dal parlamento europeo, di messa al bando della vicenda del movimento operaio internazionale e di reductio ad hitlerum della sua storia.

Quando andremo al potere, perché prima o poi ci andremo, istituiremo “La giornata della falsa coscienza” e la fisseremo proprio per il 10 febbraio.

di Paolo Desogus (Professore associato all’Università Sorbonne di Parigi)

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-foibe_la_giornata_della_falsa_coscienza/82_33010/

 

Interferone alfa 2B: il farmaco cubano usato in Cina contro il coronavirus

Nella lotta della Cina contro il coronavirus c’è un contributo importante che arriva da Cuba. Si tratta del farmaco Interferone alfa 2B, che troviamo nell’elenco di quelli scelti dalla Commissione Nazionale Sanitaria Cinese per affrontare il virus.

Nel suo account Twitter il presidente di Cuba, Miguel Díaz-Canel, ha scritto: «Interferone alfa 2B: la medicina cubana usata in Cina contro il coronavirus. Il nostro sostegno al governo e al popolo cinese nei loro sforzi per combattere il coronavirus».

Il farmaco è uno dei circa 30 farmaci scelti dalla Commissione Nazionale Sanitaria Cinese per curare le condizioni respiratorie e, secondo le dichiarazioni sulla televisione cubana del Dr. Luis Herrera Martínez, consulente scientifico e commerciale del Presidente di BioCubaFarma, la sua selezione è dovuta all’efficacia mostrata in precedenza contro virus con caratteristiche simili.

Herrera Martínez ha affermato che un trasferimento tecnologico è stato effettuato anni fa nella provincia di Jilin, da cui è emerso lo stabilimento cinese-cubano ChangHeber, nella città di Changchun. In questa fabbrica “viene prodotto lo stesso nostro prodotto, esattamente con la stessa tecnologia, e risponde agli standard di qualità approvati dalle autorità di regolamentazione cinesi e cubane”.

«Lo stabilimento Changheber cinese-cubano di Jilin produce Interferone alfa (IFNrec) dal primo giorno del capodanno lunare con l’uso della tecnologia cubana. La Commissione sanitaria cinese ha selezionato il nostro prodotto tra quelli usati nella lotta contro il coronavirus», ha confermato la presidenza di Cuba sul suo account Twitter.

Secondo l’ambasciatore cubano in Cina, Carlos Miguel Pereira, l’impianto di produzione misto Changheber ha iniziato la preparazione del farmaco cubano dal 25 gennaio, tenendo conto «del suo potenziale per curare le condizioni respiratorie».

Secondo gli specialisti, IFNrec viene applicato contro le infezioni virali causate da HIV, papillomatosi respiratoria ricorrente causata da papillomavirus umano, condiloma accumulato ed epatite di tipo B e C, oltre ad essere efficace nelle terapie contro diversi tipi di cancro.

Alla fine del 2019, la Cina ha annunciato di aver rilevato un nuovo ceppo di coronavirus, elencato come 2019-nCoV, nella città di Wuhan. La malattia può essere trasmessa da persona a persona ed è contagiosa senza sintomi durante la fase di incubazione, fino a 14 giorni.

Il 30 gennaio, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha decretato un’emergenza internazionale per la diffusione del nuovo coronavirus.

Fonte: Cubadebate

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-interferone_alfa_2b_il_farmaco_cubano_usato_in_cina_contro_il_coronavirus/82_33013/

10 febbraio, il giorno del falso ricordo

Il 10 febbraio tutti i neofascisti italiani sono in piazza dal lato dello stato e dell’opinione pubblica ufficiale. Li legittima pienamente il giorno del ricordo,  istituito nel 2004  dal centrodestra e dal centrosinistra assieme, con il meritorio voto contrario dei comunisti allora presenti in Parlamento. In verità la rivendicazione di una giornata per ricordare le vittime italiane della liberazione antifascista della Jugoslavia era un obiettivo di tutti i neofascisti italiani e del loro partito,  il MSI,  fin dal 1947. Solo negli anni 2000 però questo obiettivo storico dell’estrema destra potè realizzarsi,  grazie a quella sinistra che poi sarebbe diventata il PD e che nel suo decennale processo trasformista scelse anche di riscrivere la storia.  Cosa che un esponente di quel partito,  Luciano Violante, aveva iniziato a fare nel 1996 quando da presidente della Camera aveva chiesto comprensione per la scelta sbagliata dei “ragazzi di Salò.

La destra neofascista nel dopoguerra ha sempre usato Trieste, l’Istria, la Dalmazia, che non è mai stata italiana se non per una città, e naturalmente le foibe come contraltare alla  Resistenza e alla lotta di liberazione al nazifascismo. Era una sorta di par condicio che la destra rivendicava: ci sono stati i campi nazisti e lo sterminio degli  ebrei, ma ci sono state anche  le foibe e la persecuzione degli italiani da parte degli slavi comunisti.
Per tutta la prima Repubblica solo formazioni reazionarie,  legate al golpismo degli apparati dello stato,  e il MSI sostennero questa rivendicazione, che invece tutto l’arco delle forze costituzionali respingeva,  proprio perché non accettava alcuna equiparazione  tra la violenza e le stragi del nazifascismo e quanto avvenne tra i popoli liberati nell’immediato dopoguerra. Anche eventuali eccessi nella liberazione venivano addebitati alla scia di sangue e terrore che i nazifascisti avevano lasciato in ogni angolo dell’Europa. La memoria del fascismo era viva e sembrava puro e semplice orrore qualsiasi  attenuazione delle sue  responsabilità su ogni evento di guerra. Altrettanto viva era la memoria del contributo determinante dato dall’Unione Sovietica e dai comunisti alla sconfitta del nazifascismo. Queste memorie vive permettevano di superare una  storica area  grigia nei ricordi ufficiali del nostro paese, quella che nascondeva la violenta oppressione, la pulizia etnica, la negazione dello stesso diritto all’esistenza, per  le popolazioni slave dei territori acquisiti dall’Italia nel 1918 e di quelli occupati dai fascisti fino al  1943.
Le infamie commesse dagli italiani nei confronti degli slavi erano  rimosse anche nella prima repubblica e questa rimozione è stata alla base della falsificazione storica e politica successiva. Crollata l’URSS, distrutta la Jugoslavia con la guerra, costruito un nuovo sistema europeo fondato sul liberismo e sulla espansione della NATO ad est, in Italia il nuovo sistema politico,  che aveva cancellato il PCI, la DC, il PSI, fece propria la vecchia  rivendicazione neofascista. Da un lato Berlusconi sdoganò i fascisti nel centro destra, dall’altro il centrosinistra,  nella furia di apparire  diverso dal passato comunista,  scelse di essere più realista del re.
Così in Italia con la decisione bipartizan sul giorno del ricordo fu anticipata quella risoluzione del Parlamento UE che ha recentemente equiparato nazismo e comunismo. Siamo stati i primi a riscrivere la storia della guerra  in funzione del potere e come in altre anticipazione reazionarie abbiamo fatto scuola. Le foibe sono diventare l’altro peso sulla bilancia di Auschwitz e le celebrazioni degli orrori del nazismo sono state equilibrate da quelle degli orrori del comunismo. Ciò che in Italia negli anni cinquanta chiedeva il gruppo eversivo di Pace e Libertà è diventata l’ideologia della Repubblica.

Poco importa che storici valenti e documentati abbiano dimostrato che la costruzione sulle foibe e sulle traversie degli italiani sia una montatura e distorsione di fatti che hanno altre ragioni e dimensioni. C’è una foto che è il simbolo di questa falsa costruzione, essa mostra soldati che fucilano civili inermi ed  è stata a  lungo diffusa come prova visiva dello sterminio degli italiani da parte degli slavi comunisti.  Ma in realtà quella foto simbolo del giorno del ricordo rappresenta un fucilazione di ostaggi slavi inermi da parte delle truppe italiane di occupazione. La realtà non conta quando ha di fronte la sopraffazione della ideologia dominante ed infatti i poveri  storici che cercano di raccontarla sono oggetto di ostracismo e minacce violente.

Del resto la stessa data scelta per il giorno delle foibe è significativa del significato revisionista e revanscista della celebrazione.
Il 10 febbraio 1947 l’Italia firmò il trattato di pace con  coloro che aveva aggredito ai tempi del fascismo. Fu una firma giusta e noi oggi dovremmo celebrarla come il giorno del ritorno del nostro paese nella comunità internazionale,  che riconosceva la  definitiva cancellazione dell’Italia fascista, per opera degli italiani stessi con la Resistenza. Dovremmo festeggiare da un lato e anche ricordare con dolore tutto ciò che il fascismo ha fatto pagare al paese, compresa la perdita di una parte del territorio nazionale.

Invece il 10 febbraio la seconda repubblica  maledice chi ha avuto un milione di morti per vincere  la guerra contro il fascismo e nei fatti rivendica l’italianità di territori che ha perso e che non le spettano più. I fascisti ringraziano ed ora attendono che il 25 aprile sia celebrato con i libri di Pansa. E che disegnare la falce e martello sia reato peggiore che disegnare una svastica.

Quando le anime belle si chiedono  perché in Italia la Costituzione antifascista conti così poco e perché figure reazionarie e inquietanti come Salvini pesino così tanto, pensino anche al 10 febbraio, al giorno del falso ricordo.

di Giorgio Cremaschi

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-10_febbraio_il_giorno_del_falso_ricordo/6121_32999/

 

Ex operatore droni militari USA ricorda le atrocità del suo lavoro e condanna assassinio di Soleimani

“Come i nazisti. Peggio dei nazisti”. Ex operatore dei droni militari USA ricorda le atrocità del suo lavoro e condanna l’assassinio di Soleimani

Brandon Bryant ex operatori dei droni militari statunitensi ritiene che “nulla è cambiato” da quando ha lasciato il lavoro nel 2011

Brandon Bryant, un ex operatore di droni dell’aeronautica statunitense, ha nuovamente criticato i bombardamenti con velivoli senza pilota lanciati dall’esercito americano, che accusa di fare cose “come i nazisti, peggio dei nazisti”, come ha ribadito in  un’intervista al media britannico The Sun.

Bryant, che ora ha 34 anni, ha lasciato il suo lavoro nel 2011 dopo aver partecipato per cinque anni a missioni di bombardamento mirate in Pakistan, Iraq e Afghanistan con droni gestiti dacontrollo remoto. Lo stesso anno abbandonò le forze militari, a Bryant  fu diagnosticato un disturbo da stress post-traumatico . Nel 2013, già denunciò le pratiche statunitensi davanti a un gruppo di esperti delle Nazioni Unite e persino davanti al relatore speciale sulla promozione e protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali nella lotta al terrorismo.

Ora l’ex operatore ha nuovamente espresso il suo sdegno per l’operazione degli Stati Uniti contro il maggiore generale Qassem Soleimani, capo della potente Forza Quds dei corpi della guardia rivoluzionaria islamica dell’Iran, che è stato ucciso il 3 gennaio scorso in un attacco lanciato da un aereo senza pilota che ha sparato missili contro il suo convoglio, viaggiando vicino all’aeroporto di Baghdad.

“Quando ho letto per la prima volta di Soleimani, ho pensato: ‘Non può essere, non potrebbero essere così stupidi'”, ha dichiarato Bryant. “Non è cambiato nulla, non hanno ascoltato”, ha aggiunto l’ex operatore di droni, che ha definito l’attacco “illegale”. “Non abbiamo imparato le lezioni del passato. Stiamo ancora facendo cose, non come i nazisti, ma peggio dei nazisti , perché dovremmo conoscerli meglio”, sottolinea l’intervista.

Bryant confessa che l’immagine di un bambino sul suo schermo continua a perseguitarlo fino ad oggi. Come ha spiegato, dopo aver lanciato un missile contro un edificio in cui si trovava il suo obiettivo, ha notato che un bambino è apparso sullo schermo correndo verso l’edificio. Lo disse al suo superiore e agli altri funzionari, ma risposero che era un cane mostrando la loro indifferenza per ciò che accadde.

L’ex operatore di droni ha già  ammesso  che vive tormentato dalla sua partecipazione a questi attacchi e che ricorderà sempre come ha visto morire una delle sue prime vittime. Alla fine del suo lavoro, gli è stato consegnato un foglio con statistiche che contenevano la cifra di 1.626 persone uccise da questi attacchi di droni. Bryant si è scusato con le famiglie delle vittime dei bombardamenti aerei statunitensi a cui ha partecipato.

 

Giornalisti comprati e collusi con la Cia. Il libro di Udo Ulfkotte finalmente in italiano

Arriva, finalmente, nelle librerie italiane “Giornalisti comprati” scritto da Udo Ulfkotte : uno dei più famosi giornalisti tedeschi; il 13 gennaio 2017 trovato morto, a 56 anni, “di infarto” e, ancora più inspiegabilmente, senza alcuna autopsia, cremato immediatamente. Un libro zeppo di nomi e cognomi di giornalisti (tra i quali lo stesso Ulfkotte) che si sono venduti pubblicando “notizie” inventate da servizi di sicurezza, governi, aziende, lobby… Un libro che, dopo un successo straordinario in Germania nel 2014, per anni, non è stato più ristampato (lo trovavate, usato, sul web a cifre elevatissime) e che ora viene pubblicato in Italia dall’editore Zambon.
Essendo davvero arduo soffermarci qui sui tantissimi episodi di conclamata corruzione e di asservimento dei media riportati nel libro, preferiamo riportare in calce l’indice. E preferiamo concludere con quella che è stata l’ultima dichiarazione pubblica di Udo Ulfkotte.

“Sono stato un giornalista per circa 25 anni, e sono stato educato a mentire, tradire e a non dire la verità al pubblico. I media tedeschi e americani cercano di portare alla guerra le persone in Europa, per fare la guerra alla Russia. Questo è un punto di non ritorno e ho intenzione di alzarmi e dire che non è giusto quello che ho fatto in passato: manipolare le persone per fare propaganda contro la Russia e non è giusto quello che i miei colleghi fanno e hanno fatto in passato, perché sono corrotti e tradiscono il popolo non solo quello della Germania ma tutto il popolo europeo.
Agli Stati Uniti e all’Occidente non è bastato vincere sul socialismo burocratico dell’est Europa, ora puntano alla conquista della Russia e alle sue risorse e poi al suo più potente vicino: la Cina. Il disegno è chiaro e solo la codardia dei governi europei e le brigate di giornalisti comprati assecondano questo piano di egemonia globale che, inevitabilmente, determinerà una Terza Guerra Mondiale che non sarà combattuta coi carri armati ma coi missili nucleari.

Ho molto paura per una nuova guerra in Europa e non mi piace avere di nuovo questo pericolo, perché la guerra non è mai venuta da sé, c’è sempre gente che spinge per la guerra e a spingere non sono solo i politici ma anche i giornalisti. Noi giornalisti abbiamo tradito i nostri lettori, spingiamo per la guerra. Non voglio più questo, sono stufo di questa propaganda. Viviamo in una repubblica delle banane e non in un paese democratico dove c’è la libertà di stampa.”

Di Francesco Santoianni

 

Udo Ulfkotte: Giornalisti comprati, Edizioni Zambon, 2020

 

Prefazione (di Diego Siragusa)

Introduzione

Primo capitolo

  • Libertà di stampa simulata: esperienze con gli editori
  • La verità esclusivamente per i giornalisti?
  • Verità comprate: reti d’élite e servizi segreti
  • Come fui corrotto da una compagnia petrolifera
  • Frankfurter Allgemeine Zeitung: dietro le sue quinte c’è a volte una testa corrotta
  • Come i giornalisti finanziano le loro ville in Toscana
  • Ben lubrificato: il famigerato sistema dei premi giornalistici
  • Interviste compiacenti, viaggi come inviato speciale e frode fiscale
  • Ignobili compagni di sbornie. Sguardo nel lavoro sporco dei giornalisti
  • Un pessimo trucco: come si truffano gli inserzionisti
  • La spirale del silenzio: cosa non c’è nei giornali
  • Oggi su, domani giù: esecuzioni mediatiche

 

Secondo capitolo

  • I nostri media: omologati, obbedienti all’autorità e riluttanti a fare ricerche
  • Thilo Sarrazin: un eroe popolare è stato condannato
  • Propaganda: i prussiani dei Balcani stanno arrivando
  • I trucchi per l’inganno verbale della politica e dei media
  • La perdita della credibilità

 

Terzo capitolo

  • La verità sotto copertura: giornalisti di prima classe in linea con le élite
  • Forma la tua opinione (Bild Dir Deine Meinung)
  • Giornalisti testimoni di nozze: come formare il proprio potere
  • Come spunta Kai Diekmann?
  • L’Atlantik-Brucke
  • Nella morsa dei servizi segreti
  • I nomi: contatti controversi
  • Elogi imbarazzanti
  • Potere sotto copertura: tecniche di propaganda classica
  • Kallmorgen e Bohnen – Dubbi di esperti di pubbliche relazioni e di giornali rinomati
  • I Trolls di Obama: la quinta colonna degli Stati Uniti d’America
  • Lo spirito del Rockefeller: la Commissione Trilaterale
  • In memoria del capo del Frankfurter Allgemeine Zeitung
  • Comprare contatti con grandi nomi? La nobiltà distrutta
  • II potente circolo Bilderberg: teoria o realtà del complotto?

 

Quarto capitolo

  • Comprati un giornalista – L’informazione viscida
  • Due terzi dei giornalisti sono corrotti
  • Piacevoli favori: come rendere i media compatibili
  • Rivelazione: i guadagni aggiuntivi
  • Lavaggio del cervello: le forbici nella testa
  • Votare col portafoglio: i giornalisti diventano casi sociali
  • Imparziale? L’impero dei media della SPD

 

Quinto Capitolo

  • Casi di studio del Fronte della Propaganda
  • L’obiettivo superiore: l’amputazione dell’identità tedesca
  • L’ora delle favole della Merkel: come il governo federale mente alla popolazione
  • Battaglia di bugie: la propaganda di Sabine Christiansen e Ulrich Wickert
  • Pubblicità da detersivo per una moneta: l’agenzia pubblicitaria Mannstein
  • Il fallimento della democrazia
  • La redazione come scena del crimine: il lato oscuro del mondo dei media
  • Che fare?

Epilogo

Note

Indice dei nomi

 

Il Premio Oscar Joaquin Phoenix pronuncia un appassionato discorso a difesa degli animalii

“Veg Important People”: oggi sono davvero tante le star che hanno scelto la ‘vita green’, uno stile di vita sano basato sulla dieta vegana e sul rispetto degli animali e dell’ambiente, da Anne Hathaway ad Ariana Grande, dal tennista Novak Djokovic che abbiamo visto sul palco di Sanremo all’attivista per eccellenza Joaquin Phoenix che stanotte alla 92ª edizione degli oscar con un discorso appassionato sui DIRITTI DI CHI NON HA VOCE ha commosso tutti, esortando a recuperare il contatto con l’altro, con il diverso, con la natura.

Esultano gli Animalisti Italiani per lo spazio che viene dato anche alla causa animalista. Walter Caporale, Presidente dell’Associazione dichiara: “Parole forti, vere, cariche di emozione. Ci siamo commossi, ripercorrendo come in un flashback anni di lotte degli Animalisti Italiani per i diritti dei più deboli, esseri umani e esseri senzienti. Joaquin Phoenix  è un eccezionale animalista che durante la celebre Notte degli Oscar ha avuto il coraggio di parlare di diritti animali ad un miliardo di persone lanciando un appello che inevitabilmente scuote le coscienze e le arricchisce di umanità profonda. Bisogna lottare a favore dei diritti, contro ogni forma d’ingiustizia, di diseguaglianza di genere, razzismo, discriminazione Lgbt. Non esiste una razza, genere, specie  superiore ad un’altra. L’attore ha posto l’accento anche sul consumo di latte, spostando l’attenzione sul versante degli stili alimentari e sullo sfruttamento degli animali negli allevamenti intensivi. Ci auguriamo che il suo appassionato discorso servirà a far mutare le abitudini sociali.  Ciascuno di noi con le sue scelte individuali è artefice del cambiamento”.

Ufficio Stampa, comunicazione e rapporti istituzionali

Associazione “Animalisti Italiani Onlus”
Via Tommaso Inghirami,82 – 00179 ROMA
Tel.: 342 8949304 – 06 78 04 171

www.animalisti.it

 

1° Corso intensivo residenziale di aggiornamento per soli attivisti #Stop5G

“Per vincere questa dura lotta per la sopravvivenza c’è bisogno di strategia, organizzazione e concretezza nell’azione. Per questo ci siamo uniti nell’Alleanza Italiana Stop 5G: non c’è più tempo da perdere.” Read More “1° Corso intensivo residenziale di aggiornamento per soli attivisti #Stop5G”

La cura dell’epilessia inizia con la diagnosi

Superando.it

In occasione della Giornata Internazionale dell’Epilessia di oggi, 10 febbraio, la FIE (Federazione Italiana Epilessie) e l’Associazione Trenta Ore per la Vita hanno annunciato che il progetto di ricerca “La cura dell’epilessia inizia con la diagnosi”, condotto da alcune prestigiose strutture cliniche del nostro Paese, e sostenuto dalla campagna di raccolta fondi “Trenta Ore per la Vita 2017” e dalla Fondazione Terzo Pilastro Internazionale, è giunto alla fase di completamento dell’esame del DNA che ha coinvolto 150 bambini e i loro genitori, per un totale di 450 persone
(continua…)

Quel ragazzo con autismo potrà avere una reale opportunità di recupero
«Il Tribunale di Avellino – scrive Claudia Nicchiniello – ha riconosciuto a un ragazzo con una grave forma di autismo il diritto alle cure, ordinando all’ASL di erogare il richiesto trattamento ABA. Auspichiamo ora il recupero di quel minore e il suo reinserimento sociale nei contesti di una vita ordinaria e con una progettualità individuale, augurandoci anche che la positiva soluzione della sua vicenda sia comune a quella di tanti coetanei, che privati di un reale programma psicopedagogico e riabilitativo intensivo in epoca precoce, arrivano all’età adolescenziale del tutto impreparati»
(continua…)

Il progetto “Tutor Amicale”: “ponti umani” con coetanei in difficoltà
Cinque studenti maggiorenni di un Istituto Scolastico, che grazie a una specifica formazione, diventeranno “incubatori di relazioni”, costruendo cioè occasioni di socialità per altrettanti compagni con disabilità che hanno difficoltà di inclusione. Veri e propri “tutor”, ma ancor più amici delle persone che seguiranno. È questo il progetto “Tutor Amicale”, ideato da Agostino Squeglia, già noto per il suo progetto culturale “Ci riguarda”, e realizzato con il sostegno dell’Istituto Besta di Treviso, del Comune della città veneta, dell’Università di Padova e dell’ULSS 2 Marca Trevigiana
(continua…)

Patologie croniche o rare e assistenza psicologica: un questionario
«Allo scopo di fare il punto sull’assistenza psicologica erogata o non erogata nei confronti di chi ha una patologia cronica o rara, per capire insieme quali siano i bisogni di assistenza psicologica e come gli psicologi possano rispondere a questo bisogno, abbiamo realizzato questa iniziativa»: così Cittadinanzattiva presenta il questionario finalizzato a raccogliere dati utili ad elaborare un’ampia indagine civica sull’assistenza psicologica, in àmbito di malattie croniche o rare, individuando, Regione per Regione, le criticità sulle quali intervenire e gli aspetti positivi da diffondere
(continua…)

Oggi più che mai bisogna camminare insieme, per il bene comune
«In questa fase del nostro Paese – scrivono Daniela Trunfio e Stefano Pierpaoli dell’Associazione +Cultura Accessibile – occorre mobilitarsi concentrando le energie non sulla contrapposizione, ma sul vincolo etico, fatto di responsabilità e competenze, che consenta ai cittadini di sentirsi rappresentati in modo limpido e lineare. Con umiltà e infinita passione, noi offriamo il nostro impegno, affinché il prossimo 2 Aprile, Giornata Mondiale per la Consapevolezza dell’Autismo, così come ogni altra ricorrenza e ogni giorno dell’anno, diventi occasione di coesione e di crescita»
(continua…)

Nove azioni indispensabili per assicurare un buon inserimento lavorativo
Informazione, sensibilizzazione, accoglienza, valutazione, sostegno, orientamento, formazione, tutoraggio e monitoraggio: sono le nove azioni indispensabili nei confronti delle aziende da un lato, delle famiglie, dei lavoratori e degli operatori dall’altro, per assicurare la buona riuscita dell’inserimento lavorativo di una persona con sindrome di Down, così come sono stati elencati dall’AIPD (Associazione Italiana Persone Down), nel corso del convegno conclusivo del progetto “Chi trova un lavoro trova un tesoro”
(continua…)

Come non difendere i diritti delle persone con disabilità
«Ogni giusta causa diventa ingiusta, se sfocia nella prepotenza e nell’oltraggio cieco. Sforziamoci di sottrarci da questo meccanismo, non voltiamoci dall’altra parte. Facciamolo tutti, anche noi disabili, e non solo quando una persona con disabilità viene offesa, ma anche quando si degenera per “difendere” i nostri diritti»: lo scrive Stefania Delendati, riflettendo sulla vicenda di quell’agente di polizia locale toltosi la vita, dopo essere stato bombardato di insulti in rete, per avere parcheggiato su un posto riservato alle persone con disabilità, ciò di cui si era pubblicamente scusato
(continua…)

La seconda Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza da Berlino a Vienna e in Alpe Adria

La Seconda Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza è iniziata da Madrid il 2 ottobre 2019, anniversario di Gandhi e della Giornata della Nonviolenza delle Nazioni Unite, e si concluderà l’8 marzo 2020, Giornata internazionale della Donna, sempre a Madrid. Questo scritto, nasce quale contributo al passaggio della Marcia a Berlino e Vienna; per stimolare la discussione e proporre future iniziative, visto l’intento dei promotori di ripetere la Marcia ogni cinque anni.

La Marcia Mondiale passerà il 26 e 27 febbraio da Trieste, capoluogo storico di zona, epicentro di guerre e scontri etnici e politici nel ventesimo secolo; percorsa oggi da migranti in fuga da altre guerre, attraverso i Balcani. Trieste, che ha realizzato una Rivoluzione nonviolenta chiudendo l’ospedale psichiatrico grazie al team di Basaglia, potrebbe ora condividere la tesi di Stéphane Héssel, prigioniero  con lo scrittore Boris Pahor in campo di concentramento, secondo il quale la prossima rivoluzione, o sarà non violenta oppure non sarà !
Il porto di Trieste, oggetto di bombardamento anglo-americano nel 1944, e salvato negli ultimi giorni di guerra dalla distruzione dei nazifascisti, è divenuto luogo di transito per strumenti di morte. I rappresentanti della Women’s International League for Peace and Freedom (WILPF) e dei Disarmists Esigenti, hanno consegnato il 20 giugno 2017 alla Conferenza delle Nazioni Unite per un Trattato di proibizione delle armi nucleari (TPAN) un documento con cui, insieme all’ex sindaco di Koper – Capodistria Aurelio Juri si propone la realizzazione di uno studio per la denuclearizzazione dei porti ai sensi del nuovo Trattato, onde evitare un rischio incombente sull’umanità.
Nel documento, consegnato alla presidente Gomez del Costa Rica, unico paese al mondo costituzionalmente senza esercito, si fa riferimento al Trattato di pace del 1947 tra Italia e potenze vincitrici la seconda guerra mondiale, approvato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con la Risoluzione 16 e ratificato dall’Italia, in cui i territori di Trieste-Trst e Koper-Capodistria sono definiti “smilitarizzati e neutrali”.
Attualmente, il Golfo di Trieste è condiviso da Italia Slovenia e Croazia; i tre Stati fan parte dell’Alleanza atlantica che si è espressa contro il nuovo Trattato ONU di Proibizione delle Armi Nucleari, approvato da 122 Stati grazie alla pressione della Coalizione Internazionale ICAN, premiata col Nobel per la Pace 2017. Il Trattato, ratificato finora da 35 paesi, entrerà in vigore al deposito del 50° atto.
In contrasto con entrambi i Trattati, di pace del 1947 e di divieto delle armi nucleari, nonché con la Dichiarazione euromediterranea di Barcellona del 1995, che per la prima volta ha posto le basi del disarmo e denuclearizzazione nel Mediterraneo, il Golfo di Trieste ospita due porti nucleari militari di transito: Trieste-Trst in Italia e Koper-Capodistria in Slovenia.
La presenza dei due centri urbani rende impossibile una seria prevenzione dei possibili incidenti, per quanto riguarda la propulsione nucleare delle navi, la presenza a bordo di armi convenzionali o di distruzione di massa, e la possibilità di diventare – a propria volta – bersaglio militare e nucleare. Nel 1972, la zona industriale della città fu teatro di uno spaventoso attentato ai serbatoi della Trans-Alpine Pipeline di Dolina, che rifornisce Austria, Repubblica Ceca e Germania; il più grande deposito petrolifero del bacino mediterraneo.
Il segreto militare sulle informazioni necessarie alla valutazione del rischio, obbliga le istituzioni a nascondere importanti informazioni sul pericolo, rendendo letteralmente impraticabili i Piani di emergenza in caso di incidente nucleare previsti dalla Legge e da Direttive europee. Piani ottenuti con difficoltà, dagli organi competenti. L’esistenza a Miramare presso Trieste della Scuola di prevenzione nucleare dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica di Vienna, e la presenza dei tre Paesi confinanti, Italia Slovenia e Croazia sullo stesso Golfo, può determinare le sinergie necessarie per avviare il disarmo nucleare di questi porti.
Il “case study” tornerebbe utile anche ad altre località, come Aviano dove la presenza di ordigni nucleari mai ufficialmente confermata nasconde le possibili molto gravi conseguenze ai cittadini, che sono state dimostrate da uno studio della Conferenza sull’impatto umanitario delle armi nucleari, tenuta nel dicembre 2014 sempre a Vienna. Conferenza che fu determinante nel percorso verso l’approvazione del nuovo Trattato ONU, ratificato in primis dallo Stato del Vaticano.
Gravi conseguenze ancor più possibili ora, che il ventilato trasferimento ad Aviano di nuove bombe dalla base turca di Incirlik, assieme al rinnovo e trasformazione imminenti di quelle esistenti in B.61-12, cioè missili teleguidati a potenza variabile, “usabili” sul campo, aumentano esponenzialmente il rischio per popolazione e territorio nell’intera Alpe Adria, e oltre.
Le responsabilità delle Nazioni Unite, nella contraddizione esistente tra il Territorio smilitarizzato e neutrale che circonda Trieste, e il protettorato di fatto di questo Territorio da parte NATO, non si fermano qui, e devono essere portate all’attenzione del Segretario Generale e del Consiglio di Sicurezza.
Navi militari coinvolte in missioni di guerra, anche illegittime secondo lo Statuto delle Nazioni Unite, come i bombardamenti missilistici in Siria, hanno sostato a Trieste; rifornimenti militari sono salpati dal Porto franco internazionale per gli Emirati Arabi Uniti, paese della coalizione a guida saudita che nel 2015 invase lo Yemen.
Un rapporto al Consiglio di sicurezza, dimostra l’uso di bombe italiane nelle aree civili yemenite, e sottolinea come questo possa costituire un crimine di guerra. Nel 2016, un gruppo di cittadini presentò una denuncia alla Procura di Trieste, riferendo che esportazioni sensibili per milioni di euro navigarono dal porto verso gli Emirati. In conformità con la Costituzione, anche la legge italiana 185/90 proibisce esportazioni di armamenti verso paesi in guerra.
100 anni dopo la fine della prima guerra mondiale, in Europa, persone e associazioni di Regioni vicine, già luoghi di conflitti e guerre nel ventesimo secolo – durante il quale persone come Bertha von Suttner e Danilo Dolci hanno continuato a perseguire la Nonviolenza attiva – hanno lanciato il Manifesto per un’Alpe Adria di Pace, domenica 11 novembre 2018 a Klagenfurt, per invitare a lavorare per il futuro e divenire cittadini con uguali diritti, e per collegare la dimensione regionale con quella planetaria.
Al volgere del secolo, il progressivo consolidamento dell’Unione Europea ha fatto pensare a una composizione di pressioni etniche, e guerre nazionalistiche. Ma la globalizzazione sembra sopraffare questa tesi, ed ecco il senso di una seconda Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza; offrire uno strumento di partecipazione, e di interconnessione fra Iniziative locali e Campagne internazionali.
La Campagna “Mediterraneo Mar de Paz”, promossa dalla 2a Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza che attraverserà l’Alpe Adria (Carinzia, Slovenia e Croazia occidentali, Friuli Venezia Giulia) questo febbraio, ha preso forma a Pirano in Slovenia, dove la prima rotta marittima della Marcia è stata concepita e dove la Marcia Mondiale sosterà il 25 febbraio; proveniente da Umago, nell’Istria croata.
Tra ottobre e novembre 2019, la barca a vela Bamboo partì da Genova dove a maggio 2019 portuali e pacifisti bloccarono un carico d’armi per la guerra yemenita. Si fermò a Marsiglia, vicino al porto nucleare militare francese di Tolone e a Barcellona, ​​dove incontrò la Peace Boat, che solca i mari e testimonia l’olocausto atomico di Hiroshima e Nagasaki.
Sempre veleggiando toccò il porto di Cagliari in Sardegna, isola dei più grandi poligoni militari nel Mediterraneo; poi Palermo in Sicilia, le cui sponde raccontano il dramma dei migranti; e ancora Livorno, la maggior base di rifornimento bellico fuori dagli Stati Uniti.
Abbiamo voluto con questi incontri gettar le basi per delle Ambasciate di Pace; basandoci sull’esperienza vissuta negli anni ’90 in Iraq e nei Balcani, quando moltissime persone si mobilitarono per resistere alla guerra con la Nonviolenza. Col fine di impegnare le città a smuovere l’inerzia degli Stati, attraverso una diplomazia dal basso. Il sindaco di Palermo ha aderito alla Campagna per primo ed ha girato la proposta ai colleghi del Mediterraneo, con l’adesione della città di Hiroshima.
Dopo il viaggio nel Mediterraneo occidentale intendiamo ricominciare – dal Golfo di Trieste, che attende l’applicazione della Risoluzione n.16 – e portare la proposta delle Ambasciate di Pace verso il Mediterraneo orientale, e riaprire l’iniziativa per una Nuclear Free Zone, come in America Latina e Caraibi, Sud Pacifico, Sud-est asiatico, Africa, Antartide, Spazio e Fondali marini.
Una volta formata la prima rete di Ambasciate, auspichiamo di contribuire alla realizzazione di una Conferenza di Pace nel Mediterraneo, se possibile, sulla Peace Boat, vintage cruiser giapponese costruito nei cantieri navali di Monfalcone … in Alpe Adria.
Col viaggio via mare della Marcia Mondiale verso i Paesi euromediterranei, abbiamo intrapreso un percorso ispirato al secondo dopoguerra, quando la sofferenza prodotta dai conflitti mondiali produsse una “linea” di neutralità, sulla “cortina di ferro”, dalla Svezia al Mediterraneo, segnata da tre punti chiave: Berlino Vienna e Trieste, che sperimentarono Statuti di neutralità.
La 2a Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza vuol dare nuovo valore a quelle scelte postbelliche, e rendere effettiva l’attivazione delle Ambasciate di Pace, immaginate col viaggio nel Mediterraneo, e prefigurate coi tentativi degli anni ’90 in Iraq e nei Balcani.

Proponiamo pertanto, mediante un passaggio coordinato della 2 Marcia Mondiale nelle città interessate, di iniziare a collegare le attività di ricerca nel Mediterraneo al filone culturale e storico postbellico della neutralità Europea.

Alessandro Capuzzo

Riserva Naturale Statale del Litorale: “Finalmente il piano di gestione. Ora le aree di rispetto”

Da gennaio 2020, la più grande Riserva Statale d’Italia acquisisce uno strumento indispensabile per amministrare il territorio tutelato. Ci sono voluti ben 24 anni e la mobilitazione di associazioni e cittadini.

Nel ringraziare il Commissario ad Acta e il suo gruppo di lavoro, e tutte le istituzioni che hanno contribuito a questo importante risultato, il Piano di Gestione e il Regolamento, rinnoviamo l’altra nostra convinta richiesta: quella di istituire un’area di rispetto lungo i confini della Riserva. Istanza già avanzata dalla Commissione di Riserva, proprio in considerazione della forte connessione tra il patrimonio ambientale da tutelare e la forte e ramificata urbanizzazione. A tale obiettivo faceva riferimento anche il parere tecnico del Ministero dei Beni culturali del 23 gennaio 2019.

L’articolo 2 della legge quadro 394/1991 al suo terzo comma classifica le Riserve naturali tra le Aree naturali protette. E in tutto il mondo attorno a queste realtà vengono istituite le “buffer zone”, dette anche aree “tampone”, o “di rispetto”, o aree “cuscinetto”, per attutire gli effetti negativi che provengano dall’esterno.
Tale applicazione è fortemente consigliata nel caso della Riserva Naturale Statale del Litorale Romano da uno dei massimi esperti del campo, Gian Lugi Ceruti (primo firmatario della proposta di legge del 1987 che è stata base giuridica all’istituzione dei Parchi nazionali).
Secondo Ceruti, infatti,  sono possibili o già in essere attività e progetti potenzialmente contrastanti con le esigenze, assolutamente primarie in un’area naturale protetta, di salvaguardia naturalistica e paesaggistica (anche ai sensi del decreto legislativo 22 gennaio 2004 n. 42 e del decreto legislativo 3 aprile 2006 n. 152 e successive modifiche e innovazioni) quali impianti di smaltimento dei rifiuti, attività inquinanti anche di tipo agricolo, edificazioni e infrastrutture, pratiche sportive alimentate da motori (ad esempio, scooter d’acqua), impianti di illuminazione di grande portata.
E’ allarme adesso per i progetti di nuove discariche a Monte Carnevale e in località Malnome, a 200 metri dalla Zona Speciale di Conservazione (ZSC) di Macchia Grande di Ponte Galeria; luoghi di bellezza paesaggistica che per anni hanno subito la vicinanza della mega-discarica di Malagrotta e che si aspettavano invece la dovuta bonifica e la riqualificazione.
Aree come queste, confinanti con la zona 1 di Riserva di Castel di Guido e L’Oasi della Lipu, dovrebbero essere incluse in una fascia di rispetto. Per salvare se stesse e per contribuire alla tutela delle realtà protette della Riserva del Litorale.

Associazione Apicoltori Roma e Provincia – Aarep
Comitato per la Bellezza
Comitato Valle Galeria Libera
Coordinamento Salviamo il Paesaggio Roma e Lazio
Dolcespiaggia – Idee di Riserva
Fai Lazio
Federazione Nazionale Pro Natura
Italia Nostra Lazio
Italia Nostra Litorale Romano
Lipu Lazio
Mountain Wilderness
Carlo Alberto Pinelli – Presidente Onorario Mountain Wilderness International
Respiro Verde Legalberi
Wwf Litorale Laziale
Wwf Roma

10 febbraio 2020

Di ritorno da Caracas dopo il 1° incontro mondiale contro l’imperialismo

Si è tenuto dal 22 al 24 gennaio 2020 nella città di Caracas, capitale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, il “I incontro mondiale contro l’imperialismo – per la vita, la sovranità e la pace”. Read More “Di ritorno da Caracas dopo il 1° incontro mondiale contro l’imperialismo”

Perchè la lotta dei portuali genovesi va sostenuta e ampliata sul territorio italiano

Intervento all’assemblea indetta dalla Federazione Anarchica Livornese

Da mesi i portuali di Genova sono in lotta contro il commercio di armi e il transito delle stesse lungo le banchine.

I portuali di Genova mostrano una grande sensibilità poltica e sindacale che non ritroviamo tra i colleghi di tante altre città italiane nelle quali le armi transitano senza alcuna protesta.

L’importanza di questi scioperi è dimostrata anche da altri fatti oltre a quelli legati alla guerra sui quali torneremo piu’ avanti. Ci rifeferiamo alla catena logistica che attraversa i porti, la logistica è sempre più un fattore di produzione, per questo motivo ha poco senso escludere questa categoria dai lavoratori dall’industria poichè innumerevoli settori terziari rispondono da tempo a regole e modalità organizzative analoghe a quella della fabbrica.
E non è casuale che le associazioni datoriali vogliano escludere dalle materie negoziabili nel nuovo contratto nazionale proprio l’organizzazione del lavoro nei porti, gli orari e i tempi, le modalità con le quali il lavoro viene gestito. E proprio l’automazione è organizzazione del lavoro nel senso più puro e preciso del termine
Per queste ragioni i padroni del porto non ne vogliono parlare con il sindacato, liberi di portare avanti processi di ristrutturazione che modificheranno radicalmente il modo di lavorare nei porti abbattendo il numero della forza lavoro e costruendo meccanismi di controllo che si ripercuoteranno negativamente su noi tutti, con aumento dei carichi di lavoro e con l’uso delle tecnologie a fine capitalistico, non certo per migliorare le condizioni di vita, lavorative, contrattuali e retributive, men che mai per creare nuova occupazione.
Nel corso del tempo il lavoro portuale ha subito alcune trasformazioni diventando sempre meno lavoro portuale tradizionale.
La posta in gioco è elevata, non ultima i processi di automazione e di riorganizzazione della logistica attorno ai poli portuali e aeroportuali, la frammentazione della forza lavoro tra differenti datori e molteplici contratti determina crescenti difficoltà a costruire una vertenza comune che metta insieme lavoratori e lavoratrici uniti da rivendicazioni comuni.
L’importanza dei porti è dimostrata da quanto accade anche sul nostro territorio con il collegamento via acqua della Base militare Usa di Camp Darby al Porto di Livorn, analogo discorso vale per il potenziamento della stazione di Tombolo, abbandonata da lustri, in funzione del trasporto di armi via ferrovia.
Non essere riusciti a costruire un movimento sindacale e popolare contro il potenziamento della base Usa di camp darby è stato un grave limite, l’ insuccesso è anche riconducibile  all’approccio ideologico di molti ad un problema che poi è legato alle crescenti servitu’ miliari, ai processi di ammodernamento delle basi stesse rese piu’ funzionali al trasporto di armi e truppe, al supporto nevralogico verso le aree di guerra che vedono sempre piu’ impegnate Usa e Nato.
La radicalità della azione intrapresa dai portuali genovesi, a partire dagli scioperi contro la nave saudita nella primavera scorsa, dimostrano concretamente che la forza lavoro puo’ esercitare un ruolo dirimente e di forte impatto sull’opinione pubblica, se sappiamo unire istanze di lotta legate ai contratti, alla salvaguardia della salute e sicurezza dei lavoratori rifiutando il concetto che ogni opportunità occupazionale debba essere valorizzata, anche quando si tratta del trasporto di armi ad alimentare conflitti contro i popoli con stragi, devastazione dei territori e la catena di servitu’ , miseria e carestie che i conflitti bellici determinano da sempre.
Da anni ormai non si parla piu’ di riconversione dell’industria di guerra, se ne parla solo in termini strumentali e mai come elemento portante di una rivendicazione complessiva, tanto che la perdita di memoria e di coscienza finisce con il giocare brutti scherzi anche agli smemorati politici locali che anni fa votarono ordini del giorno nei consigli degli enti locali per la riconversione delle basi militari salvo poi, negli ultimi anni, accordare favori, aiuti, supporti tecnici e logistici, finanziamenti al potenziamento delle basi militari in territorio italiano.
Per queste ragioni crediamo che la lotta intrapresa dai portuali di Genova sia da esempio per i portuali di tutte le altre città italiane e l’occasione per rilanciare le parole d’ordine antimilitariste antimperialiste un tempo patrimonio del movimento operaio.

In alcuni porti, come in tanti territori italiani, l’arrivo di finanziamenti da parte di multinazionali, è avvenuto di pari passo alla militarizzazione dei territori, sindacati complici ed enti locali hanno accolto a braccia aperte i cosiddetti salvatori dei posti di lavoro, salvo poi scoprire che i posti di lavoro non sono stati salvati e al contempo abbiamo sostenuto tacitamente i processi di privatizzazion e di militarizzazione dei nostri territori anche quando hanno portato malattie (come in Sardegna attorno al famigerato poligono militare), servitu’ e la debacle politica e sindacale

Sindacato Generale di Base Toscana

08-02-2020

http://delegati-lavoratori-indipendenti-pisa.blogspot.com/2020/02/perche-la-lotta-dei-portuali-genovesi.html?m=1

Attivista egiziano, studente dell’Università di Bologna, a rischio tortura

Con una lettera all’ambasciatore egiziano a Roma, Amnesty International ha subito espresso le proprie preoccupazioni per la situazione dello studente egiziano. Read More “Attivista egiziano, studente dell’Università di Bologna, a rischio tortura”