Coronavirus, 3 dubbi riguardanti l’epidemia su cui gli Usa dovrebbero dare spiegazioni al mondo

Recentemente alcuni politici statunitensi hanno definito diverse volte il coronavirus “virus cinese”, il che ha suscitato le proteste della comunità internazionale. Parole come “razzismo”, “xenofobia” e “ricerca di un capro espiatorio” sono apparse frequentemente sui media occidentali per criticare il comportamento degli Usa.

Risalire all’origine del coronavirus è una questione di natura scientifica che necessita di prove.

Con il mondo esterno che mette sempre più in dubbio gli Usa, l’amministrazione statunitense non può più esimersi dal dare chiare spiegazioni al popolo e risposte al mondo in merito a tre dubbi concernenti l’epidemia.

Innanzitutto, secondo le ultime stime rilasciate dal CDC statunitense, nella stagione dell’influenza degli Usa iniziata lo scorso settembre, più di 30 milioni di cittadini statunitensi sono stati contagiati e ci sono stati oltre 20 mila decessi. Il direttore del CDC statunitense, Robert Redfield, ha recentemente ammesso pubblicamente che alcuni casi registrati come influenza sono in realtà casi di Covid-19. È lecito chiedersi, quindi, quanti tra questi 20 mila decessi sono stati in realtà causati dal coronavirus? Gli Usa hanno forse mascherato la diffusione dell’epidemia di Covid-19 spacciandola per influenza?
La seconda domanda a cui gli Usa dovrebbero rispondere è perchè l’amministrazione statunitense lo scorso luglio ha chiuso improvvisamente Fort Detrick, il centro di ricerca per lo sviluppo di armi chimiche più grande delle forze armate statunitensi, nello Stato del Maryland?

Alcuni giorni fa, sul sito ufficiale della Casa Bianca, è stata lanciata una petizione per chiedere al governo statunitense di rendere pubbliche le informazioni su questa base militare, affinché possa esser chiarito qual è il suo ruolo nella ricerca di nuovi ceppi di cononavirus e verificare se sussiste o meno l’ipotesi di una fuga del virus dal laboratorio militare. Se l’amministrazione statunitense si interessa veramente della vita e della salute del suo popolo, dovrà rispondere a queste domande.

La terza domanda è: perché a metà febbraio l’amministrazione statunitense ha descritto come lieve l’epidemia, mentre alcuni funzionari della commissione dell’intelligence del Senato si apprestavano a vendere milioni di dollari di azioni? È vero che molti politici hanno approfittato delle informazioni in loro possesso per vendere le proprie azioni, mentre nascondevano l’epidemia al pubblico? È mai possibile che costoro, davanti allo scoppio dell’epidemia, abbiano pensato prima ai loro capitali invece che alla vita della popolazione?

di Radio Cina Internazionale

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-coronavirus_3_dubbi_riguardanti_lepidemia_su_cui_gli_usa_dovrebbero_dare_spiegazioni_al_mondo/82_33748/

 

Medici cubani a Milano, G. Minà: “E ora l’Unione Europea come farà a parlare ancora di democrazia?”

Sono appena arrivati all’aeroporto di Malpensa un’equipe cubana composta da 52 tra medici e infermieri, in risposta alla richiesta di aiuto da parte di Giulio Gallera, assessore alla Sanità della Regione Lombardia. Read More “Medici cubani a Milano, G. Minà: “E ora l’Unione Europea come farà a parlare ancora di democrazia?””

Covid-19: intervista a Pietro Ioia, Garante dei Diritti dei Detenuti di Napoli

Dopo l’intervista a Caterina Calia, avvocato del foro di Roma, continua l’inchiesta sulle condizioni dei detenuti in Italia.

A seguire vi invitiamo a leggere l’intervista a Pietro Ioia, Garante dei Diritti dei Detenuti di Napoli. Pietro con un passato da narcotrafficante, viene dal carcere dove ha trascorso 22 anni. A Poggioreale ha sperimentato sulla sua pelle la “Cella Zero”, una cella dove i detenuti venivano torturati dalle guardie penitenziarie. Uscito di prigione ha denunciato gli abusi subiti: ne è seguito un procedimento giudiziario che ha visto 22 indagati tra agenti penitenziari e medici (il processo è ancora in corso). Ha fondato l’associazione ex D.O.N che riunisce alcuni ex detenuti campani che tentano di ritrovare un posto nella società dopo la detenzione ed è diventato nel corso degli anni un punto di riferimento per le famiglie dei carcerati. Nel dicembre 2019 il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, lo ha nominato Garante dei diritti dei detenuti.

Gli abbiamo chiesto di esprimersi sul problema di una possibile diffusione del Covid-19 in carcere e sui provvedimenti adottati per fronteggiarla.

Lei conosce bene la condizione delle carceri napoletane, riguardo a Poggioreale ha dichiarato senza mezzi termini che la struttura va chiusa perché non recuperabile. Ci descrive lo stato in cui queste strutture versano? Ritiene, a fronte di ciò, che siano giustificati i timori dei detenuti e dei loro familiari di una diffusione massiva del coronavirus al loro interno?

Ho sempre ribadito che il carcere di Poggioreale andrebbe chiuso perché è una struttura fatiscente, vecchia di almeno un secolo e in cui non esistono misure igieniche adeguate. In celle piccole vivono assembrati tra i 10-12 detenuti e in un contesto come questo il virus potrebbe arrivare a contagiare 2000 mila persone in un baleno, quindi sì, è del tutto giustificata la preoccupazione e la paura sia dei detenuti che dei familiari. La situazione carceraria in Italia d’altra parte è nota, come testimoniano anche le tante sanzioni comminate al nostro paese dalla Corte europea di Strasburgo per violazione dei diritti umani.

Ci sono stati già, a Napoli, casi di contagio tra i detenuti o il resto della popolazione carceraria, ivi compresi gli agenti della penitenziaria?

Per adesso non abbiamo conferme che qualche detenuto abbia contratto il coronavirus nelle carceri della Campania, ma risulta il contagio di un medico nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (CE) e questo aggrava la preoccupazione che il virus possa diffondersi tra i detenuti.

Che impatto avrebbe una diffusione del coronavirus in carcere sulla Sanità napoletana?

A Poggioreale ci sono tra i 2000-2100 detenuti rispetto a una capienza di 1600 posti. Se il coronavirus si propagasse al suo interno, sarebbe una tragedia, una tragedia che si ripercuoterebbe inevitabilmente anche fuori. Nel carcere attualmente i familiari non entrano, immaginate cosa accadrebbe se i familiari entrassero e il contagio venisse veicolato in un senso o nell’altro. Il virus si espanderebbe non solo dentro, ma anche fuori del carcere, in tutti i quartieri di Napoli. I parenti vengono da Forcella, Sanità, Santa Lucia, dai Quartieri Spagnoli, da quartieri che sono tutti ad altissima densità di popolazione. E comunque se i familiari oggi non possono accedere, resta il problema di chi in carcere ci lavora, di chi lo frequenta ogni giorno (secondini, avvocati, magistrati, ecc.) Anche loro possono essere veicolo dell’infezione come dimostra il contagio del medico suddetto.

La sanità a Napoli non ha posti sufficienti neppure per le persone libere, figurarsi per i detenuti. La verità è che i detenuti rischiano di non arrivarci proprio in ospedale. Rischiano di morire nelle loro celle. E questo il Governo fa finta di non saperlo.

E’ tutto questo che occorre prevenire. Occorre fare uscire questa gente.

Considerate che in carcere ci sono persone che devono affrontare ancora tutti i gradi di giudizio, c’è gente che alla fine potrebbe risultare anche innocente. Lo Stato così condanna anche loro a morire come topi, a fare la fine dei topi in gabbia.

Quali sono le misure di prevenzione adottate?

La settimana scorsa ho portato alcuni familiari dal nuovo direttore di Poggioreale e là mi è stato detto che è stata allestita una tenda esterna al carcere dove i nuovi arrivati restano in osservazione una settimana prima di essere distribuiti nei reparti. Ma queste tende c’è chi le ha allestite e chi no. Alcuni detenuti hanno riferito ai familiari che appena arrivati hanno fatto loro il tampone per poi distribuirli subito nelle celle. Ci sono quindi versioni discordanti. Come Garante comunque la settimana entrante andrò a verificare di persona la situazione nelle diverse carceri napoletane.

Ritiene che le misure del Decreto Legge (DL) “Cura Italia” riguardanti il carcere e l’emergenza coronavirus siano sufficienti? A fronte della popolazione carceraria di Poggioreale, in quanti potrebbero usufruire delle misure del DL e uscire? Quali a suo parere le misure da adottare urgentemente per far davvero fronte al problema?

Le misure varate dal Governo non sono assolutamente sufficienti. Da Poggioreale potrebbero uscire grazie al Decreto Legge forse 250 detenuti, una goccia nel mare, un dato del tutto irrilevante. Vista la gravità del problema occorre varare in tempi brevi un indulto o una amnistia.

Le rivolte nelle carceri italiane hanno contato 14 morti “per overdose”, maltrattamenti a carico dei detenuti sono stati segnalati nel carcere di Opera a Milano. Lei ha sperimentato nel carcere la tortura, nella cosiddetta “cella zero” di cui denunciò ai magistrati l’esistenza, può escludere che ci siano state morti violente o pestaggi nelle rivolte o a seguito di esse?

Ogni rivolta in carcere, è seguita da rappresaglie contro i detenuti etichettati come “disturbatori delle sezioni” e violenti. Anche i trasferimenti successivi in altri penitenziari rientrano nel prezzo da pagare.

Abbiamo ricevuto molte segnalazioni di presunti pestaggi da parte dei familiari dei detenuti e io che in passato, nella condizione di carcerato, li ho vissuti di persona, non escludo affatto che possano esserci stati.

La situazione attuale sta riproponendo con forza il dibattito sulla funzione del carcere.

La sua, in questo senso, è una storia esemplare, una storia di reale reinserimento sociale: da ex carcerato a Garante dei Detenuti di Napoli. Ma è anche una storia eccezionale in una situazione in cui chi esce dal carcere molto più frequentemente non ha altra prospettiva che tornare a delinquere.

La mia storia spero possa veicolare un messaggio positivo per i tanti giovani detenuti che prima o poi usciranno dal carcere. Un aiuto per il loro reinserimento lavorativo e sociale deve venire anche dalle Istituzioni, come è stato nel mio caso, altrimenti una volta usciti ad accoglierli troveranno solo la malavita organizzata.

di Agenzia Stampa CARC

 

Carceri e Covid-19: intervista all’avvocato Caterina Calia del Foro di Roma

Cateria Calia è un avvocato del foro di Roma, che si occupa da vicino delle condizioni di vita della popolazione carceraria. In questa intervista andrà a fondo su alcune questioni legate non solo all’emergenza Coronavirus, ma anche ad alcuni aspetti del funzionamento del sistema detentivo in questa società.

Caterina, la causa scatenante delle rivolte nelle carceri è stata la decisione del ministero della giustizia di sospendere sia i colloqui che la concessione dei permessi premio e del regime di semilibertà, ma queste misure “emergenziali” non sono altro che la “goccia che ha fatto traboccare il vaso” della situazione in cui versa il sistema carcerario. A fronte delle condizioni in cui versano attualmente le carceri italiane ritieni sia giustificato il timore dei detenuti di poter contrarre il coronavirus? In carcere sono adottate misure di prevenzione per contrastare efficacemente il rischio di diffusione del contagio tra i detenuti ma anche tra i secondini? Cosa pensi delle ulteriori privazioni imposte?

Sono decenni che le forze politiche succedutesi al governo hanno messo al primo posto il profitto e le politiche securitarie, e questo ha fatto sì che, tra tante altre nefandezze, si sia enormemente indebolita la salvaguardia della salute per tutti e si siano riempite a dismisura le carceri. A fronte di una reale emergenza, che ha assunto le caratteristiche di una pandemia, il governo e le forze politiche tutte non riescono, non vogliono, non sanno operare una rottura col codice del profitto capitalista e neoliberista. La sospensione dei colloqui, dei permessi premio e del regime della semilibertà da un lato, la mancata previsione di qualsiasi misura deflattiva per alleggerire il sovraffollamento e l’assenza di qualsiasi forma di interlocuzione dall’altro sono stati percepiti dalla popolazione detenuta come una decisione definitiva e tombale, in continuità con i numerosi provvedimenti assunti negli ultimi anni e emblematicamente espressi attraverso gli slogan più beceri e forcaioli del “buttare via le chiavi” e del “marcire in galera”. Tutto ciò ha determinato una situazione non più di persone ristrette in condizioni invivibili, ma di veri e propri “topi in gabbia”.

La disperazione per le notizie sempre più allarmanti sul rischio contagio e l’assenza di ogni canale di comunicazione con le direzioni ed il DAP ha portato alle rivolte spontanee in tantissimi istituti con i tragici esiti che conosciamo. La maggior parte dei detenuti che hanno partecipato alle proteste e anche molti di coloro che hanno perso la vita in circostanze ancora tutte da chiarire dovevano scontare pene brevissime, uno dei deceduti sarebbe uscito tra due settimane; questo ci dà il polso dell’impatto che ha avuto dentro le carceri la notizia del diffondersi del coronavirus e delle misure eccezionali adottate per la salvaguardia della salute di tutta la popolazione, eccezion fatta per i carcerati, considerati soggetti privi di qualsiasi diritto, addirittura del diritto primario alla salute e alla vita.

I detenuti conoscono sulla propria pelle la ferocia delle politiche carcerarie: gli anziani o i malati con patologie gravissime sono tantissimi e molti di essi non vengono scarcerati nemmeno in punto di morte, ma nessuno di loro si aspettava che di fronte ad una emergenza come questa non solo non venissero prese misure adeguate, ma non venissero nemmeno preannunciate misure allo studio del ministero della giustizia o pronunciata nei loro confronti una sola parola di speranza.

Il carcere per il ministro Bonafede e per il DAP deve continuare a veicolare in maniera sempre più pervasiva il messaggio del monopolio della forza che lo Stato esercita sulla società e la sua funzione come apparato differenziato di controllo sociale, ancora di più oggi a fronte di contraddizioni sempre più esplosive.

Per mantenere la funzione storica del carcere i provvedimenti che si sono susseguiti in questi ultimi anni hanno perseguito come obiettivo il controllo totale sui corpi e la vita dei detenuti e trasformato il carcere in un buco nero separato dalla società.Possiamo quindi dire che è vero che i provvedimenti restrittivi adottati dal governo sono stati solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo.

Le misure di prevenzione per contrastare la diffusione del contagio tra i detenuti e gli agenti di polizia penitenziaria non possono che produrre l’effetto contrario se non si svuotano urgentemente le carceri, in primo luogo attraverso i classici strumenti deflattivi di amnistia e indulto, riducendo consistentemente il numero dei detenuti.

Nessuno può negare che il sovraffollamento nel carcere ha superato ogni limite e che la sanità è quasi inesistente quindi i timori dei reclusi di un espandersi del contagio sono più che fondati.

Ci sono stati già casi di contagio in carcere che tu sappia? Se un detenuto dovesse contrarre il coronavirus quale sono le misure sanitarie che scattano e i tempi perché egli riceva tutte le cure di cui necessita?

Ci sono già dei contagi tra i detenuti (anche se non è facile in questi giorni acquisire notizie certe) e parecchi casi tra gli agenti di polizia penitenziaria, ma quello che va detto è che in carcere è impossibile fermare l’avanzata del virus.

Abbiamo visto che le stesse strutture preposte alla cura delle persone, come gli ospedali, dove in teoria vengono adottate tutte le misure di prevenzione, rappresentano luoghi ad alto contagio sia per il personale che per gli utenti (sono tantissimi i medici e i paramedici già infettati e purtroppo crescono anche i decessi, da ultimo l’infermiere del 118).

Anche nelle navi da crociera (fornite di ogni confort di lusso) è stato impossibile fermare i contagi, figuriamoci cosa può accadere in luoghi fatiscenti e sovraffollati come le carceri, con celle che “ospitano” a volte fino a dieci detenuti con un solo cesso e docce fuori dalle celle dove si accede per gruppi, in totale assenza di norme igieniche e senza che siano assicurati dall’amministrazione penitenziaria nemmeno i prodotti primari quali sapone o disinfettanti, sia per l’igiene personale che per le pulizie delle celle.

Il contagio una volta entrato all’interno delle galere non potrà in alcun modo essere fermato e gli esiti, ampiamente prevedibili, saranno catastrofici.

L’attuale amministrazione penitenziaria si è dimostrata completamente inetta e incapace di affrontare tale emergenza, ma sarebbe meglio dire che ha scelto di non affrontarla ritenendo che la vita di queste persone non valga nulla.

Il sistema sanitario nazionale è al collasso, scarseggiano posti letto nelle terapie intensive, questo quanto ci ripetono da giorni… Il sovraffollamento carcerario (stimato al 180% nel carcere di Bologna, mentre la media è sul 120%) rende estremamente probabile che una cattiva gestione della prevenzione a monte produca un numero altissimo di contagiati… che “se scoperti” (si fanno tamponi e in che misura in carcere?) andrebbero a sottrarre preziosi posti di rianimazione “alla gente onesta” che ne ha bisogno. Il Governo incentiva anche così la “guerra tra poveri” tutelando alcuni e non altri a seconda degli interessi in gioco (anche fuori dal carcere gli operai delle fabbriche che devono “marciare” non hanno alcuna forma di tutela, il tampone lo fanno a Conte o a Zingaretti, ma non a loro).

La sanità nazionale, stante i tagli operati per decenni, non poteva non trovarsi immediatamente sull’orlo del collasso. Tale situazione non poteva che diventare estremamente pericolosa per i detenuti, per il semplice fatto che la sola struttura chiamata a far fronte ad eventuali casi di contagio è il presidio dell’ASL presente in carcere.

In carcere finora non si sono fatti tamponi ai detenuti.

Erano state allestite delle tende fuori dagli istituti penitenziari per effettuare i controlli, consistenti solo nella misurazione della febbre ai familiari ammessi al colloquio. Forse dopo un giorno o due di operatività è stato decretato il blocco totale dei colloqui ed è quindi terminato l’uso di tali tende.

Secondo le linee operative dettate dal capo del DAP Basentini qualche giorno fa (13 marzo) dovrebbero essere riconvertite per effettuare il triage dei “nuovi giunti” e per controllare lo stato di salute in caso di trasferimenti – previsti in questo momento solo per gravi motivi di sicurezza o di salute – ma che di fatto, a seguito delle rivolte e delle proteste hanno coinvolto centinaia di reclusi. Peccato però che per svolgere queste attività non è stato previsto alcun rafforzamento dell’organico sanitario, perennemente carente e insufficiente anche per le normali attività. Le disposizioni impartite sono quelle dell’uso dei termoscanner e anche dei tamponi in caso di febbre o sospetto di infezione, ma non mi risulta che tale materiale sia effettivamente stato distribuito.

A detta del DAP sarebbero state inviate nelle carceri 97.000 mascherine usa e getta (notizia non confermata dalla polizia penitenziaria che continua a denunciare di dover lavorare in assenza anche di questa minima precauzione), ma i detenuti sono oltre 61.000 quindi ognuno può trarre le proprie considerazioni sulla sufficienza delle stesse.

In qualsiasi caso è impensabile sia un uso continuo dentro le celle che una vera utilità per scongiurare l’avanzare dell’epidemia.

Con le accennate “linee operative” si dispone anche la necessità di isolare coloro che presentano sintomi che possano far pensare a una infezione, ma considerata l’insufficienza degli spazi detentivi sarà possibile attuare queste minime misure solo in pochi istituti o finché i casi saranno pochissimi. Tra l’altro se si svuotano delle sezioni per la quarantena – in assenza di provvedimenti che incidano sui numeri dei ristretti – non può che aumentare ulteriormente il sovraffollamento nelle altre sezioni e con esso il rischio di contagio.

Anche i reparti preposti al ricovero dei detenuti negli ospedali di zona, dove dovrebbero essere fatti i tamponi e tutti i controlli relativi, sono pochi e con un numero ridottissimo di posti letto. E comunque in questi reparti non ci sono certo centri di terapia intensiva che andrebbero disputati con tutti gli altri ricoverati “normali”.

Le carceri specializzate nell’assistenza medica di tutto il circuito si contano sulle dita di una mano ed hanno al proprio vertice di specializzazione il Carcere di Parma dove nessun detenuto auspica di finire per alcuna ragione.

In pratica l’unica proposta avanzata dal Direttore del DAP per i casi di sospetto o di accertato contagio è quello dell’isolamento in stile 41bis (!).

Nell’orizzonte del DAP e di Bonafede (un ministro che non sarà dimenticato) le carceri sono destinate a diventare nient’altro che lazzaretti! Siamo semplicemente in presenza di una bomba pronta ad esplodere!

Si può dire, pensando anche agli operai precettati al lavoro, che una situazione di crisi assoluta come questa fa emergere nella sua forma più nitida ed esplicita i rapporti di classe e di sfruttamento di questa società.

“Lo Stato non indietreggia neppure di un centimetro di fronte all’illegalità”, dice Bonafede oggi, chiedendo ai detenuti “il rispetto delle regole”, ma l’Italia è stata condannata più volte per “trattamenti inumani in carcere” dalla Corte dei Diritti dell’uomo di Strasburgo e il nostro paese detiene da oltre 30 anni dei militanti politici in regime di isolamento assoluto (una forma di tortura)… Di che regole parliamo? Dov’è la funzione educativa del carcere?

Parlare di funzione rieducativa del carcere, tanto più in questo momento è semplicemente ridicolo, l’intera struttura detentiva dimostra di essere una macchina ben integrata fondata sul trattamento differenziato e sulla gerarchia di sicurezza e annientamento, dove le rappresentazioni “artistiche”, artigianali e rieducative sono solo l’altra faccia dell’isolamento, della repressione più violenta che attraversa l’intero sistema. Il sistema dell’isolamento differenziato attraversa tutte le carceri, sezione per sezione, diventa il codice genetico-operativo che fa del carcere il sistema terrifico per tutta la società e di annientamento per chi rifiuta di adeguarsi ai codici dominanti.

Questo governo non si discosta in nulla non solo dal precedente (a un Bonafede ne segue un altro, finché ce ne saranno) ma da più di tre decenni almeno. Rispetto delle regole e condizioni detentive non sono altro che l’espressione dei rapporti di forza che ci sono tra Stato e società. E’ su questo che si gioca lo scontro anche all’interno del carcere. Dare voce, forza, garantire ai detenuti i diritti fondamentali, con le lotte e le mobilitazioni. Sono queste che stanno garantendo ai detenuti questa minima ‘esistenza comunicativa’ e semplicemente di non morire in silenzio.

In Iran, un paese considerato da molti una dittatura, sono stati messi ai domiciliari 70.000 detenuti per far fronte all’emergenza coronavirus in carcere. In Italia quali sono le misure che a tuo parere andrebbero adottate?

Non ci sono assolutamente discussioni da fare, due misure sembrano di buon senso a chiunque in una situazione come quella italiana: un indulto significativo che riguardi le condanne fino a tre-quattro anni e l’applicazione, in tempi rapidissimi, di misure alternative al carcere come la detenzione domiciliare per il più gran numero possibile di detenuti che ne abbiano maturato formalmente le condizioni (reclusi in attesa di giudizio per reati di non estrema gravità, ultrasessantacinquenni, malati, persone che hanno pene contenute in due-tre anni). Naturalmente dovrebbe essere compito del DAP stilare la lista di chi risponde a tali requisiti e trasmetterla ai tribunali di Sorveglianza, ma anche ai Procuratori per quanto riguarda le persone in attesa di giudizio affinché siano prese decisioni in tempi rapidi e senza attendere la richiesta del singolo detenuto o dell’avvocato. Per contenere il diffondersi del contagio dentro le carceri sarebbe necessaria una vera e propria corsa contro il tempo, mentre finora non è stata presa nessuna iniziativa a livello centrale se non di segno contrario!

Per le migliaia di detenuti – per lo più migranti – privi di un domicilio l’unica soluzione concreta sarebbe l’indulto non essendo praticabile, se non in misura minima, la strada della detenzione domiciliare.

Le misure deflattive, sussistendo le condizioni del fine pena breve, dell’età avanzata o della presenza di patologie, dovrebbero essere applicate a tutti, cioè anche ai detenuti accusati o condannati per reati previsti dall’art. 4 bis O.P., norma che ha introdotto il doppio binario per l’accesso ai benefici penitenziari escludendoli (o imponendo un tetto di pena predeterminato) a un sempre maggior numero di reclusi, solo sulla base del titolo di reato.

Luca Abbà, militante No TAV, sottoposto a regime di semilibertà, in una recente lettera scrive: “Un provvedimento urgente, e di assoluto buon senso, sarebbe quello di liberare chi già gode di benefici, chi è sopra una soglia di età definita “a rischio”, chi ha un residuo di pena sotto i due anni. Non sta a me proporre quali misure alternative si potrebbero applicare (tipo obblighi di firma, rientri domiciliari ecc…) e nemmeno la forma legislativa adeguata (amnistia, indulto, decreto legge). Ai detenuti esclusi da tale provvedimento si potrebbero applicare più facilmente misure di prevenzione e sicurezza adeguate per poter garantire i colloqui con i propri cari e condizioni di detenzione meno disagiate di quelle odierne a causa del sovraffollamento cronico degli ultimi anni”. Secondo te, tali misure sarebbero coerenti con la “gestione democratica” dell’emergenza?

Non so quale possa essere nelle attuali condizioni una “gestione democratica” dell’emergenza. E’ certo che sono le sole che hanno un senso che non sia quello del giustizialismo dei Bonafede e dei Travaglio, un giustizialismo che vorrebbe fungere da distrazione di massa alla disperazione di quelle stesse frange sociali di piccola e media borghesia, che già strozzate dalla crisi vengono ora fatte a pezzi dall’esplosione, in campo sanitario ed economico, del coronavirus.

Non devono essere gli operai, i detenuti, o quelli che non hanno una casa in cui restare chiusi o nemmeno un lavoro da difendere, a pagare il prezzo delle crisi di questo iniquo e criminale modello di sviluppo ai tempi del coronavirus.

Si contano 14 morti tra i detenuti a seguito delle rivolte, tutti per “overdose da farmaci”, singolare non credi?

Non è solo singolare, ma nasconde di sicuro qualcosa di terribile successo nelle carceri di Modena, Rieti, Bologna e altre carceri. Alcuni sono morti certamente dopo i trasferimenti, ci sono testimonianze sicure di pestaggi feroci, sappiamo di mancanza assoluta di cura e assistenza medica dopo le rivolte e la repressione. Tutto questo ci impone di tenere aperta ad ogni costo la questione.Dobbiamo avere il quadro esatto dei trasferimenti, l’elenco dei detenuti ora, carcere per carcere, dobbiamo avere le relazioni dei centri medici sulla situazione generale e su ogni detenuto su cui sono intervenuti, dobbiamo esigere risposte immediate, chiare ed esaurienti dai tribunali di sorveglianza dei vari distretti su ogni carcere, per poter giungere ad una valutazione delle responsabilità. Su queste morti deve essere costituita una commissione di inchiesta che deve vedere la partecipazione oltre che di una rappresentanza parlamentare anche della magistratura di sorveglianza, dell’ufficio del garante e di rappresentanti dell’avvocatura penale, delle associazioni di sostegno ai detenuti e dei familiari che ne facessero richiesta.

Sino ad allora i responsabili di queste morti sono il Ministro Bonafede, il Direttore del DAP ed i loro sottoposti!

di Agenzia Stampa CARC

 

[Italia] Carceri e Covid-19: intervista all’avvocato Caterina Calia del Foro di Roma

 

Dove sono i posti letto che mancano per affrontare l’emergenza Covid-19?

L’esempio che riportiamo della Consulta popolare salute e sanità della città di Napoli è un esempio importante perchè indica dove recuperare i posti letto tagliati in anni di ruberie e saccheggio delle risorse destinate alla sanità pubblica. Read More “Dove sono i posti letto che mancano per affrontare l’emergenza Covid-19?”

Appello: No arsenali, si ospedali

Coronavirus: emergenza collegata alla distruzione degli habitat, effetto del riscaldamento globale e delle guerre.
Che fare per fronteggiarla?
La proposta dei Disarmisti esigenti, di WILPF Italia e di forze e personalità ispirate dalla cultura della terrestrità e della pace: convertire le spese militari in investimenti per la salute, aderire al Trattato di proibizione delle armi nucleari, ritirarsi dalle guerre neocoloniali in cui siamo coinvolti

Promossa da Disarmisti Esigenti e WILPF Italia (coordinamento politico organizzativo), membri italiani ICAN

Con invito ad aderire, sostenere, diffondere

 

Emergenza coronavirus: è chiaro che “dopo” la crisi in cui siamo tragicamente immersi ben poco resterà come “prima”. E noi, i promotori del presente appello, siamo tra quelli che vorremmo un “dopo” di grande cambiamento in direzione positiva, in cui il “prima” – il malsviluppo dell’accumulazione per il profitto e per la potenza che ci ha condotto alla catastrofe – sia consapevolmente abbandonato.
Questo “dopo” dovrebbe incorporare i valori che, praticati “durante”, ci permetteranno di superare nel miglior modo possibile questo difficile momento: dopo anni di chiusure nazionalistiche, di razzismi, di odi e conflitti armati, un senso di solidarietà tra le persone e tra i popoli; dopo l’attacco a tutto ciò che è statale e le privatizzazioni selvagge, una rivalutazione della sfera pubblica e degli interventi programmati da parte governativa; e soprattutto un inizio di consapevolezza della dipendenza e fragilità umana rispetto alle forze della Natura, che deve tradursi in comportamenti individuali e collettivi sobri e prudenti, di rispetto per tutta la comunità dei viventi. L’ecosistema globale sconvolto reagisce e ci attacca con “nuovi” virus, in attesa di colpi ancora più tremendi che verranno da tempeste, alluvioni, siccità, desertificazione, carestie…
Potremmo ora, edotti dalla drammatica esperienza che stiamo affrontando, finalmente percepire che tutti gli esseri umani, articolati nei vari popoli, sono una unica famiglia che appartiene alla Madre Terra e che, come consigliava Martin Luther King: “Dobbiamo imparare a vivere tutti insieme come fratelli, altrimenti periremo tutti insieme come idioti”.

La componente ecopacifista dell’arcipelago nonviolento, ispirata dai Disarmisti esigenti, e a WILPF Italia, membri della Rete ICAN (Campagna Internazionale per l’abolizione delle armi nucleari), premio Nobel per la pace 2017, sulla base di questi presupposti di convivenza e collaborazione pacifica universale, propone che si inizi la conversione del sistema militare anche per sostenere le spese sanitarie urgenti necessarie per sconfiggere l’epidemia in corso, evitando la catastrofe.
L’apparato militare-industriale-fossile-nucleare è la principale causa delle minacce che incombono sull’umanità tutta: in primis il pericoloso intreccio tra minaccia nucleare e minaccia climatica in sinergia con la disuguaglianza economica e l’oppressione le cui vittime sono in crescita esponenziale a partire da donne, bambini e i soggetti fragili.

E’ necessario, allora, che le risorse pubbliche ad esso destinate comincino a essere dirottate verso un serio “Green New Deal”, una conversione ecologica dell’economia, uno stop all’accumulazione illimitata e un focus sui bisogni umani e di salvaguardia dell’ambiente, realizzante la piena occupazione; un ecosviluppo che vede tra i suoi pilastri anche una sanità pubblica messa in grado di fronteggiare emergenze come quella terribile da coronavirus.

Come richiesta urgente per l’Italia, proponiamo in particolare che le spese militari, a partire da quelle incostituzionali degli F35 e dei sistemi d’arma offensivi, siano dirottate subito verso misure sanitarie a beneficio della vita e della salute dei cittadini.

Reiteriamo la richiesta che l’Italia ratifichi il Trattato di proibizione delle armi nucleari, contribuendo alla sua entrata in vigore. E’ mai possibile – non possiamo non chiederci – che una maggioranza al governo che ha votato per questo Trattato al Parlamento europeo poi si sottragga a questo impegno in Italia permettendo che si continuino a buttare soldi per mantenere le bombe atomiche USA in Europa (e sul nostro territorio)?

Nel mondo sono in corso varie guerre con dreammatiche conseguenze umanitarie ed ambientali, di cui tre proprio di fronte al nostro balcone mediterraneo: Siria, Yemen e Libia, questa ultima che vede più direttamente implicata l’Italia, a difesa dell’ENI, in intricatissime partite geopolitiche con il petrolio e le altre risorse energetiche come posta principale.
Dal punto di vista dell’epidemia queste guerre potrebbero essere devastanti, come a suo tempo lo fu la famigerata influenza “spagnola”.
Qui citiamo le parole dell’illustre infettivologo Aldo Morrone, direttore del San Gallicano:
“Se ci fosse una vera volontà di contrasto dell’epidemia bisognerebbe partire da un immediato stop alle guerre, da un immediato riconoscimento del diritto alla mobilità dei migranti e dei rifugiati, in sicurezza. Non è una fissazione pacifista ma una necessità scientifica”.

Ascoltiamo queste parole e decidiamo di ritirarci unilateralmente da queste guerre e di revocare le missioni militari all’estero.
Sosteniamo l’alternativa della difesa civile non armata e nonviolenta promuovendo in particolare i corpi civili e le ambasciate di pace.
Orientiamo fondi pubblici verso la riconversione produttiva della industria bellica verso il settore civile: non bombe e cannoni ma, ad esempio, i ventilatori e le attrezzature mediche di cui abbiamo tutti bisogno.
Ricordiamo il celebre adagio del mai dimenticato Presidente partigiano Sandro Pertini: “Si svuotino gli arsenali di guerra portatori di morte, si colmino i granai sorgenti di vita per milioni di persone che soffrono”.

Primi firmatari:

Alex Zanotelli  – Moni Ovadia -Luigi Mosca – Michele Carducci – Antonella Nappi – Sabina Santovetti – Tiziano Cardosi – Adriano Ciccioni – Tonino Drago – Giuseppe Farinella – Angelo Gaccione – Renato Napoli – Oliviero Sorbini

Coordinamento politico-organizzativo:

Alfonso Navarra Fabrizio Cracolici Laura Tussi – Disarmisti Esigenti, promotori di XR PACE (cell. 0039-340-0736871 email alfonsonavarra@vrgilio.it)

Antonia Sani – Giovanna Pagani – Fabrizia Sterpetti – WILPF Italia

Per firmare: https://www.petizioni.com/no_arsenali_si_ospedali?

 

“Le indicazioni dal Decreto Cura Italia sono ignorate in molte scuole della Provincia di Bologna”

Il decreto legge n. 8 del 17 marzo 2020, ha dato ai dirigenti scolastici l’indicazione precisa di tenere le scuole fisicamente chiuse ma virtualmente aperte. L’apertura fisica deve rimanere limitata solo alle attività indifferibili, come ribadito nella successiva nota di chiarimento 392 del 18 Marzo
I plessi scolastici tenuti ancora formalmente aperti, ma che non ospitano strutture amministrative essenziali per il funzionamento dell’amministrazione dovranno pertanto essere chiusi, mentre, per il plesso principale, ovvero la sede presso la quale sono svolte le attività amministrativo-contabili indispensabili al funzionamento dell’istituzione scolastica, l’apertura deve essere limitata alle esigenze indifferibili e il cui svolgimento non può essere effettuato in forma agile. [ Nota M.I. 18.03.2020 n. 392]
Ci saremmo aspettati dai dirigenti un impegno convinto a fare la propria parte in modo rapido ed efficiente, invece ciò in molte scuole non è accaduto e diversi dirigenti hanno addirittura espresso pubblicamente l’intenzione di ignorare le indicazioni previste dall’ultimo decreto. Sul Corriere di Bologna del 18 Marzo è apparso un articolo dal titolo sorprendente, “I presidi resistono: teniamo aperti i nostri istituti”, quasi si trattasse di operatori sanitari e medici che combattono giorno e notte. Nella situazione attuale non sembrano davvero opportuni atteggiamenti autocentrati e autocelebrativi nel mondo della scuola. La scuola non è certamente la prima linea in questo momento, fa però ciò che può soprattutto attraverso il lavoro silenzioso e appassionato di migliaia di docenti attivatisi autonomamente, senza clamore, per mantenere in vita – seppure a distanza – un fondamentale presidio sociale e civile.
Vorremmo davvero sapere quali sarebbero queste attività indifferibili che impongono ai dirigenti di mantenere le scuole aperte tutti i giorni e talvolta anche il pomeriggio, rendendo necessario lo spostamento del personale Ata per raggiungere la scuola di servizio; quando ovunque si raccomanda il contrario fino ad ipotizzare misure ancora più drastiche di interruzione di ogni attività e spostamento. Tra le motivazioni più assurde leggiamo che non sarebbero più in grado di coordinare le attività didattiche a distanza (Ma davvero pensate che sia così necessario? E non siete in grado di farlo da casa?), che ci sono docenti che svolgono le attività a distanza dalla sede (Ancora? Dopo un mese non siete riusciti a trovare una soluzione? E questo provocando ulteriori spostamenti?) oppure semplicemente che testardamente si vuole restare fino ad un esplicito divieto (per fortuna la maggioranza della popolazione si sta comportando in modo diverso e più responsabile). Mentre si susseguono inviti a limitare drasticamente gli spostamenti di qualsiasi tipo se non strettamente necessari riteniamo ingiustificabile il comportamento dei suddetti dirigenti, che per primi avrebbero il dovere di adempiere alle regole di condotta imposte a tutta la cittadinanza. L’efficienza dell’amministrazione si misura nella capacità di perseguire gli obiettivi comuni indicati dai decreti di emergenza, fino ad arrivare se possibile alla chiusura fisica delle scuole, che fortunatamente alcuni hanno già disposto.
Forse è necessario ricordare quanto espresso nella nota 323 del 10 Marzo,
“(Tutte le misure adottate dal governo) perseguono l’obiettivo di limitare allo stretto necessario lo spostamento delle persone al fine di contenere la diffusione dell’epidemia Covid-19. Per cui ogni accortezza che si indirizzi in questa direzione non solo è lecita e legittima, ma è anzi doverosa”.

Considerando, infine, le ulteriori misure restrittive annunciate dalla Presidenza del Consiglio dei ministri in attesa di pubblicazione, riteniamo non sia questo il tempo delle smanie di protagonismo e di autocompiacimento narcisistico.

C’è qualcosa di più importante e riguarda tutte e tutti.

COBAS SCUOLA BOLOGNA

 

Allegato al comunicato – Richiesta al Prefetto

 

Coronavirus: il Vietnam soccorre l’Italia, mentre i tamponi italiani finiscono negli USA

Come la Cina e Cuba, anche il Vietnam è intervenuto a sostegno della crisi sanitaria che sta colpendo l’Italia. Intanto, però, mezzo milione di tamponi prodotti da un’azienda di Brescia sono finiti negli Stati Uniti su un volo militare.

HỒ CHÍ MINH CITY – In questi giorni abbiamo avuto modo di sottolineare numerose volte i differenti atteggiamenti che i Paesi stanno assumendo per affrontare la crisi sanitaria globale legata alla pandemia del nuovo coronavirus (COVID-19). I Paesi socialisti si stanno ancora una volta dimostrando all’avanguardia nella solidarietà internazionale, mettendo a disposizione degli Stati più colpiti le proprie conoscenze e le proprie risorse umane e materiali. È proprio quello che stanno facendo la Cina e Cuba, che non hanno fatto mancare il proprio sostegno all’Italia in questa fase di criticità.

All’elenco di aggiunge anche la Repubblica Socialista del Vietnam, che la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha individuato sin dall’inizio della crisi come uno dei Paesi che meglio hanno affrontato l’epidemia. Le politiche di prevenzione, contenimento ed individuazione dei possibili contagiati hanno permesso al Vietnam di mantenere un bilancio assai lusinghiero, contando ad oggi soli 85 casi positivi e nessun decesso, nonostante il Paese sia stato tra i primi ad essere colpiti dopo la Cina.

Il governo vietnamita ha preso misure restrittive sin da subito, chiudendo le scuole per due mesi e riducendo al massimo gli ingressi sul proprio territorio nazionale, fino all’estrema misura presa martedì scorso, quando è stata annunciata la sospensione dell’emissione di visti turistici, come si legge nella direttiva emessa dal primo ministro Nguyễn Xuân Phúc. Il Vietnam aveva infatti arginato il numero di casi a sedici in un primo momento, ma da marzo il nuovo coronavirus è tornato a colpire nel Paese attraverso alcuni turisti o vietnamiti che avevano viaggiato all’estero.

Grazie ai ricercatori dell’Università Medica Militare del Vietnam e dell’azienda Viet A Technologies, il Vietnam è riuscito a mettere a punto un efficace test per rilevare la presenza del virus. I kit vietnamiti utilizzano tecniche di biologia molecolare, inclusa la reazione a catena della polimerasi a trascrizione inversa, e sono stati prodotti a tempo di record grazie ai finanziamenti del ministero della scienza e della tecnologia e del ministero della sanità. Secondo quanto riportato dal governo vietnamita, almeno venti Paesi stranieri hanno richiesto migliaia di kit di produzione vietnamita.

Al momento, l’azienda è in grado di produrre 3.600 kit per effettuare 18.000 tamponi, mentre altri 2.400 kit, pari a 12.000 tamponi, verranno prodotti in seguito. Alcuni di questi kit sono già stati esportati verso Paesi come Iran, Malaysia, Finlandia ed Ucraina. Ma il governo di Hanoi ed il direttore dell’azienda, Phan Quốc Việt, hanno anche affermato di voler inviare 400 kit, pari a 2.000 tamponi, in Italia a titolo completamente gratuito, come segno di solidarietà verso il Paese oggi più colpito dall’epidemia.

Secondo il ministero della tecnologia e della scienza, i test vietnamiti forniscono risultati più rapidi e sono più facili da usare rispetto a quelli utilizzati dal Centro statunitense per il controllo delle malattie e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il Paese ha attualmente trenta strutture in grado di eseguire il test per il COVID-19, tre delle quali approvate dall’OMS: l’Istituto nazionale di igiene ed epidemiologia di Hanoi, l’Istituto Pasteur di Hồ Chí Minh City e l’Istituto Pasteur di Nha Trang.

Se, dunque, il mondo socialista sta venendo in soccorso dell’Italia, cosa stanno facendo quelli che invece dovrebbero essere gli alleati di Roma? Negli ultimi giorni sono stati fin troppo evidenti le dimostrazioni di disinteresse da parte delle istituzioni europee e dei governi europei e degli Stati Uniti. I mass media hanno riportato spesso incidenti che hanno bloccato o rallentato l’arrivo di materiali sanitari verso l’Italia, sovente a causa delle politiche di governi sulla carta “amici”, come quello tedesco. L’ultima notizia, riguarda mezzo milione di tamponi prodotti da un’azienda del bresciano, la Copa Diagnostics, che sarebbero misteriosamente volati verso gli Stati Uniti, trasferiti a Memphis su un aereo militare partito dalla base di Aviano.

Considerando che l’Italia, dall’inizio dell’epidemia, ha effettuato circa 100.000 tamponi, questa cifra sarebbe stata ampiamente sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale nelle prossime settimane. Il fatto, riportato per la prima volta da Repubblica e poi ripreso da altre testate nazionali, è stato confermato anche da Jonathan Hoffman, portavoce del dipartimento della difesa degli Stati Uniti. Per quale motivo, tuttavia, l’Italia non si è prima munita di una quantità simile di test, anziché permetterne la vendita all’estero? È coerente che l’Italia faccia appello alla solidarietà internazionale di altri Paesi, mentre poi si lascia sottrarre i tamponi prodotti sul proprio territorio?

L’unica spiegazione plausibile risponde al nome di capitalismo, o leggi di mercato, che dir si voglia. Gli Stati Uniti, o delle aziende private di quel Paese (come sostiene la Copa Diagnostics), devono aver offerto una cifra irrifiutabile all’azienda bresciana, cifra probabilmente fuori portata per la sanità pubblica italiana. Se questo fosse vero, il governo dovrebbe provvedere attraverso un sequestro forzato delle forniture fino a dotarsi di un numero sufficiente di tamponi, di fronte al paradosso di un’azienda nel cuore della Lombardia, la regione più colpita, che vende le proprie forniture all’estero. La Copan Diagnostics, al contrario, sostiene di aver fornito tamponi sufficienti all’Italia, addirittura nel numero di un milione, ma che non ci sarebbe stato il tempo materiale ed il personale per applicarli tutti.

Il governo statunitense, dal canto suo, si era già fatto notare per aver offerto cifre astronomiche ai laboratori tedeschi CureVac, al fine di garantirsi il brevetto di un eventuale vaccino. Il governo tedesco e l’Unione Europea, in questo caso, sono intervenuti stanziando ottanta milioni per mantenere il brevetto in casa ed impedirne la fuga.

Anche in un momento di emergenza e di fronte ad un diritto umano primario come quello alla salute, il capitalismo dimostra la sua natura spietata, volta solamente al soddisfacimento delle brame di profitto di pochi ed alla sopravvivenza del più forte, che in ambito economico è sempre il più ricco. Ciò è dimostrato anche dai prezzi astronomici che stanno raggiungendo mascherine e medicamenti di vario tipo sul mercato, mentre Paesi come Cina, Vietnam e Cuba si sono dimostrati in grado di garantire tutti i mezzi di prevenzione e di cura ai propri cittadini in maniera del tutto gratuita: “Per la salute delle persone, siamo pronti a sacrificare gli interessi economici”, ha sottolineato più volte il premier vietnamita.

Qualunque sia la verità sui tamponi prodotti in Italia e finiti negli Stati Uniti, restano due questioni da risolvere: se in Italia vi sono già un milione di tamponi a disposizione, come sostiene la Copan Diagnostics, perché il Paese continua a riceverne di gratuiti dalla Cina e dal Vietnam? In secondo luogo, quanto è etico che aziende private, mosse unicamente dalla finalità del profitto, sfruttino la situazione sanitaria internazionale per fare affari milionari in tutto il mondo? Un interrogativo che ha la sua unica risposta nella necessità di abbattere un sistema economico le cui storture ed aporie sono ogni giorno più evidenti.

Giulio Chinappi

Coronavirus: il Vietnam soccorre l'Italia, mentre i tamponi italiani finiscono negli USA

 

Domenica 22 marzo, Giornata Mondiale dell’Acqua

Legambiente ricorda le buone pratiche per fare in modo che nelle case di Roma e del Lazio si possa utilizzare l’acqua nella maniera più corretta #IORESTOACASA

“L’acqua, e la sua disponibilità per tutti, è determinante contro la diffusione della pandemia, oggi che igiene personale e sanificazione ambientale sono elementi fondamentali. Ognuno deve avere una condotta virtuosa e senza sprechi”

Domenica 22 marzo si celebra la giornata mondiale dell’Acqua. Nel drammatico periodo che si sta vivendo, Legambiente Lazio ricorda le buone pratiche che ciascuno può adottare in casa per utilizzare l’acqua nella maniera più corretta vista l’importanza che la risorsa idrica, e la sua disponibilità per tutti, assume per scopi igienico-sanitari.

“La giornata mondiale dell’acqua quest’anno, assume un significato tutto particolare, perché ciascuno deve adottare i comportamenti più virtuosi e tutelare al meglio la risorsa idrica, oggi che igiene personale e sanificazione ambientale sono elementi incredibilmente determinanti contro la diffusione del Coronavirus – dichiara Roberto Scacchi presidente di Legambiente Lazio —. Mentre restiamo a casa possiamo tutti utilizzare l’acqua al meglio, per una profonda igiene personale ma evitando contemporaneamente lo sperpero. A Roma e nel Lazio abbiamo vissuto durissimi momenti di siccità e scarsità d’acqua negli scorsi anni, provocati da bassissima piovosità, spreco e reti idriche colabrodo, che insieme hanno prodotto lo stop al flusso idrico in tanti comuni del Lazio; una condizione che non può più avvenire e non possiamo di certo permettere nei prossimi mesi, non mentre l’accesso all’acqua per tutti e in tutte le case è così fondamentale e nonostante un inverno che finisce oggi e che non è stato certamente ricco di pioggia o neve. Ai gestori del servizio idrico della nostra Regione chiediamo invece di considerare il risanamento delle perdite di rete, una priorità assoluta, visti i numeri assurdi di spreco dalle tubature che purtroppo continuano a esserci”.

Secondo i dati dell’ultimo dossier Ecosistema Urbano di Legambiente infatti, i dati di dispersione dell’acqua nelle reti idriche provinciali è: Frosinone 75,4% di dispersione, Latina 69,8%, Rieti 60%, Roma 38%, Viterbo ND.

LE 10 BUONE PRATICHE PER IL RISPARMIO IDRICO A CASA #IORESTOACASA

  1. Utilizzare lavatrici e lavastoviglie solo a pieno carico.
  2. Lavare piatti, frutta e verdura in una bacinella e non in acqua corrente: si risparmiano così circa 6.000 litri di acqua potabile all’anno. 
  3. Lavare le stoviglie con acqua di cottura della pasta è un ottimo sgrassante che può essere usato insieme ai detersivi diminuendone, così, le quantità utilizzate.
  4. Manutenere, nei rubinetti, i dispositivi frangigetto e limitatori di flusso, garantendo un minor consumo d’acqua di ben 6.000 litri all’anno in una famiglia di tre persone.
  5. Nell’igiene personale e domestica, chiudere i rubinetti mentre ci si rade o si lavano i denti. In questo modo è possibile risparmiare circa 2.500 litri di acqua per persona all’anno.
  6. Installare e utilizzare al meglio lo sciacquone intelligente con lo scarico a doppio flusso: la cassetta dello scarico presenta una volumetria in media di circa 10 litri e utilizzando quello con due differenti volumi d’acqua (3/4 litri e 6/9 litri), a seconda delle esigenze farà risparmiare circa 100 litri di acqua al giorno. 
  7. Scegliere la doccia invece del bagno per risparmiare 1.200 litri di acqua potabile all’anno, riempire la vasca comporta un consumo di acqua quattro volte superiore rispetto alla doccia.
  8. Riparare tutte le perdite (dei rubinetti, delle cassette wc…), anche quelle apparentemente insignificanti. Grazie a questa pratica è possibile risparmiare in un anno una quantità d’acqua pari a 21.000 litri circa per le perdite dal rubinetto e 52.000 litri circa se si blocca il lento ma costante flusso dell’acqua dal water.
  9. Controllare periodicamente il contatore: il monitoraggio costante dei consumi è il modo migliore di accorgersi subito di perdite accidentali.
  10. Mangiare in maniera consapevole e responsabile: un buon consumatore dovrebbe considerare oltre alla risorsa utilizzata direttamente anche quella impiegata per produrre gli alimenti. Si tenga presente ad esempio, che per produrre 1 Kg di carne bovina si necessitano di circa 15.000 litri d’acqua, per un Kg di carne di maiale 4.000 litri, per un Kg di carne di pollo 3.900 litri, per un kg di patate 800 litri; e poi ancora per 1 kg di caffè ci vogliono16.000 litri d’acqua, per un Kg di pasta secca 1.900 litri, per un Kg di grano 1.800 litri, 1 Kg di arance 460 litri e 1 kg di lattuga 130 litri.

Ufficio Stampa Legambiente Lazio

COMUNICATO STAMPA – 21/03/2020

 

Covid-19: Bene sospensione sfratti ora contributo affitto straordinario per evitare sfratti per morosità

Dichiarazione di Massimo Pasquini Segretario nazionale Unione Inquilini.

“Dopo la sospensione degli sfratti dobbiamo ottenere un altro risultato: l’incremento del fondo contributo affitto e la sua erogazione diretta senza bandi.

Necessari subito 200 milioni di euro e prevedere la possibilità di presentare domande on line con documentazione attestante situazione di riduzione economica a seguito di emergenza sanitaria Covid-19,  contratto registrato e dichiarazione ptoprietario di morosità  a partire dal mese di marzo.  Possibilità  di erogazione contributo tramite Iban

Dobbiamo evitare che migliaia forse decine di migliaia di famiglie in locazione cadano nel baratro degli sfratti per morosità  e che i proprietari in particolare quelli a basso reddito debbano rinunciare ad una entrata per alcuni importante.

L’Unione Inquilini si è  già  attivata nei confronti del Governo e dei gruppi parlamentari affinché  nel decreto legge Cura Italia o nel prossimo decreto legge previsto per aprile sia previsto questo contributo necessario e indispensabile.”

Unione Inquilini – Segreteria Nazionale

Comunicato 20 marzo 2020

Dà buoni frutti l’alleanza sulla sindrome di Down tra professionisti e famiglie

Superando.it

«L’alleanza tra genitori e professionisti permette di individuare precocemente bisogni e soluzioni»: lo dichiara Anna Contardi, coordinatrice nazionale dell’AIPD (Associazione Italiana Persone Down), a proposito della “Guida alla Sindrome di Down”, pubblicazione realizzata dal Centro Sindrome di Down dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, in collaborazione con la stessa AIPD, per rispondere a tutte le domande delle famiglie alle prese con questa sindrome. Il testo è stato reso disponibile in occasione della Giornata Mondiale sulla Sindrome di Down di domani, 21 marzo
(continua…)

Garantire il diritto allo studio a tutti i bambini e ragazzi “disconnessi”
«L’attuale emergenza e la conseguente chiusura delle scuole hanno messo in luce le disuguaglianze educative del nostro Paese che investono anche il mondo digitale, ancora più gravi per i bambini con bisogni educativi speciali o con disturbi nell’apprendimento, per i quali è indispensabile attivare percorsi e strumenti ad hoc per rendere la didattica digitale effettivamente inclusiva»: lo sottolineano da Save the Children, che chiede di utilizzare subito il fondo previsto dal Decreto “Cura Italia” per garantire il diritto dello studio a distanza a bambini e ragazzi ancora “disconnessi”
(continua…)

Sindrome di Down: la felicità, il lavoro, la consapevolezza e il diritto di voto
«Le opinioni e le aspirazioni delle persone con sindrome di Down ci raccontano una realtà complessa che sfata false credenze e stereotipi»: così Antonella Falugiani, presidente del CoorDown, commenta i dati del sondaggio “It’s My Say!” (“È la mia opinione!”), appendice internazionale della precedente indagine italiana “Ora parlo io!”, diffusi in occasione della Giornata Mondiale sulla Sindrome di Down di domani, 21 marzo, per affermare quanto sia importante, anche in questi momenti di grave emergenza sanitaria, tenere sempre presenti i diritti e le esigenze delle persone con sindrome di Down
(continua…)

Chiediamo il rinvio del nuovo Piano Regionale per la Non Autosufficienza
«In un contesto contrassegnato da crescenti difficoltà materiali, da incertezze e ansie legate all’epidemia di coronavirus, chiedere a persone con disabilità e a nuclei familiari, già fortemente sotto pressione, di occuparsi di una presentazione della domanda, pare una richiesta in questo momento non opportuna»: lo hanno scritto la Federazione LEDHA e altre dodici organizzazioni della Lombardia, in una lettera inviata all’Assessorato Regionale competente, chiedendo il rinvio del nuovo Piano Regionale per la Non Autosufficienza, sino alla fine dell’emergenza coronavirus
(continua…)

Come lavarsi le mani (e altri consigli utili): una videoguida
In questi giorni non viene mai ripetuto abbastanza da televisioni, radio e altri organi d’informazione: un semplice gesto come lavarsi le mani può impedire il diffondersi di tutti i virus, coronavirus compreso. A tal proposito, il formatore Marco Pontis, che nei giorni scorsi ha già segnalato sul nostro giornale una serie di risorse in rete, utili alle famiglie con disabilità, ha realizzato anche uno specifico videotutorial, dedicato appunto a “Come lavarsi le mani (e altri consigli utili)”, liberamente disponibile a tutti
(continua…)

Noi, persone con disabilità, ancor più invisibili del solito
«Combattiamo così – scrive Antonio Giuseppe Malafarina -, senza neppure un interlocutore da prendere di mira. E noi, persone con disabilità gravissima, viviamo in un’incertezza da “battaglione dimenticato dai generali”. I discorsi dei Ministri non ci toccano. Nessuno parla di noi. Siamo più invisibili del solito. Ci farebbe piacere sentire una parola di conforto. Come quando le linee in rotta sentono la voce del condottiero e si rianimano. Verrebbe voglia di issare bandiera bianca, ma non abbiamo un nemico cui arrenderci. E arrenderci sarebbe la morte e noi non vogliamo morire»
(continua…)

Le particolari problematiche legate ai disturbi dello spettro autistico
«Chiediamo se sia possibile portare in giro i nostri ragazzi/ragazze anche in un Comune limitrofo, rispettando naturalmente ogni precauzione e con l’autocertificazione che attesta l’esigenza di far svagare i nostri figli, per prevenire problematiche comportamentali derivanti dall’autismo»: in modo analogo a quanto già fatto in Lombardia dal Comitato Uniti per l’Autismo, si rivolgono così, alle Istituzioni della propria Regione, le Associazioni toscane Tarta Blu e Autismo Pisa-Valdera-Valdicecina. Dal canto suo, la Regione Campania ha già provveduto a disciplinare la questione
(continua…)

Ancora una volta “disattenzione” nei confronti dei caregiver familiari
«Ancora una volta – scrivono dal CONFAD (Coordinamento Nazionale Famiglie con Disabilità) – non troviamo, nelle misure straordinarie adottate per affrontare l’attuale emergenza, risposte adeguate e proporzionate atte a far fronte alle gravi necessità vitali familiari. Bisogna infatti tenere presente che la chiusura straordinaria dei centri diurni e delle scuole ha fatto sì che tutto il carico assistenziale si sia riversato interamente su famiglie a favore delle quali non è stato preso alcun provvedimento più specifico»
(continua…)

Un punto di equilibrio tra salute pubblica e tutela delle persone con disabilità
«Diventa indispensabile ed essenziale – scrive la Federazione lombarda LEDHA dalla Regione maggiormente colpita dall’emergenza legata la coronavirus – trovare un punto di equilibrio: contemperare cioè l’esigenza pubblica di contenimento del virus e la tutela della salute fisica e mentale delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Infatti, l’assistenza e la cura delle persone con disabilità non sono attività che si possano sospendere, in attesa di tempi migliori. Ne va della vita e della dignità di migliaia di persone e del grado di civiltà della nostra società»
(continua…)

Puglia: noi restiamo a casa (ma dovete renderlo possibile!)
«Chiediamo alla Regione Puglia di mettere in campo le risorse utili a garantire l’assistenza necessaria per i cittadini con disabilità e le loro famiglie, con priorità dei gravissimi e dei gravi, attivando l’adeguata organizzazione rivolta a non far mancare servizi essenziali e a preservare l’incolumità dei soggetti più fragili e dei loro caregiver»: lo scrivono ai rappresentanti istituzionali della propria Regione le componenti pugliesi di ANFFAS, ENIL, FISH e la Rete A.Ma.Re, che concludono così: «Faremo responsabilmente le nostra parte e resteremo a casa, ma dovete renderlo possibile!»
(continua…)

Un’Italia in “condizione di disabilità”
«A causa del coronavirus – scrive Daniele Regolo – tutti versano in uno stato di “temporanea disabilità”, dovendo all’improvviso ridefinire le priorità, cambiare le abitudini, vincere resistenze psicologiche e uscire dalla zona di comfort. A me sembra che tutto questo, in una parola, si possa definire “resilienza”, ed è ciò per cui le persone con disabilità sono spesso chiamate in causa. Ma questa condizione può fornire a tutti l’occasione di capire più a fondo com’è la vita delle persone con disabilità, che ogni giorno devono sopravvivere per riuscire a vivere»
(continua…)

Disabilità ed emergenza: provvedimenti indispensabili, per evitare la deriva
«Dalla nostra Costituzione – scrivono da ENIL Italia (European Network on Independent Living) – a tutte le Convenzioni Internazionali e Concordati vari, si comprende come l’assistenza alle persone con disabilità sia un obbligo prioritario dello Stato e non della famiglia che rientra anch’essa tra le condizioni svantaggiate. Parimenti appare evidente che in questo periodo, per garantire la sopravvivenza di una persona con disabilità, si debba aumentare la normale assistenza e non certo diminuirla. Per tutto questo proponiamo una serie di emendamenti al Decreto cosiddetto “Cura Italia”»
(continua…)

Sempre e comunque il protagonismo delle persone con sindrome di Down
Nonostante la grave emergenza sanitaria in corso, l’AIPD (Associazione Italiana Persone con Down) non rinuncia a celebrare la Giornata Mondiale sulla Sindrome di Down del 21 marzo, rilanciando il messaggio chiave “Diritto ai diritti”, centrato sul protagonismo possibile delle persone con sindrome di Down in ogni questione che riguarda la loro vita. E nel frattempo prosegue con successo la campagna social “#ilsolerisorgesempre”, promossa proprio per non lasciare nessuno solo durante l’emergenza, un’iniziativa alla quale in tanti hanno già aderito
(continua…)

Ancora niente LIS per le comunicazioni istituzionali!
«La Pubblica Amministrazione ha il dovere di tradurre anche in LIS (Lingua dei Segni Italiana) informazioni di rilevanza fondamentale, come i comunicati diffusi in questi giorni dalle Istituzioni, ai sensi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e non solo per salvaguardare la salute delle persone sorde che si avvalgono della LIS, ma anche per contenere la stessa pandemia da coronavirus»: lo dichiara Francesca Malaspina, presidente dell’ANIOS (Associazione Interpreti di Lingua dei Segni Italiana), unendosi alla denuncia in tal senso già espressa da altre organizzazioni
(continua…)

Un “piccolo” riconoscimento alle famiglie con disabilità?
«Non sarebbe male – scrive Giorgio Genta – se alle famiglie con disabilità venisse riconosciuto, almeno in questa circostanza, un merito importante: avere curato amorevolmente e a casa i familiari con le più gravi disabilità e continuare a farlo. No, non vogliamo una medaglietta di latta! Noi famiglie con disabilità chiediamo “solo”, una volta passata la tempesta virale, servizi dedicati più sburocraticizzati, più umani, più utili. E magari, già che ci siamo, qualche soldo in più!»
(continua…)

Un piano di emergenza per le persone e le famiglie con disabilità intellettive
«Pur nella consapevolezza dell’importanza delle misure contenitive, chiediamo che le persone con autismo possano uscire per passeggiate in luoghi non frequentati anche raggiungibili con l’automobile e chiediamo alle Regioni che nelle loro Unità di Crisi elaborino un piano di emergenza per le persone con disabilità intellettiva e le loro famiglie»: lo scrivono dal Comitato Uniti per l’Autismo, che riunisce numerose organizzazioni della Lombardia impegnate in questo àmbito, prendendo spunto dalla vicenda vissuta dalla madre di un ragazzo con disturbo dello spettro autistico
(continua…)

Una Festa del Papà dedicata a tutti i genitori che affrontano l’emergenza
Oltre a dedicare la Festa del Papà di oggi, 19 marzo, «a tutti i genitori che stanno affrontando l’emergenza coronavirus con grande responsabilità», l’UNICEF Italia mette a disposizione delle famiglie una serie di strumenti per parlare con i propri bambini e svolgere insieme attività creative. Si tratta di un messaggio e di iniziative particolarmente meritorie, ricordando anche, come facciamo costantemente, che i bambini e le bambine con disabilità, insieme alle loro famiglie, sono sempre “i più vulnerabili tra i vulnerabili”
(continua…)

Decreto Legge “Cura Italia”: una precisazione sui permessi lavorativi
Diamo spazio a una precisazione su quell’articolo del Decreto Legge “Cura Italia” che ha esteso i permessi lavorativi previsti dalla Legge 104 di ulteriori 12 giorni, usufruibili di qui alla fine di aprile in aggiunta ai permessi giornalieri od orari già previsti dalla stessa Legge 104. Secondo un’errata interpretazione, infatti, quell’agevolazione riguarderebbe solo il personale sanitario, mentre è vero esattamente il contrario: la concessione dei permessi supplementari, infatti, è per tutti i lavoratori, escluso il personale sanitario su cui vanno operate di volta in volta delle verifiche
(continua…)

Esiste una correlazione tra allevamenti intensivi e pandemie. Occorre dire basta

“Arrivano segnali da ogni parte della Terra per dirci chiaramente che stiamo sbagliando: pensiamo al Polo Nord che si sta sciogliendo per le alte temperature, Read More “Esiste una correlazione tra allevamenti intensivi e pandemie. Occorre dire basta”