La tortura è “il segreto della neve”: Edward Snowden ridicolizza il tweet festivo della CIA

L’ex contractor dell’NSA Edward Snowden ha ridicolizzato un tweet festivo della Cia ricordando le sue pratiche di tortura.

“È * il segreto della neve * che amiamo l’inverno”, ha twittato ieri sul suo profilo Twitter, in occasione del primo giorno d’inverno negli Stati Uniti.

Snowden ha replicato con una arguta risposta che ridicolizzato la CIA. “È * segreto della neve * che avete torturato Gul Rahman per settimane in un luogo segreto, quindi lo avete incatenato nudo su un pavimento di cemento fino a quando non è morto nel freddo quasi invernale”, ha twittato.
It’s *snow secret* you tortured Gul Rahman for weeks at a black site, then chained him naked to a concrete floor until he died in the near-winter cold.

It’s *snow secret* that today’s CIA Director, Gina Haspel, was then the head of a related torture site https://www.vox.com/2014/12/9/7360823/cia-torture-roundup

— Edward Snowden (@Snowden) 21 dicembre 2019

 It’s *snow secret* that we love winter. #FirstDayOfWinter pic.twitter.com/FScRTXJ2mn

— CIA (@CIA) 21 dicembre 2019

Gul Rahman, cittadino afgano, fu rapito da un campo profughi in Pakistan dagli ufficiali della CIA nel 2002, e portato in una prigione segreta vicino a Kabul, conosciuta come la “fossa di sale”. Il suo trattamento era un segreto fino alla pubblicazione del rapporto del Comitato di intelligence del Senato sulla tortura della CIA nel 2014.

Secondo il rapporto, Rahman è stato incatenato e costretto a rimanere in piedi per giorni e giorni, sottoposto a privazione del sonno, fatto risvegliare con acqua fredda gelata, picchiato e incatenato al pavimento della sua cella. Morì di ipotermia a meno di un mese dalla sua prigionia, la sua colpa non fu mai accertata.

Snowden ha anche asfaltato l’attuale direttore della CIA Gina Haspel, “che allora era a capo di un sito di tortura correlato”.

Al tempo della detenzione di Rahman, Haspel era responsabile di un sito nero in Thailandia con il nome in codice “Cat’s Eye”. Secondo lo stesso rapporto del Senato, i detenuti sul posto venivano regolarmente torturati, con un detenuto, Abu Zubaydah, confinato in una scatola delle dimensioni di una bara. Un ufficiale della CIA citato nel rapporto paragonò la struttura a un “sotterraneo” medievale .

Non è la prima freddura di Snowden contro la CIA quando si sforza di apparire vicina ai cittadini statunitensi usando le pubbliche relazioni. Un tweet di Halloween che offriva ai bambini utili consigli di travestimento è stato ridicolizzato, con molti utenti che si sono chiesti se un’organizzazione con una storia così oscura dovrebbe insegnare ai bambini qualcosa in primo luogo.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_tortura__il_segreto_della_neve_edward_snowden_ridicolizza_il_tweet_festivo_della_cia/82_32284/

 

Arabia Saudita, sentenza Khashoggi: per Amnesty International “un insabbiamento”

L’Agenzia di stampa saudita ha reso noto il verdetto emesso dal Tribunale penale di Riad sull’omicidio di Jamal Khashoggi:  degli 11 imputati, cinque sono stati condannati a morte e tre a pena detentiva.

“Questo verdetto costituisce un insabbiamento e non rappresenta alcuna forma di giustizia, né per Jamal Khashoggi né per i suoi cari. Il processo si è svolto a porte chiuse, senza osservatori indipendenti e senza che trapelasse alcuna informazione sullo svolgimento delle indagini e sulle procedure seguite”, ha dichiarato Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International.

“La sentenza non fa luce sul coinvolgimento delle autorità saudite in quel crimine devastante né chiarisce dove si trovino i resti di Jamal Khashoggi”, ha aggiunto Maalouf.

“I tribunali sauditi sono soliti negare il diritto alla difesa ed emettere condanne a morte al termine di processi gravemente irregolari. Data la mancanza di trasparenza delle autorità saudite e l’assenza di un sistema giudiziario indipendente, solo un’indagine internazionale, indipendente e imparziale potrà dare giustizia per Jamal Khashoggi”, ha concluso Maalouf.

Nel commentare la sentenza, Amnesty International ha ricordato che nel giugno 2019 Agnes Callamard, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie e arbitrarie, aveva concluso che Khashoggi era stato vittima di “un’esecuzione extragiudiziale della quale, secondo il diritto internazionale, lo stato dell’Arabia Saudita porta la responsabilità”. Durante le sue indagini, la relatrice speciale non aveva avuto la minima collaborazione da parte delle autorità saudite.

Roma, 23 dicembre 2019

AMNESTY INTERNATIONAL

COMUNICATO STAMPA

Iraq: quando la politica ci capirà?

Martedì 17 dicembre, il Centro Studi Sereno Regis ha aperto le porte alla ONG Un Ponte Per…, un’associazione per la solidarietà internazionale, nata nel 1991, con lo scopo di promuovere pace, diritti umani e iniziative di solidarietà tra i popoli attraverso campagne di informazione, scambi culturali, progetti di cooperazione, programmi di peace-building e azioni di rafforzamento delle capacità organizzative, strutturali e partecipative delle società civili con cui entra in contatto.

Per realizzare concretamente questo impegno, UPP ha invitato Faisal Jeber, attivista per i diritti umani e archeologo iracheno, e Marta Bellingreri, ricercatrice e giornalista indipendente, per raccontare della rivolta non violenta che, ormai da quasi tre mesi, sta mobilitando la popolazione, coinvolgendo soprattutto i giovanissimi, “la generazione dei sogni rubati”.

Sono migliaia, le donne e gli uomini in piazza, orgogliosi di diffondere lo slogan di questa rivoluzione, “We Want A Homeland” e desiderosi di porre fine al sistema di corruzione e settarismo che, a partire dall’invasione statunitense del 2003, macchia il governo iracheno.

Sono migliaia le persone estenuate dalle guerre e stanche di tacere di fronte alle massicce violazioni dei diritti umani che inevitabilmente ne fanno seguito.

Dal 2003 al 2019, si è registrata infatti una costante degenerazione del sistema democratico, la percentuale di votanti si è ridotta notevolmente e la disoccupazione ha raggiunto livelli indecenti (più del 30%), in un paese potenzialmente molto ricco (quinto maggiore produttore di petrolio al mondo) e con una popolazione molto giovane (il 60% ha meno di 25 anni).

Tutto questo è causato dall’inesistente redistribuzione della ricchezza e dal suo scorretto utilizzo, finalizzato non a costruire e innovare le infrastrutture, che risultano quindi carenti e inadeguate, bensì a nutrire i famelici mercati internazionali e il sistema di coercizione su cui si basa il governo interno.

Quando è stato “eletto”, nell’ottobre del 2018, il primo ministro Abdul Mahdi aveva promesso di impegnarsi affinché l’Iraq diventasse finalmente un Paese libero.

Dopo un anno di governo, le promesse infrante hanno dato inizio alla “rivoluzione d’ottobre”, una protesta senza precedenti.

“The main difference between this demonstration and the previous ones is that the former has no leadership, which is its strength”.

Così esordisce Faisal Jeber, che ha preso parte alla rivolta in piazza Tahrir e alle precedenti  manifestazioni contro gli atti di terrore diffuso che, da troppi anni, minacciano il patrimonio culturale iracheno.

Sono principalmente due i punti di forza di questa rivoluzione: la maggiore attenzione mediatica da parte dei paesi occidentali, dovuta alla convergenza di interessi tra Stati Uniti e Iraq, i quali individuano nell’Iran un nemico comune; e l’assenza di una figura rappresentativa che può, però, costituire un’arma a doppio taglio.

Non avere un leader, infatti, rende senz’altro più difficili eventuali negoziazioni.

All’incontro con i funzionari del gabinetto governativo del 5 ottobre, ad esempio, i cittadini in rivolta avrebbero voluto che il discorso fosse trasmesso in onda, ma il primo ministro e il presidente, pur avendo affermato di voler venire incontro alle necessità espresse dal popolo, non hanno accolto la richiesta, consentendo di mostrare in televisione solo i primi 30 minuti più pacati di un meeting della durata di tre ore e mezza.

Tuttavia, non riconoscere in nessun individuo alcun tipo di potere rappresentativo rafforza la solidarietà e la compattezza tra i manifestanti, e non offre al governo un obiettivo preciso, con tanto di nome e cognome, da poter intimidire ed eventualmente eliminare.

Questo tipo di movimento, che mai potrà evolvere in qualcosa di politicamente più vicino ad un partito, dimostra che il vero obiettivo della rivoluzione non è “eleggere” un nuovo primo ministro, ma, far sì che il Parlamento approvi una nuova legge elettorale, realmente democratica, e poi si dissolva.

“When will you get to understand us, you political parties?”

Così recita lo slogan delle manifestazioni femministe, che hanno avuto luogo ieri a Kut e a Bassora, nel sud del’Iraq, dove centinaia di donne hanno dimostrato, ancora una volta, di giocare un ruolo fondamentale, troppo spesso sottovalutato.

I conflitti che affliggono queste aeree hanno portato, infatti, alla radicalizzazione dei prevalenti ruoli di genere, basati su una divisione del lavoro che attribuisce agli uomini una serie di compiti relativi alla sfera sociale e collettiva, tra cui proteggere la famiglia e combattere in guerra, e alle donne responsabilità circoscritte all’ambito domestico, come la cura della casa e dei figli.

Tuttavia, in contesti di guerra, la realtà è ben distante dagli stereotipi.

E, mentre il coinvolgimento delle donne nei processi decisionali della comunità ne risulta rafforzato, gli uomini si trovano a dover affrontare considerevoli ostacoli per reggere le aspettative e mantenere il loro ruolo di providers.

Le aspettative non soddisfatte portano a strutturare uno stile di pensiero negativo nei confronti di sé stessi e degli altri.
Quando alimentato da sentimenti di rabbia e frustrazione, il pensiero, poi, (d)evolve in azione e culmina in atti di violenza contro il partner, al fine di riaffermare la propria mascolinità.

Le aggressioni domestiche, quindi, dimostrano di essere un’ulteriore espressione del conflitto armato che, se sottovalutate e non adeguatamente affrontate, rischiano di alimentare la spirale di violenza, dalla quale l’Iraq e altre regioni del globo, sono state brutalmente risucchiate.

di Benedetta Pisani
venerdì 20 Dicembre 2019

http://serenoregis.org/2019/12/20/iraq-quando-la-politica-ci-capira-benedetta-pisani/

 

Da Torino al Kuwait, il vero costo del produrre armi

A partire da settembre 2019, la Città di Torino, in collaborazione con l’Università e il Politecnico, ha aperto le porte alla multinazionale italiana dell’aerospazio, Leonardo, la quale avrà accesso all’uso gratuito di un’area industriale di 230mila mq, situata tra corso Francia e corso Marche, per trent’anni.

Operante nel progetto di collaborazione tra Italia, Regno Unito, Germania e Spagna, la Leonardo produce velivoli Typhoon, il “bimotore, supersonico” impiegato non solo nell’Aeronautica militare dei quattro paesi partner, ma anche da clienti internazionali, tra cui il Kuwait, ultimo arrivato nella TOP 5, al fianco di Arabia Saudita, Austria, Oman e Qatar.

La filiera generata sul territorio torinese sarà destinata proprio alla realizzazione dei 28 eurofighter ordinati dal Kuwait.

Il capo della Divisione Velivoli, Lucio Valerio Cioffi, si è mostrato particolarmente fiducioso ed entusiasta rispetto agli effetti che la filiera generata sul territorio torinese, del valore di circa 400 milioni di euro e con più di 4.000 dipendenti, avrà nel posizionamento dell’aerospace italiana nell’economia mondiale.

«Il Piemonte è stato la culla della tradizione aeronautica del nostro paese ed è qui che si sono sviluppate alcune tra le più importanti aziende aeronautiche del nord Italia come SIA, Pomilio, Ansaldo Aviazione, la cui eredità oggi fa parte di Leonardo.
Insieme ai nostri fornitori – ha spiegato Cioffi – generiamo valore economico e sociale sul territorio. Nel nostro sito produttivo di Caselle Torinese stiamo realizzando l’eurofighter Typhoon ordinato dal Kuwait, il più avanzato che sia mai stato prodotto».

Grande valore economico e sociale, ma a che costo?

In base all’indice di militarizzazione globale (Gmi), dal 1990, il Medio Oriente e il Nordafrica sono le regioni più militarizzate del mondo.

A partire dal 2010, con lo scoppio della primavera araba, questa militarizzazione ha conosciuto un aumento esponenziale, comportando gravi difficoltà economiche nei territori coinvolti nei conflitti, messi a dura prova da un devastante declino del prezzo di gas e petrolio, nonché da onerose spese addizionali per la difesa, non solo in termini assoluti ma anche in percentuale sui bilanci degli Stati.

Il piano politico perseguito dai paesi della penisola araba più attivi nella corsa agli armamenti, tra cui l’Arabia Saudita, l’Egitto e gli Emirati, è di assumere il controllo della politica interna rafforzando gli apparati militari degli eserciti in forte espansione.

Negli ultimi anni, anche il Bahrein e il Kuwait hanno ripristinato il servizio militare obbligatorio, al fine di dar vita a un grande esercito. E una volta creato un grande esercito, la tendenza è quello di usarlo.

Il Kuwait ha avuto un ruolo di primo piano nel mediare la crisi del Golfo, scoppiata il 5 giugno 2017, quando Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto hanno interrotto le relazioni diplomatiche con il Qatar, accusandolo di aver finanziato e sostenuto le organizzazioni terroristiche. Inoltre, il governo ha elaborato un piano nazionale, in collaborazione con i Ministero dell’Informazione, dell’Educazione, della Gioventù e degli Affari Islamici, finalizzato rafforzare la sicurezza nazionale attraverso l’esortazione alla moderazione e il contrasto alla radicalizzazione.

Quando è stato alla presidenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per il mese di giugno 2019, inoltre, il Kuwait è riuscito ad ottenere il consenso dei 15 membri per la risoluzione n. 2474, la prima in assoluto a richiedere l’implemento di strumenti adeguati di ricerca dei civili scomparsi e dei prigionieri di guerra, al fine di garantire un’effettiva soluzione dei conflitti.

Nonostante questa apparente attenzione al tema del contrasto all’estremismo violento, proprio il Kuwait è destinatario dei 28 eurofighter di ultima generazione che verranno prodotti sul territorio torinese.

Gli stessi paesi che si propongono come mediatori di pace in Medio Oriente, sono quindi anche i maggiori acquirenti/venditori di armi?

La logica che guida questi processi perversi di compravendita è semplice: vendere armi aiuta lo sviluppo dell’industria manifatturiera locale e possederle rafforza gli apparati militari, aumentando in entrambi i casi il controllo sulle dinamiche interne e regionali.

In teoria, sarebbe possibile usare questa influenza come strategia di risoluzione dei conflitti che, da anni infiammano il Medio Oriente e il Nordafrica. Ma si tratta di una mera illusione, che s’infrange nello scontro con una realtà tutt’altro che fiabesca, in cui non ci sono eroi, né vincitori.

La produzione di armi e di strumenti da guerra non lascia di certo sperare nella concreta e tempestiva riduzione delle tensioni. E la decisione della Città di Torino deve sollecitare una riflessione più profonda di quella meramente quantitativa e locale, alla luce delle conseguenze qualitative che la costruzione di ogni Typhoon avrà a livello internazionale.

di Benedetta Pisani
mercoledì 11 Dicembre 2019

http://serenoregis.org/2019/12/11/da-torino-al-kuwait-il-vero-costo-del-produrre-armi-benedetta-pisani/

 

Abruzzo: Governo impugna la recente legge regionale per edilizia residenziale pubblica

Esprimiamo piena soddisfazione per la decisione del Consiglio dei Ministri che nella seduta di sabato 21 dicembre 2019 ha impugnato la legge regionale dell’Abruzzo in materia di edilizia residenziale pubblica, con le seguenti motivazioni:
“La legge della Regione Abruzzo n. 34 del 31/10/2019, reca  varie norme che  violano i principi di ragionevolezza, di uguaglianza e non discriminazione di cui all’ articolo 3 della Costituzione, oltre a risultare invasive della competenza esclusiva statale in materia di “ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali” e di “ordine pubblico e sicurezza” di cui all’articolo 117, secondo comma, lettere g) e h), della Costituzione,  il Governo impugna l’articolo 2 dal momento che si prevede che, per l’accesso agli alloggi di edilizia residenziale pubblica, i cittadini non comunitari devono produrre documentazione ulteriore rispetto a quella richiesta ai cittadini italiani e comunitari. La discriminazione fondata sulla nazionalità viola l’articolo 18 del Trattato di funzionamento dell’unione europea e l’articolo. 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, così come evidenziato dalla Corte Costituzionale (cfr. sent. 187/2010).”.
Il Governo in questo modo ha accolto integralmente le richieste già formulate dall’Unione Inquilini fin dalla approvazione della legge in Consiglio regionale.
In particolare segnaliamo che la legge regionale approvata dalla Giunta Marsilio e dalla maggioranza di destra si presta a profili di incostituzionalità con riferimento non solo all’articolo 3 della Costituzione come dichiarato dal Governo, ma anche all’articolo 27 laddove prevede che una condanna significhi la perdita del diritto all’accesso alle case popolari o alla permanenza dell’intero nucleo famigliare compresi i minori. Non si tratta di difendere chi compie reati ma riaffermare come dice l’art. 27 della Costituzione che “La responsabilità penale è personale” mentre il Presidente della Regione Marsilio la fa diventare una responsabilità “famigliare” che esclude dai diritti sociali.
Come già segnalato dall’Unione Inquilini la legge regionale è discriminatoria nei confronti dei migranti in quanto tende surrettiziamente a impedire loro anche la sola partecipazione ai bandi comunali richiedendo una documentazione che dagli stessi non può essere prodotta.

Ricordiamo che la legge regionale 34 è del 31 ottobre, ebbene ben 10 giorni prima il Governo mettendo in pratica una disposizione di legge del precedente Governo Lega/M5S, per l’accesso al reddito di cittadinanza ha indicato con il decreto dei Ministri del lavoro e degli esteri i Paesi extracomunitari dai quali è possibile avere la documentazione ai fini Isee la stessa richiesta per bandi case popolari o mense. Ebbene i Paesi in questioni sono circa una ventina.  Quindi quanto previsto dalla legge regionale è un escamotage larvatamente razzista per impedire la partecipazione ai bandi in quanto la Regione sa benissimo che tale documentazione per la stragrande maggioranza dei migranti è impossibile da produrre.
La Giunta del Presidente Marsilio farebbe bene, invece che perseguire scelte incostituzionali di pura propaganda ,  ad impegnarsi:  da una parte a destinare risorse per i lavori di manutenzione straordinaria nelle case popolari abruzzesi che scontano gravi forme di degrado come sanno bene gli assegnatari; dall’altra a destinare risorse economiche per un vero piano casa che aumenti l’offerta di case popolari a canone sociali, tenuto conto delle migliaia di famiglie che la Regione costringe ad “abitare” le graduatorie comunali.
Ora ci aspettiamo che la Regione invece di fare proclami buoni solo per alzare polveroni, si impegni concretamente per politiche abitative che affrontino i problemi veri di assegnatari e precari della casa.”

Comunicato Stampa

Unione Inquilini