Campagna di disinformazione milionaria sui Social contro Venezuela, Bolivia e Messico

Milioni di dollari versati al noto social network Facebook per creare una di disinformazione volta a screditare Venezuela, Messico e Bolivia.La denuncia arriva dall’ambasciatore che rappresenta il Venezuela presso le Nazioni Unite (ONU), Samuel Moncada, attraverso il proprio account Twitter.

Moncada denuncia che una società con sede a Washington, la capitale degli Stati Uniti (USA) ha pagato milioni di dollari a Facebook per costruire una vasta rete dedita alla disinformazione contro Venezuela, Bolivia e Messico.

Questo il tweet dell’ambasciatore Moncada: «Operazioni di disinformazione contro il Venezuela: una società con sede a Washington ha pagato milioni di dollari a Facebook per creare una rete di aggressione politica a favore dell’opposizione di Venezuela, Bolivia e Messico. È così che seminano odio nei nostri popoli!».

 

«La società CLS Strategies, con sede a pochi isolati dalla Casa Bianca, ha per anni cospirato con falsi account per rovesciare il governo venezuelano. Il suo portavoce afferma che ‘hanno una lunga tradizione di lavoro internazionale’», ha denunciato Moncada.

 

«CLS Strategies ha creato centinaia di account con profili falsi su Facebook e Instagram per manipolare l’opinione pubblica. I conti sono già stati chiusi ma non è l’unico caso di guerra mediatica mossa da Washington. Un crimine contro la nostra nazione che non possono più nascondere!», ha scritto in un altro tweet l’ambasciatore venezuelano.

 

I contatti con l’amministrazione USA sono molto evidenti: «Mark Feierstein, socio di CLS, ex funzionario dell’USAID e analista del famigerato International Center for Strategic Studies, ha pubblicato un articolo nel 2017 proponendo a Trump strategie per rovesciare il governo venezuelano.

È chiaro che CLS serve l’amministrazione Trump».

 

Molto spesso si tratta della stessa disinformazione che poi troviamo riportata pari pari dal mainstream nostrano. Campione nel rilanciare ogni tipo di notizia spazzatura utile a screditare i governi socialisti e progressisti della regione sudamericana.

I media mainstream sembrano Incuranti del fatto che la loro residua credibilità subisce un ulteriore colpo ogni volta che vengono presi con le mani nel sacco delle fake news. E questo avviene molto spesso. Soprattutto in relazione al Venezuela.

Forse anche questi media hanno sede a Washington come la società CLS Strategies?

di Fabrizio Verde

 

Notizia del:

Oggi è tanto più importante una corretta informazione medico-scientifica

«L’emergenza causata dalla pandemia da Covid-19 ha messo ancora più in evidenza l’importanza di un’informazione corretta e puntuale, soprattutto quella medico-scientifica, e del suo impatto sulla società»: lo ha dichiarato Ilaria Ciancaleoni Bartoli, che dirige l’OMAR (Osservatorio Malattie Rare), lanciando l’ottava edizione del Premio OMAR, rivolto a tutti coloro i quali, utilizzando diversi mezzi di comunicazione, avranno saputo proporre, in questo 2020, un’informazione corretta e una sensibilizzazione efficace verso il grande pubblico, sul mondo complesso delle Malattie e dei Tumori Rari
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Ai candidati nelle Regioni chiediamo più salute, più diritti, più ricerca
«Più salute, più diritti e più ricerca: lo chiederemo a tutti i candidati alle Elezioni Regionali, per le persone colpite da una patologia grave come la sclerosi multipla, ma con un occhio anche ad altre patologie e più in generale al mondo della disabilità»: a dirlo è Francesco Vacca, presidente dell’AISM, l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla, che a partire da oggi, 4 settembre, e fino al 16 del mese, ha promosso un ciclo di incontri con i candidati alle prossime Elezioni Regionali, che riguarderanno Toscana, Marche, Campania, Puglia, Veneto, Liguria e Valle d’Aosta
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“AISM Social Ride”: basterà metterci le ruote!
Unico requisito sarà metterci le ruote, ovvero salire in sella alla propria bici o motocicletta, utilizzare una handbike o un monopattino. Si potrà così partecipare all’“AISM Social Ride”, evento all’insegna della condivisione, promosso per il 12 e 13 settembre dalle Sezioni AISM della Lombardia e di Roma (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), con l’obiettivo di lanciare un messaggio positivo di speranza e di ripartenza, sostenendo al tempo stesso le iniziative in favore delle persone con sclerosi multipla
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Progettazione inclusiva delle architetture museali: un corso di specializzazione
«Fornire strumenti conoscitivi e progettuali rispetto alla resa accessibile di un museo – nello specifico quello di Palazzo Madama a Torino – visto come luogo che racchiude in sé le criticità di tutti gli edifici e dei servizi pubblici. Il tutto all’insegna di una metodologia conforme alla “progettazione per tutti” (“Design for All”), indispensabile per la valorizzazione, la salvaguardia e la fruizione in autonomia del patrimonio culturale»: punterà a questo il corso sulla progettazione inclusiva delle architetture museali, proposto per ottobre a Torino dall’Associazione +Cultura Accessibile
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Non si possono mai minimizzare o giustificare gli omicidi
«Non avrei voluto tornare sul tema dei/delle caregiver che uccidono le persone con disabilità di cui dovrebbero curarsi – scrive Simona Lancioni -. Mi pesa molto doverlo fare. Ma c’è stato un nuovo caso qualche giorno fa a Napoli, ed esso è stato ancora una volta accompagnato da un’interpretazione che massimizza la disperazione di chi compie il crimine e minimizza, o non vede proprio, il danno per gli uomini e le donne con disabilità che ne sono vittime. Da caregiver non posso condividere questa lettura, e temo che essa possa incoraggiare l’emulazione di questi gesti»
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Quarant’anni di documentazione, per sviluppare politiche sociali inclusive
Più di 15.000 libri e 400 riviste di settore, il tutto catalogato su 17 diverse aree tematiche: è il prezioso patrimonio messo a disposizione di tutti dal Centro Documentazione sulle Politiche Sociali del Gruppo Solidarietà, tramite un servizio pubblico di prestito bibliotecario, di consultazione e di ricerca del materiale, e anche online. Nato nel 1980, il Gruppo Solidarietà, realtà di volontariato che ha sede in provincia di Ancona, compie quarant’anni in questo 2020 e anche per questo il 10 settembre promuoverà una “giornata aperta” del proprio Centro Documentazione
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Il lockdown ha esacerbato gli aspetti negativi del disturbo ADHD
«Il lockdown ha incrementato lo stato di emarginazione che i soggetti ADHD e le loro famiglie già vivevano, esacerbando gli aspetti negativi del disturbo»: lo ha dichiarato Cristina Lemme, presidente dell’AIFA Lazio, Associazione impegnata sul fronte del disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD, appunto). «In particolare – ha aggiunto Lemme – abbiamo riscontrato un aumento dei fenomeni legati alle dipendenze, con un maggiore attaccamento ai videogiochi, da parte di preadolescenti e adolescenti, un maggiore uso di sostanze psicotrope da parte dei più grandi, adulti compresi»
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Un nuovo viaggio che inizia
È quello di Giovanni, bimbo con cecità e una disabilità intellettiva, che dopo avere vissuto nella Casa dell’Associazione L’abilità di Milano, si è trasferito ora presso una famiglia affidataria che lo ha accolto. «Il percorso di ricerca di un contesto che lo potesse accogliere – raccontano da L’abilità – è durato più di un anno, ma alla fine è stato un affidarsi reciproco, con la nuova famiglia di Giovanni che ha sciolto fin da subito la riserva, dicendosi convinta a voler proseguire»
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Comunicato Oipa su animali superstiti portati via dall’orrore in Valsamoggia

Dopo la scoperta degli animali congelati nelle due case in Valsamoggia, i cani e i gatti superstiti possono essere presi in affido

Possono essere dati in affido temporaneo, in attesa della sentenza, i superstiti del sequestro dei giorni scorsi a Bazzano e Savigno, in provincia di Bologna.

Grazie all’intervento delle guardie zoofile dell’Oipa di Bologna, sono stati messi in salvo da uno scenario atroce 11 gatti, 24 cani e una tartaruga, tutti gravemente maltrattati da due donne, madre e figlia, per le quali è scattata d’imputazione di reato di maltrattamento.

Nelle case delle due donne, a Bazzano e Savigno, sono stati anche scoperti i macabri resti congelati di una trentina di cani e gatti.

«Gli animali sequestrati, tutti molto docili e giovani, sono ora ospitati tra il rifugio e l’Oasi felina di Valsamoggia e i canili di Calderara e Bologna», spiega Paolo Venturi, delegato della sezione Oipa di Bologna. «Per ora possono essere presi in affido temporaneo, in attesa della sentenza che poi li renderà adottabili a tutti gli effetti. Speriamo di poter trovare una famiglia per ognuno di loro e per questo facciamo appello affinché gli interessati si facciano avanti, scrivendo alla nostra email guardiebologna@oipa.org».

I gatti e i cani saranno dati in affido vaccinati e sterilizzati a spese del Comune.

Guarda e scarica le foto e i video

Comunicato stampa
4 settembre 2020

 

Comincia la scuola: occorre educare ai diritti globali e alla sostenibilità ambientale

Comincia la scuola e ci sarà l’ora di educazione civica. La nuova ora settimanale prevede anche una formazione alla cittadinanza globale e alla sostenibilità ambientale. Presentiamo oggi un saggio sulla cittadinanza globale in chiave pedagogica:

 

Educare a una cittadinanza globale nella scuola

La cittadinanza globale crea ponti per l’uomo planetario – come diceva Ernesto Balducci – e fa valere soprattutto l’umanità comune ai diversi popoli, che crea tra loro dialoghi, accordo, scambi, convergenze, sia pure dentro un processo difficile, non lineare e complesso.

Questo articolo è invece dedicato alla nuova ora di educazione civica:
Come cambia la scuola con la nuova legge sull’educazione civica
La cittadinanza attiva era già prevista a livello europeo e l’educazione civica vi rientrava in tale veste. Cosa cambia allora con la nuova legge sull’educazione civica? In primo luogo è fissato un monte orario con collegamenti all’educazione ambientale e alla cittadinanza digitale.
 
Molto importante sarà la conoscenza e la consapevolizzazione attorno agli obiettivi dell’Agenda ONU 2030 che pone il problema dei “diritto globali” a cui è dedicata questa mailing list. Qui si fa una breve presentazione dell’Agenda 2030:
Agenda ONU 2030 per lo Sviluppo Sostenibile
I 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile e i 169 traguardi sono interconnessi e collegano le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile: la dimensione economica, sociale ed ambientale. 

Illegale lo spionaggio di massa americano della National Security Agency

Importante riconoscimento di una corte d’appello Usa. “Non avrei mai immaginato che sarei vissuto per vedere i nostri tribunali condannare le attività della Nsa come illegali e nella stessa sentenza vedermi attribuito il merito per averle rivelate”, ha commentato dello stesso Edward Snowden.

4 settembre 2020

Alessandro Marescotti (Presidente di PeaceLink)

Nel 2013 Edward Snowden denunciò al mondo intero che la National Security Agency americana spiava milioni di telefoni e computer, svolgendo un controllo globale sulle comunicazioni.

Nel 2013 il cattivo era lui.

Aveva rivelato dei segreti. Ma rivelando quei segreti aveva rivelato una terribile e inconfessabile verità. Snowden agiva in nome della legalità, ma veniva accusato di essere un criminale, perché aveva rivelato dei segreti.

Snowden si vide rifiutare una ventina di richieste di asilo da parte di vari paesi democratici. Italia compresa.

«Non ci sono le condizioni giuridiche affinché l’Italia possa accogliere la richiesta di asilo» a Snowden, dichiarò l’allora ministro degli esteri Emma Bonino il 4 luglio 2013.

E Snowden si dovette nascondere i Russia, cosa paradossale.

Oggi sappiamo che le cose rivelate da Snowden non solo erano vere ma erano illegali. Lo dice un tribunale americano. Snowden aveva rivelato un sistema di spionaggio illegale ai danni di milioni di cittadini, non solo americani.

E così oggi una corte americana dà ragione ad Edward Snowden, riconoscendogli il merito di essere stata la fonte grazie alla quale la giustizia ha potuto mettersi in moto. Snowden ha violato la legalità in nome della legalità.

Secondo la corte – leggiamo su Rainews – i vertici dell’intelligence non dissero la verita’, nascondendo “attivita’ incostituzionali”.

Snowden ha scritto su Twitter: “Sette anni fa, quando ero accusato di essere un criminale per aver detto la verità, non avrei mai immaginato che sarei vissuto abbastanza da vedere i nostri tribunali condannare le attività della NSA come illegali e nella stessa sentenza mi accreditano per averle smascherate”.

Snowden, esperto informatico, era entrato nel santuario dello spionaggio digitale e aveva scoperto che era stato realizzato un accordo fra i colossi di Internet e il governo americano, dando vita a un sistema di sorveglianza di massa invasivo come mai era avvenuto. Chi ha letto il libro “Sotto controllo”, scritto da Glenn Grenwald, avrà notato come Snowden aveva fiducia in Obama e sperava che con Obama questi abusi sarebbero finiti. E invece no. Snowden scelse allora rivelare al mondo interno il sistema di sorveglianza di massa, scendendo nei dettagli tecnici e documentando in modo inoppugnabile come Internet, un tempo terreno dei libertari, si fosse trasformata in una rete nella quale i cittadini di tutto il mondo venivano spiati dal governo americano attraverso un “buco della serratura” che stava nei cellulari, nei computer e i tutti i device connessi alla rete.

Questa vicenda è illuminante non solo per la storia di Internet.

E’ una vicenda che riguarda la storia della nonviolenza.

E che riguarda noi tutti, come cittadini che aspirano alla libertà attraverso la verità.

La satyagraha (che letteralmente significa «insistenza per la verità») era il metodo di lotta nonviolenta propugnato da Gandhi ed era fondato sulla capacità di disobbedire alla legge in nome della verità e della giustizia.

Snowden ha fatto questo.

La satyagraha è stata praticata da Gandhi, da Martin Luther King, da Nelson Mandela, e ha avuto alla base la prassi della disobbedienza civile, della violazione della legge quandoo la legge era immorale.

La violazione della legge americana, compiuta da Snowden, oggi si ribalta in una sentenza che gli dà ragione. E, come spesso accade nella storia della nonviolenza, la funzione di violare la legge per farne emergere l’intriseca illegalità (l’espressione può apparire paradossale) è proprio stato uno dei filoni dello sviluppo civile lì dove gli strumenti convenzionali non hanno funzionato e non hanno rapprensentato i cittadini. Quando la legge è ingiusta va cambiata secondo le modalità previste. Ma quando ciò – per una serie di ragioni – non è possibile, allora spetta alle persone dotate di coraggio e senso etico il compito di violarla, non allo scopo di promuovere l’illegalità, ma al contrario allo scopo di promuovere una nuova legalità. Come ha fatto Snowden, cittadino digitale globale. Che, ricordiamolo, vive ancora nascosto.

Note: (ANSA) – WASHINGTON, 4 SET – Sette anni dopo le rivelazioni dell’ex agente della National Security Agency (Nsa) Edward Snowden sulla sorveglianza di massa delle telefonate degli americani, una corte d’appello Usa ha riconosciuto che quel programma era illegale e che i leader dell’ intelligence americana non dissero la verità quando lo difesero pubblicamente. Lo scrive il Guardian. I giudici hanno stabilito che le intercettazioni senza mandato che hanno raccolto segretamente milioni di telefonate hanno violato il Foreign Intelligence Surveillance Act e potrebbero essere state incostituzionali. “Non avrei mai immaginato che sarei vissuto per vedere i nostri tribunali condannare le attività della Nsa come illegali e nella stessa sentenza vedermi attribuito il merito per averle rivelate”, il commento dello stesso Snowden su Twitter.

“Città, malattie e comunità”

In molti angoli del mondo, le risposte delle comunità non solo hanno offerto straordinarie possibilità di mutuo aiuto e di solidarietà contro la crisi provocata dal virus (come raccontato in Condomini virali), ma hanno anche dato prova di funzionare meglio dell’ospedalizzazione dei malati. È accaduto e sta accadendo perfino in alcuni slum. Scrive Michela Barzi: “Quando le malattie attaccano le città, sia che si tratti di virus o batteri oppure della «cancrena galoppante» (definizione usata da Jane Jacobs in Città e libertà) dei progetti che demoliscono interi quartieri, più che gli individui sono le comunità che devono immunizzarsi”

Le foto di questa pagina raccontano alcuni momenti di vita durante la pandemia del movimento sudafricano Abahlali baseMjondolo (ABM, “coloro che vivono nelle baracche”): qui l’assemblea dell’occupazione eKhanana, a Durban, dedicata alle nuove attrezzature per la cucina di comunità

Dharavi è uno slum di Mumbai, dove si stima che viva un milione di persone ammassate in strade strette e piene di piccole abitazioni informali estremamente affollate. Riporta un articolo di Al Jazeera che quando il coronavirus ha fatto lì la sua prima vittima, in molti hanno temuto di vedere lo slum tramutarsi in un cimitero. Tuttavia, malgrado l’impossibilità del distanziamento sociale, tre mesi dopo le nuove infezioni si sono ridotte grazie a un’efficace strategia di tracciamento del virus. Ogni giorno in una parte diversa dello slum, gli operatori sanitari istituiscono un punto di raccolta dove viene mandato chi ha la febbre, in modo che i residenti possano essere sottoposti a screening e test. Scuole, sale per matrimoni e complessi sportivi sono stati trasformati in strutture per la quarantena. In questo modo alla fine di giugno più della metà della popolazione dello slum era stata sottoposta a screening e test, registrando solo 82 degli oltre 4.500 morti di Mumbai. A Dharavi, un luogo che l’urbanistica – disciplina imparentata con la medicina – vorrebbe risanare, l’approccio terapeutico basato sull’attivazione della comunità ha dato prova di funzionare meglio dell’ospedalizzazione dei malati.

A marzo scorso il New England Journal of Medicine ha pubblicato un documento redatto da alcuni medici che lavorano all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Il massiccio ingresso di pazienti Covid-19 stava determinando, secondo loro, una situazione in cui l’ospedale diventava un’importante fonte di contagio e il personale impiegato un veicolo privilegiato per il virus. L’approccio terapeutico basato sul paziente e centrato sull’ospedale si è dimostrato inadatto a fronteggiare la pandemia. Era l’intera popolazione infetta che deve essere raggiunta dalle cure, non solo coloro che necessitano un ricovero. La soluzione individuata sta nell’approccio terapeutico basato sulla comunità, che limita, per quanto possibile, l’ospedalizzazione dei pazienti sostituendola con cure domiciliari, telemedicina e un vasto sistema locale di sorveglianza e isolamento.

Nel suo ultimo libro, Dark Age Ahead, Jane Jacobs ricordava l’importanza di usare l’approccio epidemiologico basato sulla comunità quando si deve fronteggiare la diffusione di un determinato agente patogeno in una grande città. Nell’estate del 1995 Chicago fu colpita da una tremenda ondata di caldo a cui si associarono alti livelli di umidità e di ozono troposferico. Nella settimana tra il 14 e il 20 luglio a centinaia, soprattutto anziani e poveri, morirono per colpo di calore, disidratazione, insufficienza renale o squilibri elettrolitici. Un ricercatore, analizzando due quartieri limitrofi in cui però in uno il numero dei morti era stato dieci volte maggiore dell’altro, scoprì che nel primo gli anziani non avevano alcun posto fresco da raggiungere a piedi e avevano paura di lasciare il loro appartamento per via della microcriminalità. In questo quartiere esisteva una comunità disfunzionale che non aveva protetto i suoi abitanti dagli effetti di quella particolare epidemia. Se una comunità è carente, se è stata depotenziata da decenni di cattiva pianificazione e di indebolimento socio-economico, se i suoi abitanti sono stati lasciati da soli ad arrangiarsi come possono appena fuori dalle loro abitazioni, anche il singolo individuo si indebolisce. Capire dove le persone vivono può essere il primo passo per individuare quale sarà il loro comportamento quando qualche agente patogeno potrebbe colpirli. Mentre scriveva il suo libro nel 2003, anche Toronto, la città nella quale viveva da più di trent’anni, era stata colpita dalla SARS.

Quando la celebre autrice di Vita e morte delle grandi città, era una semplice redattrice di Architectural Forum, in un articolo del 1952 scriveva che l’architetto Isadore Rosenfield progettava gli ospedali che lo avevano reso celebre arrivando a indagare persino il reddito familiare delle comunità a cui erano destinati. Gli ospedali di Rosenfield erano la dimostrazione che per costruire a favore della comunità bisogna prima di tutto conoscerla a fondo. Epidemie e pandemie rendono la conoscenza dei sistemi con cui si strutturano le comunità urbane un elemento imprescindibile per i piani di contenimento degli agenti patogeni. La pianificazione e la progettazione degli elementi strutturali di una città rispecchia quindi il modo di pensare la comunità a cui sono destinati.

Secondo l’antropologo James C. Scott è in parte grazie a Jacobs, e in particolare a Vita e morte delle grandi città, che noi ora conosciamo meglio cosa può rendere soddisfacente un quartiere per le persone che vi abitano. Ciò su cui non si deve smettere di indagare riguarda il modo di sostenerne gli abitanti affinché possano funzionare come una comunità. In un saggio sulla critica di Jacobs all’urbanistica iper-modernista e sulla sua idea di città – che Elèuthera sta per pubblicare in appendice a Città e libertà, un’antologia di scritti di questa autrice – Scott attribuisce a Jacobs la convinzione dell’impossibilità da parte degli urbanisti di creare comunità funzionanti. Al contrario, una comunità che funziona «può, nei propri limiti, migliorare la propria condizione» al di là piani urbanistici. Scott, a questo riguardo, riprende questa affermazione dell’urbanista Stanley Tankel citata nel libro di Jacobs: «la creazione di una comunità è un’impresa che trascende le possibilità inventive di chiunque. Dobbiamo imparare ad amare le comunità che abbiamo, perché non è facile trovarne». Tankel insieme a Jacobs era tra i pochi oppositori del vasto programma di demolizione degli slum e di ricostruzione, che aveva radicalmente trasformato molte città americane, concepito sotto l’egida dell’urban renewal.

Jacobs sosteneva che gli abitanti dei quartieri «condannati» dall’urbanistica del rinnovamento urbano erano in grado di formare comunità capaci di attuare quelle iniziative di auto-risanamento che nel suo libro aveva definito unslumming. Riprendendo queste argomentazioni, Scott sottolinea come gli urbanisti abbiano distrutto molti slum – «il primo punto di appoggio per gli immigrati poveri arrivati in città» – che potevano smettere di esserlo. Se solo, come in molti casi era successo, le comunità che li abitavano avessero potuto raggiungere una certa stabilità sociale ed economica, esse sarebbero state in gradi di uscire da sole dalla condizione di degrado in cui vivevano. Ciò che non corrispondeva agli standard edilizi pensati dagli urbanisti avrebbe potuto avere in sé le energie per far emergere le comunità vitali di cui le città hanno bisogno, soprattutto per affrontare i momenti di difficoltà.

Distribuzione di cibo di ABM alla comunità Daggakraal, nella provincia del Mpumalanga.

La parola comunità viene dal latino communitas, la cui etimologia è stata indagata dal filosofo Roberto Esposito. La sua radice munus rimanda al dovere di dare qualcosa, al dono e al reciproco essere in debito che lega i suoi componenti. Gli individui sono parte di una comunità quando esiste questo legame. Esserne privi definisce, al contrario, la condizione dell’immunità. In una intervista rilasciata nel pieno della pandemia all’Istituto Italiano di Studi Filosofici, Esposito ha sostenuto che, dopo avere attivato il principio immunitario dell’isolamento forzato degli individui dalla loro comunità, è assolutamente necessario riattivare il principio comunitario che lega tra loro le vite degli individui, come hanno dimostrato gli operatori sanitari che hanno rischiato di perdere la loro per salvare le vite altrui. Si tratta, per Esposito, di un passaggio fondamentale verso la «riattivazione della democrazia».

Peter L. Laurence, nel secondo saggio pubblicato in appendice dell’antologia Città e libertà, sostiene che Jacobs credeva che le città, nella loro forma fisica, potessero promuovere la vita democratica. Laurence ricorda che Jacobs, nel suo libro del 1992 System of Survival, aveva sostenuto che ci fosse «bisogno di continue, anche se informali, esplorazioni democratiche su quella parte di persone che potrebbe farsi strada nell’ambito delle politiche governative, degli affari o del volontariato e della società civile». Là dove i cittadini dedicano una parte del loro tempo alle questioni di interesse pubblico e non si accontentano del solo diritto di voto si innescano spontaneamente dei «processi di democratizzazione». Secondo Scott, Jacobs ha messo in evidenza come, in un contesto democratico, una comunità strutturata possa avere la forza di battersi per creare e mantenere tutti quei servizi urbani vitali e quelle abitazioni decenti di cui ha bisogno per continuare ad esistere. Quando le malattie attaccano le città, sia che si tratti di virus o batteri oppure della «cancrena galoppante» – definizione che Jacobs usa in uno dei suoi scritti pubblicati da Elèuthera – dei progetti che demoliscono interi quartieri, più che gli individui sono le comunità che devono immunizzarsi.

Dalla fine degli anni Cinquanta gli scritti di Jacobs hanno avuto l’obiettivo di presentare ai lettori gli strumenti concettuali che potessero renderli immuni dalle false credenze dell’urbanistica novecentesca. Anche se, sottolinea Scott, per molti dei suoi critici Jacobs ha sopravvalutato le virtù della comunità in quartieri che in molti erano ansiosi di lasciare e sottovalutato di considerare quanto le città fossero già state pianificate non dalla iniziativa popolare o dallo stato ma dagli immobiliaristi e dagli uomini della finanza con connessioni politiche, ciò che è importante recuperare della sua fenomenologia urbana è il profondo legame che unisce i luoghi in cui le persone vivono, le comunità che lì si formano e i processi democratici che vi trovano spazio.


Già assistente di Teoria e Storia Urbana all’École d’Architecture di Ginevra e del corso di Urbanistica del Politecnico di Milano, Michela Barzi è autrice e direttrice del sito Millennio Urbano e ha pubblicato numerosi saggi e articoli sullo spazio e la città.

Michela Barzi

01 Settembre 2020

Roma, “Basta cemento e inquinamento. No al nuovo supermercato a Villa De Sanctis”

Ai bordi di uno degli spazi verdi più importanti del territorio, Villa De Sanctis, le ruspe hanno spianato un’area dove sorgevano alcuni magazzini di stoccaggio per iniziare a costruire l’ennesimo supermercato. Sappiamo bene cosa comporta l’apertura di queste attività commerciali, lo abbiamo visto a via dell’Acqua Bullicante: una ulteriore ondata di traffico di automobili in un quadrante dove le centraline di rilevamento dello smog sono perennemente fuori norma, un innesto di dimensioni rilevanti dentro un contesto segnato da una delicata fragilità idrogeologica (via dei Gordiani come via dell’Acqua Bullicante appena piovono due gocce d’acqua si allaga in modo spaventoso), l’imposizione di un modello di consumo pervasivo e aggressivo che serve solo a soddisfare le tasche dei proprietari delle multinazionali riservando briciole ai produttori, sfruttamento ai lavoratori e prodotti scadenti ai consumatori.

Anche questa volta le reazioni degli amministratori sono inadeguate e dannose per la collettività: di fronte agli interessi di un privato con un evidente peso economico, battono in ritirata entro i tanto confortevoli quanto discutibili, confini della delega al governo del territorio che finisce laddove inizia la proprietà privata.

Ma noi sappiamo che con un’adeguata pianificazione delle esigenze del territorio questi interventi si potrebbero scongiurare e anziché supermercati e palazzi potremmo avere verde pubblico (paurosamente sotto la media nel V municipio), spazi sociali, servizi oggi più che mai indispensabili come quelli dedicati all’istruzione e alla sanità. Per questo sosterremo con determinazione le azioni che gli abitanti della zona intendono mettere in campo per bloccare (è ancora possibile) questo ennesimo scempio, destinato a peggiorare la qualità della vita di tutte e tutti.

Forum Territoriale Permanente Parco delle Energie

 

Inclusione scolastica, lettera aperta di Fish alle famiglie

La sfida dell’avvio del nuovo anno scolastico riguarda tutto il Paese, non solo gli studenti e le loro famiglie, non solo gli insegnanti. E interessa, oggi più che mai per il significato del momento, le alunne e gli alunni con disabilità. Per ripartire al meglio c’è bisogno di coesione, c’è necessità della collaborazione di tutti, di solidarietà e di lucidità. È in questa direzione va la lettera del Presidente della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap a tutte le famiglie e ai genitori.

Care Famiglie, Gentilissimi Genitori,

al termine delle vacanze estive – che mi auguro trascorse serenamente dopo la gravosa quarantena – siamo oramai prossimi all’avvio del nuovo anno scolastico.

Anche e soprattutto durante l’estate la Federazione, con il supporto di tutte le Organizzazioni aderenti, ha operato incalzando e sollecitando costantemente le Istituzioni sugli aspetti che riguardano direttamente i nostri figli e cioè: venga garantita l’apertura delle scuole a tutte le alunne e gli alunni!

Sono stati mesi impegnativi, intensi e convulsi di costante interlocuzione con il Governo e con il Ministero dell’Istruzione. In questi abbiamo riscontrato impegno e dedizione per restituire importanza e dignità alla scuola, fulcro della civiltà e della crescita del nostro Paese.

Il gruppo interno della Federazione che si occupa di inclusione scolastica si è continuamente confrontato con tutte le Associazioni aderenti per elaborare proposte e soluzioni operative, base ineludibile di ogni fruttuoso confronto con le Istituzioni. La sfida posta dalla pandemia COVID costringe a ripensare, spesso radicalmente, spazi, prassi, abitudini per tutelare i nostri figli e i gli operatori dal potenziale contagio. La determinazione e la lucidità devono accompagnarsi alla coesione, collaborazione, unità e solidarietà.

Sappiamo tutti – perché ne siamo stati vivi testimoni – che la scuola per tutti è una grande conquista democratica, iscritta nella nostra Costituzione. La scuola è levatrice di libertà e la sua visione universale e unitaria fornisce quei necessari anticorpi all’omologazione, alla prepotenza, alla arroganza e alla disuguaglianza.

Per questo la nostra Federazione, e con essa le Organizzazioni che la rendono così viva, ha il dovere civico di garantire il massimo della collaborazione alle Istituzioni e contemporaneamente conserva la responsabilità morale di vigilare affinché i diritti delle alunne e degli alunni con disabilità abbiano stessa dignità ed attenzione dei coetanei.

In questi ultimi mesi abbiamo assistito ad un ampio dibattito sulla riapertura delle scuole che ha generato perplessità, paure, timori. È importante ora più che mai porre attenzione alla giusta e corretta informazione, raccogliere le segnalazioni dei singoli, delle famiglie, delle associazioni, accantonando ogni polemica e ogni rivendicazione che possa distrarre l’attenzione dall’unico importante obiettivo in questo momento: aprire le scuole in piena sicurezza e consentire la ripresa della didattica in presenza pur con i dovuti e necessari adattamenti.

È possibile che futuri nuovi contagi possano riportarci alla didattica a distanza, magari in via temporanea. Così come appare certo che vi saranno inevitabili cambiamenti logistici e di assetto organizzativo, che nel possibile verranno monitorati, affrontati e auspicabilmente risolti al meglio.

In tali casi, facendo tesoro di quanto accaduto durante il periodo di lockdown, occorrerà rafforzare il sistema di didattica a distanza attraverso il coinvolgimento pieno e totale degli insegnanti curriculari, di sostegno e degli assistenti per l’autonomia e la comunicazione che dovranno attivarsi, grazie ad una attenta programmazione dei singoli Dirigenti Scolastici, per evitare l’interruzione dell’attività formativa. La Federazione sosterrà con fermezza ogni azione necessaria per superare le difficoltà che si dovessero manifestare.

D’altronde, come sosteneva il filosofo Karl Popper “tutta la vita è risolvere problemi”. Ed ancora, , ed io con lui, che “il futuro è decisamente aperto. Esso dipende da noi… da quello che noi e molte altre persone facciamo e faremo”: oggi noi, domani i nostri figli, le nuove generazioni.

Per questo serve l’aiuto di tutti, nessuno escluso.

La scuola e la famiglia devono parlarsi, incontrarsi, collaborare. Una società aggressiva, orientata a esaltare l’interesse individuale a discapito della comunità, rischia di accentuare le diseguaglianze. A farne le spese sono soprattutto i nostri ragazzi e le nostre ragazze. La nostra società ha bisogno di ascolto, di dialogo, di rispetto e di maggiore fiducia. E la fiducia comincia dalla famiglia per poi passare dalla scuola che diviene speranza, sempre, ovunque e rappresenta la finestra di opportunità per il futuro dei nostri figli. Per questo dobbiamo essere coesi per renderla più forte ed efficace perché l’educazione non si impone, matura in noi con la partecipazione attiva nella scuola, nella famiglia, nella società, con la riflessione e con il dialogo.

È con questo messaggio che auguro e auspico per tutte le studentesse e gli studenti, per tutte le nostre alunne e alunni con disabilità, un buon e sereno inizio anno scolastico. Lo stesso augurio giunga anche a tutti i dirigenti scolastici, insegnanti e a quanti a qualsiasi titolo operano nel mondo della scuola.

Vincenzo Falabella